Prendiamo ad esempio una barretta di cioccolato del Commercio Equo Solidale costa un po’ di più delle barre di cioccolato più economiche (e un po’ meno di quella più cara). Sulla confezione c’è scritto che proviene da una cooperativa di produttori del Ghana. Ecco cosa significa.
1) Le organizzazioni del commercio equo e solidale corrispondono ai contadini, per il loro prodotto, un prezzo effettivamente più alto rispetto a quello che potrebbero ottenere dai grossisti locali.
2) I soldi dati in più vengono radunati in un fondo e impiegati per il 75% in opere di utilità sociale (per esempio, pozzi e pompe dell’acqua); il 25% va direttamente ai contadini.
3) Le cooperative di contadini che lavorano per il mercato equo e solidale sono organizzate democraticamente: i contadini spesso si riuniscono in assemblee per decidere del proprio lavoro.
4) Per il lavoro nelle piantagioni è proibito il lavoro minorile: visitando i campi non si scorge nessun bambino.
5) Il miglior trattamento economico può innescare un ciclo virtuoso nelle piccole comunità: i bambini liberati dal lavoro possono andare a scuola, i villaggi con i pozzi d’acqua sono più vivibili e addirittura più felici (“non avete idea di quanta gioia possa portare l’acqua”, ha detto alle telecamere di Report una giovane donna), le mogli possono aiutare i mariti al lavoro… oppure, le donne producono sapone con gli scarti di lavorazione del cacao e lo vendono al mercato.
Dall’altro lato, siamo a conoscenza di umiliazioni inferte agli stessi contadini quando invece devono trattare con le multinazionali, nelle cui sedi ci sono perfino le bilance truccate su cui sono obbligati a pesare la loro merce. Dobbiamo essere attenti alle istanze sociali e ambientali. Sappiamo che in altre parti del mondo ci sono aeroplani che spargono i diserbanti sulle piantagioni con i braccianti che ci lavorano, e ove ogni genere di iniziativa sindacale o sanitaria è osteggiata.
I vantaggi del commercio equo e solidale
Questo non accade, invece, ove i contadini, sia che lavorino sugli altopiani cileni sia nelle piantagioni ghanesi di cacao, trattano con le imprese che praticano il commercio equo solidale. I prezzi corrisposti sono migliori, a volte stabiliti in accordo con i lavoratori stessi. Qualche altro esempio? In Ecuador il sistema di commercializzazione Camarì, fondato su direttive del Fondo ecuadoriano populorum progressio, intrattiene un contatto diretto con i coltivatori, coordinando la gestione di “tiendas” (negozi) popolari e l’esportazione di preparazioni alimentari ma anche di prodotti artigianali. Nelle Filippine la raccolta e la lavorazione delle banane è svolta da donne contadine provenienti da quartieri disagiati di Lloilo (capitale dell’isola Panay) riunite nelle due associazioni di Amihan e Kabalaka, e la commercializzazione è garantita da un’organizzazione di Fair Frade (nel cui direttivo siede una rappresentanza delle lavoratrici stesse).
Le stesse cose si possono dire per il progetto Conacadò della Repubblica Dominicana, per il cacao, e Coopeagrì in Costa Rica, per lo zucchero. In Bolivia, i contadini hanno dato il nome El ceibo (una pianta tropicale millenaria), alla loro cooperativa, nata nel ’77 a La Paz. Gli 850 soci trattano la semina, la raccolta dei semi, la macinatura e la commercializzazione importando direttamente non solo il cacao ma anche il burro di cacao, garantendo prezzi ben superiori a quelli del mercato, una migliore pianificazione e stabilità nelle attività di gruppo, una più alta qualità del prodotto. In India meridionale, i lavoratori di Maphimuttur partecipano direttamente alle decisioni sull’attività produttiva, hanno assistenza medica, asili ove vengono distribuiti gratuitamente latte e cibo, e un ambiente più salubre: la produzione è biologica. Così la terra si mantiene sana.
Parrebbero buone ragioni per spendere qualche euro di più per la nostra barretta di cioccolato. Ecco perché affermiamo che i prodotti equosolidali sono più buoni. Lo sono in tutti i sensi. Il nostro messaggio è: il cibo deve essere buono. Buono, però, non solo per le papille gustative. Deve essere buono per il nostro stomaco e per il nostro organismo, non contenere sostanze dannose. Deve essere buono e gentile anche con l’ambiente, i processi produttivi devono rispettare l’ecologia. Buono per gli animali, che ci donano i loro frutti – dunque non devono implicare maltrattamenti e sofferenze. E, anche, buono per i contadini e i lavoratori. In questo modo avrà non solo intatti i nutrienti e le vitamine. Avrà anche le vitamine della coscienza pulita.
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