Affrontare il decennio per la sostenibilità mettendo la natura al centro. La strategia della Commissione europea

Il Green Deal europeo ci aiuterà a ricostruire un rapporto più equilibrato tra attività umane e risorse naturali. Un obiettivo necessario, ora più che mai.

Quando si nominano le sfide più imponenti a cui va incontro la comunità internazionale, c’è una data che ricorre di frequente: il 2030. È il termine entro il quale i 193 Paesi membri delle Nazioni Unite hanno promesso di realizzare i 17 Obiettivi di sviluppo sostenibile, un piano di azione globale per le persone, il Pianeta e la prosperità. Ed è l’anno in cui – secondo il Programma delle Nazioni Unite per l’ambiente, Unep – le temperature medie globali potranno già superare di 1,5 gradi centigradi quelle dell’era preindustriale, se non attueremo subito un massiccio piano di decarbonizzazione. Di fronte al decennio per la sostenibilità, la Commissione europea non poteva farsi cogliere impreparata. Per questo, con il Green Deal europeo, ha costruito un’impalcatura fatta di strategie, strumenti e azioni che daranno una svolta sostenibile al futuro del Continente. Un percorso in cui la natura fa da filo conduttore.

Più natura nel futuro delineato dalla Commissione europea

Difficile non sognare un’Europa più verde e rigogliosa, un’Europa in cui la natura – per riprendere le parole della Commissione – torni al centro delle nostre vite. Questo obiettivo è stato messo nero su bianco nella strategia sulla biodiversità per il 2030, annunciata a maggio. Un impegno coerente con il decennio delle Nazioni Unite per il ripristino degli ecosistemi, che si propone di recuperare 350 milioni di ettari degradati entro il 2030.

Già oggi l’Europa vanta la rete di aree protette più estesa al mondo. Si chiama Natura 2000, è stata istituita nel 1992 e attualmente conta 27mila siti terrestri e marini. In questo programma rientra il 18 per cento del territorio dell’Unione, con punte del 35 per cento nella penisola balcanica. Le aree marine tutelate invece ammontano a 440mila chilometri quadrati, la metà dei quali è distribuita tra Francia (132mila chilometri quadrati) e Spagna (84mila).

natura 2000, slovenia
La Slovenia è il paese europeo con il maggior numero di aree protette nella rete Natura 2000 ©
Neven Krcmarek/Unsplash

Ma la Commissione europea vuole alzare l’asticella. Nell’arco di dieci anni – promette – si pianteranno tre miliardi di alberi. Non è tutto. Il 30 per cento del territorio e il 30 per cento dei mari in Europa diventeranno aree protette, con normative molto più rigorose in merito alla tutela e al recupero delle foreste. Eliminando le barriere che impediscono il passaggio dei pesci migratori e migliorando il flusso dei sedimenti, saranno ripristinati almeno 25mila chilometri di fiumi a scorrimento libero. Un tema di primaria importanza anche in Italia, dove appena il 43 per cento dei fiumi versa in buono stato ecologico, fa sapere il Wwf.

Verso un sistema alimentare più sostenibile

Se negli ultimi anni abbiamo assistito a una grave distruzione della biodiversità, una larga quota di responsabilità spetta alle pratiche agricole intensive e, più in generale, a un sistema alimentare non coerente con i ritmi del Pianeta. La Fao fornisce alcuni dati inequivocabili. Nel mondo vengono coltivate circa 6mila specie vegetali a uso alimentare, ma nove da sole rappresentano i due terzi della produzione agricola complessiva. Sulle 7.745 razze di animali allevate a livello locale, il 26 per cento è a rischio estinzione. Quasi un terzo degli stock ittici è sovrasfruttato.

È qui che la strategia sulla biodiversità della Commissione europea si interseca con la riforma della Politica agricola comune (Pac) e con la strategia Dal produttore al consumatore. Tramite una serie di provvedimenti ad hoc, la Commissione europea intende ridurre del 50 per cento sia l’uso di pesticidi chimici in genere, sia l’uso di quelli più pericolosi. In parallelo agirà in modo incisivo per arrestare il preoccupante trend di declino degli insetti impollinatori, da cui dipende circa il 70 per cento delle colture agricole che finiscono nei nostri piatti.

Api dirette verso un fiore per alimentarsi
Oltre due terzi delle colture utilizzate per la nutrizione umana sono impollinati dalle api © Getty Images

“Per lasciare agli animali selvatici, alle piante, agli impollinatori e ai regolatori naturali dei parassiti lo spazio di cui hanno bisogno, è urgente destinare almeno il 10 per cento delle superfici agricole ad elementi caratteristici del paesaggio con elevata diversità, ad esempio fasce tampone, maggese completo o con rotazione, siepi, alberi non produttivi, terrazzamenti e stagni”, mette nero su bianco la Commissione. Tutti elementi che vengono sistematicamente sacrificati dalle monocolture intensive, ma in realtà hanno un valore decisivo perché sequestrano carbonio dall’atmosfera, evitano l’erosione e l’impoverimento del suolo e filtrano aria e acqua. Il modello vincente è quello dell’agricoltura biologica. Nel 2018 il 7,5 per cento delle aree agricole dell’Unione era coltivato a biologico, per un totale di 13,4 milioni di ettari. Ma la Commissione in questi dieci anni vuole fare molto di più, arrivando almeno al 25 per cento. Un’ottima prospettiva anche per l’economia, visto che questo modello crea il 10-20 per cento di posti di lavoro in più per ettaro.

Biodiversità, non un costo ma un investimento

Sulla biodiversità, insomma, l’Europa vuole investire. Anche economicamente. Come approvato a novembre dall’Europarlamento e dal Consiglio, almeno il 30 per cento del budget dell’Unione e del fondo Next Generation Eu sosterrà gli obiettivi del Green Deal europeo. Alla biodiversità, nello specifico, spetterà il 7,5 per cento della spesa annua a partire dal 2024, percentuale che salirà al 10 per cento dal 2026. L’intento è quello di mobilitare 20 miliardi all’anno, tra fondi propri, finanziamenti degli Stati membri e capitali privati.

Ha senso parlare di investimento, e non di puro e semplice costo, perché un capitale naturale sano è un patrimonio. In tutti i sensi. Il Wwf, con lo studio Global futures, ha preso in esame sei servizi ecosistemici: acqua, legname, pesca, stoccaggio della CO2 da parte degli alberi, protezione delle coste, impollinazione. Se ci limiteremo a portare avanti il business as usual, il declino di questi servizi porterà un calo medio del pil globale pari allo 0,67 per cento all’anno fino al 2050. Il che significa mandare in fumo 442 miliardi di euro annui. Se invece scommetteremo sullo sviluppo sostenibile, il pil crescerà a un ritmo medio dello 0,02 per cento l’anno, con un guadagno annuo di oltre 450 miliardi di euro.

La prosperità del nostro Continente è legata a doppio filo ai suoi ecosistemi. Già oggi 104mila persone lavorano nella gestione e conservazione delle aree appartenenti al network Natura 2000. Altri 70mila sono i posti di lavoro indiretti. Senza contare il turismo: sui 12 milioni di addetti, uno su quattro gravita attorno a Natura 2000.

Tornare alla natura per ripartire dopo la pandemia

La natura offre anche benefici meno tangibili ma ancora più determinanti per le nostre vite. Ce ne siamo resi conto quando, rinchiusi in casa per il lockdown, abbiamo iniziato ad avvertire il bisogno quasi fisico di camminare in mezzo al verde e sentire i raggi del sole sulla pelle. “Noi esseri umani siamo una maglia di questa rete di vita, da cui dipendiamo per tutto: per il cibo di cui ci nutriamo, per l’acqua che beviamo, per l’aria che respiriamo. La natura è importante non solo per il nostro benessere fisico e mentale, ma anche per la capacità della nostra società di far fronte ai cambiamenti globali, alle minacce per la salute e alle catastrofi. La natura ci è indispensabile”, si legge nella Strategia europea per la biodiversità.

Abbiamo inaugurato il decennio per la sostenibilità trovandoci alle prese con una pandemia che “ci sta facendo prendere coscienza dei legami che esistono tra la nostra salute e la salute degli ecosistemi”, scrive la Commissione. “Al riavvio dell’economia dovremo evitare di ricadere e rinchiuderci nelle vecchie cattive abitudini. Il Green Deal europeo, la strategia di crescita dell’Ue, sarà la bussola per la nostra ripresa, assicurando che l’economia sia al servizio delle persone e della società e restituisca alla natura più di quanto le sottrae”.

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