Coronavirus

Coronavirus, molti mattatoi in tutto il mondo costretti a chiudere per i contagi

Il crescente numero di dipendenti risultati positivi al Covid-19 sta mettendo a rischio la produzione e l’approvvigionamento di carne.

L’industria della carne cerca da sempre di alterare ed edulcorare la realtà, per nascondere ai consumatori quello che davvero accade negli allevamenti intensivi e l’impatto ambientale e sociale di questo sistema che, scientificamente, è riuscito a ridurre sempre più i costi di produzione, senza preoccuparsi delle conseguenze. Allo stesso modo, molti macelli, secondo i racconti dei lavoratori, avrebbero inizialmente cercato di nascondere o minimizzare l’impatto della Covid-19 sui propri dipendenti, pur di non chiudere, ma senza successo. In tutto il mondo numerose strutture, deputate all’uccisione degli animali e alla trasformazione della carne, sono infatti state costrette a chiudere per via del crescente numero di dipendenti risultati positivi al coronavirus.

Impianto di trasformazione della carne in Indonesia
L’industria del confezionamento di carne simboleggia la capacità delle aziende di sfruttare i lavoratori in nome dell’efficienza, l’epidemia di Covid-19 ne ha messo in luce un ulteriore aspetto © Ed Wray/Getty Images

La vulnerabilità dei macelli

La nazione più colpita sono gli Stati Uniti, dove sono stati registrati focolai di Covid-19 in oltre 180 impianti, ma problemi analoghi sono in corso in molti paesi, tra cui Irlanda, Spagna, Australia, Germania, Brasile, Canada e Regno Unito. I macelli sarebbero particolarmente vulnerabili per diverse cause: innanzitutto perché impiegano migliaia di persone, costrette dunque a lavorare a stretto contatto, in stile catena di montaggio, senza possibilità di rispettare il distanziamento e in condizioni igieniche inadeguate. Queste strutture sono inoltre rimaste aperte durante la crisi e, infine, si avvalgono, in prevalenza, di lavoratori appartenenti alle fasce più povere della popolazione, come i migranti, costretti spesso a vivere in abitazioni comuni.

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La produzione di carne è a rischio

Questa situazione, ritengono gli esperti, potrebbe avere implicazioni a lungo termine sulla produzione di carne e rischia di minare la stabilità di questa insostenibile e inumana industria. Negli Usa si notano già le prime conseguenze: la carne inizia a scarseggiare e in molti casi la grande distribuzione organizzata ha imposto un tetto massimo di acquisti possibili a ciascun cliente.

Impianto della Cedar Meats a Melbourne
L’impianto della Cedar meats, a Melbourne, ha chiuso per un’approfondita pulizia dopo che 70 dipendenti sono risultati positivi © Darrian Traynor/Getty Images

Una moderna schiavitù

Solo negli Stati Uniti, secondo quanto riferito da un rapporto del Midwest center for investigative reporting, sono stati finora registrati 10mila casi di lavoratori che hanno contratto il virus, ripartititi in 29 stati, e almeno quarantacinque morti. La prima vittima, secondo il Guardian, sarebbe Elose Willis, 56 anni, che da 35 lavorava nella fabbrica di pollame Tyson foods a Camilla, nel sud-ovest della Georgia, macellando 100mila polli a turno.

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In Germania ci sono stati più di 300 casi confermati nello stabilimento Müller Fleisch di Birkenfeld. In Canada si sono ammalati 949 lavoratori in un centro di confezionamento di carni di proprietà di Cargill, in Alberta. In Australia, dopo la conferma di 70 casi, il Cedar meats a Melbourne è stato costretto a chiudere temporaneamente. Provvedimenti analoghi potrebbero essere adottati in Brasile, dove pubblici ministeri stanno attualmente cercando di chiudere gli impianti in cui sono stati rilevati casi. Anche in Irlanda centinaia di lavoratori, oltre 560, hanno contratto il virus e Dawn meats ha chiuso il proprio stabilimento a Westmeath.

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Si sospetta che in diversi casi i lavoratori potrebbero aver continuato a lavorare malati a causa dell’insicurezza economica. Alcune aziende avrebbero inoltre fornito loro incentivi economici per continuare a lavorare. Nei macelli le vittime non sono dunque solo gli animali, che consumano brevi esistenze, degradanti e brutali, ma anche i lavoratori, costretti ad un lavoro alienante, pericoloso e mal retribuito, pur di sopravvivere.

Muche da latte in un allevamento scozzese
Oltre al rischio di generare nuovi virus, gli allevamenti industriali favoriscono il fenomeno dell’antibiotico-resistenza, legato all’abuso di antibiotici © Jeff J Mitchell/Getty Images

Legame tra macelli ed epidemie

Se da un lato il nuovo coronavirus minaccia la sopravvivenza delle persone che lavorano nei macelli e sta ostacolando la produzione di carne, è necessario ricordare che proprio la zootecnia è responsabile di molte delle nuove malattie infettive che colpiscono l’uomo e potrebbe dare origine a nuove pandemie. Il bestiame rappresenta una potenziale grave minaccia per la salute pubblica, come hanno già dimostrato i virus dell’influenza suina e aviaria.

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Le condizioni di vita degli animali negli allevamenti intensivi, ammassati in condizioni antigieniche, creano infatti l’ambiente adatto per la proliferazione e la mutazione di virus e batteri. Se l’attuale modello di produzione della carne, che d’altronde non fa che soddisfare la nostra crescente richiesta di carne a prezzi ridicoli, non subirà una riforma radicale, la prossima pandemia avrà probabilmente origine dal nostro piatto.

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