Editoriale

Cosa ci insegna la storia della Sfattoria degli ultimi

Dopo la scoperta di un focolaio di peste suina, i maiali ospiti della Sfattoria degli ultimi, un rifugio per animali, corrono il rischio di essere uccisi.

Quella della Sfattoria degli ultimi, il rifugio per animali maltrattati alle porte di Roma, è stata – e in parte lo è ancora – una brutta storia che ha funestato l’estate di tutti coloro che si battono e lottano per i diritti degli animali. La riassumiamo brevemente per capire meglio gli sviluppi di questa vicenda fatta di ingiunzioni criminali, verdetti approssimativi, presidi online e petizioni animaliste. Il tutto, sempre e comunque, dimenticandosi dei veri e unici protagonisti: i maiali, gli ibridi e i cinghiali che abitano la Sfattoria, salvati da maltrattamenti e torture e dall’incubo del macello. E che, al momento, sono in attesa del verdetto definitivo sulla loro sorte.

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La Sfattoria degli ultimi ospita suini sterilizzati e non destinati alla macellazione ©Pixabay

Sfattoria degli ultimi, una storia tutta italiana

La Sfattoria degli ultimi è un rifugio per animali maltrattati che sorge alla periferia di Roma. Sono 140 suini, tra maiali, ibridi e cinghiali, sfuggiti per un pelo alla morte e alle torture. Tra di loro c’è anche Dior, il maialino, diventato popolare su Instagram per la sua docilità e simpatia, e che è stato fotografato spesso per le strade di Roma. La storia è iniziata con la scoperta di un focolaio di peste suina nella zona a nord della capitale dove sorge il rifugio. La malattia non è contagiosa per gli uomini, come spiegavo in un precedente editoriale, ma l’uomo può esserne involontario portatore, venendo a contatto con i suini infetti e contagiano involontariamente altri. Un danno economico, quindi, se il morbo si propaga negli allevamenti mandando a pallino il lavoro degli allevatori e la loro fonte di guadagno principale.

Cosa ha pensato di fare, quindi, la Asl Roma 1 per evitare conseguenze? Semplicemente abbattere i poveri maiali della Sfattoria,  scordandosi che gli ospiti del rifugio non sono destinati all’alimentazione umana. Spiega Ermanno Giudici, blogger e scrittore: “Non esistono regole per i santuari e quindi l’unica differenza è quella che gli ospiti a quattro zampe siano o meno destinati all’alimentazione umana. E i suini della Sfattoria sono tutti classificati come “non dpa” (quindi non commestibili e da destinare al macello). Il punto, però, non è questo, ma il fatto che gli animali presenti potrebbero essere un veicolo per la peste suina essendo posti all’interno della zona rossa. C’è da obiettare che un maiale o un cinghiale può essere oggetto di contagio, contagiare o essere contagiato, ma occorre che entri in contatto con suini selvatici. Ciò non sembra essere possibile proprio per le misure di biosicurezza che la Sfattoria ha dichiarato di aver messo in atto – doppia recinzione, ingresso degli operatori in modalità protetta”. E le protezioni esistenti nel rifugio sono state tutte debitamente controllate dalle autorità.

maiale e cucciolo
La Sfattoria degli ultimi ospita cinghiali, maiali e ibridi e sorge alla periferia di Roma © Pixabay

Uccisione o no? Le notizie si accavallano e si inseguono

Come hanno fatto notare le associazioni animaliste che sono intervenute per contrastare il provvedimento romano, istanze e delibere si sono succedute senza apparentemente tener conto della realtà dei fatti. E del reale pericolo della peste suina. “A oggi il giudice, correggendo totalmente quanto disposto in precedenza, non solo ha chiarito che gli abbattimenti dei suini non sono autorizzati, ma ha anche imposto all’azienda sanitaria di confrontarsi con la titolare della Sfattoria e con le associazioni per garantire con adeguate prescrizioni tecniche la salvaguardia degli animali: un vero e proprio “ribaltone” rispetto all’ultimo decreto, che prescriveva il monitoraggio ed eventualmente l’abbattimento”, dichiara l’Oipa (Organizzazione internazionale protezione animale)

In realtà, come mi spiega Ermanno Giudici: “Il numero di due suini da compagnia è una misura che riguarda i soggetti detenuti da privati, come “animali d’affezione”. Di fatto la Sfattoria, mancando una regolamentazione sui santuari, viene considerata come una stalla equiparata a un allevamento”. E quindi, in presenza di un focolaio di peste suina, anche i maiali e i cinghiali salvati e accuditi dai volontari, possono essere ammazzati senza problemi.

muso maiale
Per il momento le uccisioni dei suini della Sfattoria degli ultimi sono state sospese © Pixabay

Cosa succede adesso

Mentre scrivo gli abbattimenti sono definitivamente sospesi fino al 12 settembre, data in cui fissata la decisione collegiale. E, per ora, proteste e minacce da ambo le parti, tacciono. Le indicazioni, a quanto pare, sono arrivate quando i volontari della Sfattoria avevano reso noto come fosse stato comunicato loro che i termini per la presentazione della documentazione aggiuntiva comprovante la biosicurezza del rifugio fossero stati anticipati di un giorno, dal 18 al 17 agosto. Una buona notizia, dunque? Sentiamo cosa dice Giudici al proposito: “Il mio parere è che la minaccia di abbattere tutti i suini della Sfattoria degli ultimi era e resta un’ipotesi insensata, perché del tutto inutile nel contrastare il dilagare della peste suina, e riguarda oltretutto animali custoditi all’interno di strutture che limitano grandemente, quando non evitano totalmente, il contagio fra quelli ospitati e i selvatici. Occorre che venga fatta una norma sui santuari, diversificandoli finalmente dagli allevamenti, e che preveda i requisiti minimi di biosicurezza per evitare contagi.  Il buon senso e la valutazione delle situazioni da parte delle autorità sanitarie dovrebbe essere sempre il punto centrale in ogni situazione, senza che questa attenzione sia conseguenza di una mobilitazione dell’opinione pubblica. Ora occorre che il nuovo parlamento faccia una legge chiara, che tuteli santuari e ospiti.”

Non dimentichiamo, comunque, il problema etico che pone la recente delibera del ministero della Salute in tema di suini e loro detenzione privata. La circolare – riportata dall’Amnvi (Associazione nazionale medici veterinari italiani)– dice che deve esserci un obbligo di microchip per i per i maiali posseduti da privati – mai in numero superiore a due, come già evidenziato – e una necessaria registrazione a carico dei loro proprietari e dei luoghi di detenzione. La sterilizzazione, inoltre, è obbligatoria per evitare la riproduzione. E c’è  il divieto di abbandono e obbligo di ricorso al veterinario per eventuali cure. Insomma, proprio come nel caso di cani e gatti. Peccato, però, che i cani e i gatti non siano allevati in Italia per il consumo alimentare e non si capisce perché il maialetto della nostra amica può circolare indisturbato per strada e milioni di suoi compagni siano sottoposti ogni giorno alle torture degli allevamenti intensivi e all’inferno dei macelli. Ma, forse, questa è un’altra storia.

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