Il Green Deal europeo in Italia. Come cambierà il nostro paese grazie alla transizione verde

Logiche, strumenti e obiettivi del Green Deal europeo in Italia. Un piano di transizione verde che, dopo la pandemia, diventa ancora più centrale.

Il Green Deal europeo si articola su tante aree, diverse tra loro ma al tempo stesso interconnesse. Quanto sono rilevanti in Italia? A che punto è il nostro Paese nel percorso di transizione verde? Quali sono gli aspetti specifici sui quali l’Europa può aiutarci a fare il grande salto? I numeri ci aiutano a dare una risposta, e a comprendere il potenziale rivoluzionario del Green Deal europeo in Italia.

Le aree di intervento del Green Deal europeo

Biodiversità

In Europa l’81 per cento degli habitat naturali versa in cattive condizioni, in particolar modo terreni erbosi, dune e acquitrini e torbiere basse (mentre le foreste mostrano segni di miglioramento). I dati sono riportati dall’Agenzia europea per l’ambiente (Eea) nello studio “Lo stato della natura in Europa”. Tra gli Stati più virtuosi in questo senso troviamo Cipro, Romania, l’Estonia e Malta, mentre l’Italia vanta ben 261 habitat (solo in Francia se ne trovano di più) ma è in grado di tutelarne a dovere solo il 22 per cento.

Al contrario, il nostro Paese si comporta meglio in materia di salvaguardia degli animali (conteggio che non include gli uccelli), con poco meno del 40 per cento delle specie ritenuto in buone condizioni, contro una media europea del 27 per cento. Il Wwf però ci invita a stare in guardia, perché in meno di cinquant’anni (tra il 1970 e il 2016) il numero di vertebrati che popolano il Pianeta è crollato del 68 per cento. Soprattutto perché i loro habitat sono stati inquinati, invasi, distrutti. Con cifre del genere, l’imperativo di difendere la biodiversità emerge in tutta la sua urgenza.

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Passo Tre Croci, sulle Dolomiti. L’Italia ospita ben 261 habitat, ma solo il 22 per cento risulta in buone condizioni © Cristina Gottardi/Unsplash

Alimentazione e agricoltura

La biodiversità è legata a doppio filo all’alimentazione, su cui è incentrata la strategia From farm to fork (Dal produttore al consumatore), che va nella stessa direzione dell’approccio One health dell’Organizzazione mondiale della sanità (Oms), per cui la salute del Pianeta e quella delle persone sono una cosa sola.

Il caso degli antibiotici, in questo senso, è emblematico. Ad oggi vengono somministrati non solo agli animali che si ammalano, ma anche a quelli che sono stati in contatto con loro e addirittura in via preventiva. Il risultato? I batteri sviluppano una resistenza a tali farmaci. Un fenomeno che, sostiene la Commissione, costa la vita a 33mila europei ogni anno. L’ultimo report dell’Autorità di sorveglianza europea sul consumo di antimicrobici veterinari (Esvac) lancia un segnale di ottimismo, segnalando un crollo delle vendite del 34 per cento tra il 2011 e il 2018.

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La somministrazione di antibiotici viene spesso eseguita mescolando il farmaco al cibo degli animali. Questo accade anche per gli animali di pochi giorni © Mali Maeder / Pexels

Non sembrano ancora passati di moda invece i pesticidi, nonostante gli innumerevoli studi sul loro impatto ambientale negativo. Secondo le elaborazioni di Pan Europe sui database ufficiali, in Europa ne sono state vendute poco meno di 380mila tonnellate nel 2018. Nel 2016 l’Italia si è collocata sul terzo gradino del podio nella classifica dei Paesi dove ne sono stati venduti di più, dopo Spagna e Francia. Aggiungendo Germania e Polonia, si copre il 71 per cento del mercato comunitario.

Per riassumere, l’Europa vuole fortemente un’agricoltura più sana e sostenibile. Un’agricoltura che faccia uso dei fertilizzanti solo quando sono strettamente necessari, perché in quantità eccessive deteriorano la qualità del suolo e dell’acqua. Meglio ancora, un’agricoltura biologica: su questo fronte l’Italia parte avvantaggiata con una superficie bio che sfiora i 2 milioni di ettari e corrisponde al 15,8 per cento delle aree coltivate.

Edilizia

I cittadini potranno anche impegnarsi per dare un tocco di sostenibilità al proprio stile di vita, ma i loro sforzi rischiano di rivelarsi vani se a inquinare senza sosta sono le case in cui vivono, gli uffici in cui lavorano e gli stabili in cui si recano per curarsi, studiare, sbrigare una pratica amministrativa. Su questo fronte, mette nero su bianco la Commissione, c’è ancora tanto da lavorare. Su scala europea, gli edifici consumano il 40 per cento dell’energia e rilasciano in atmosfera il 36 per cento delle emissioni di gas serra connesse all’energia stessa.

E l’Italia? Uno studio condotto nel 2017 dal Politecnico di Milano ne delinea un ritratto non troppo lusinghiero. La classe energetica più comune è la G, mentre solo il 7,4 per cento degli edifici residenziali e il 6 per cento di quelli non residenziali è certificato in classe B o classe A. È lecito pensare che le cifre reali siano ancora peggiori, visto che a possedere una certificazione è solo il 17,6 per cento delle abitazioni e il 21 per cento degli immobili non residenziali. Non c’è da stupirsi, visto che il 72 per cento delle case italiane è stato costruito prima del 1980.

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L’età media delle case nel nostro paese è piuttosto alta. Il Green Deal europeo in Italia interverrà anche sul fronte delle ristrutturazioni © Bertrand Gabioud/Unsplash

Mobilità

In Europa i trasporti generano circa un quarto delle emissioni di gas serra. Un’enormità, che per il 71,7 per cento è dovuta ad auto e veicoli commerciali, seguiti (molto a distanza) da aviazione civile e navigazione, entrambi fra il 13 e il 14 per cento. Anche in Italia, sostiene Transport & environment, nel corso degli ultimi quarant’anni i trasporti hanno strappato all’industria il titolo di comparto più inquinante.

Di sicuro non aiuta il fatto che la flotta di veicoli sia tra le più vecchie dell’Europa occidentale, con un 45 per cento di euro 0, euro 1, euro 2 ed euro 3. Né il fatto che di solito i limiti alla circolazione siano slegati dalla performance ambientale delle auto coinvolte, salvo rare eccezioni come l’Area B di Milano. Di sicuro per favorire il passaggio ai modelli elettrici bisognerà investire in modo molto più coraggioso sulle infrastrutture di ricarica: oggi si contano 13.721 colonnine in 7.203 stazioni accessibili al pubblico, ma la mappa è fortemente sbilanciata verso poche regioni del Nord ed è carente sulle autostrade.

Non bisogna dimenticare, però, che la mobilità è un mondo molto più vasto rispetto all’auto privata: e proprio l’Italia dal 1990 in poi ha visto raddoppiare le emissioni dovute all’aviazione e al trasporto marittimo internazionale.

Inquinamento

Oltre alla CO2 climalterante, i motori a scoppio disperdono nell’aria polveri sottili, ossidi di azoto (NOx), monossido di carbonio. Sostanze che entrano nei nostri polmoni e ci fanno ammalare. I dati sono drammatici: l’inquinamento atmosferico è il più grave rischio ambientale per la salute dei cittadini del Vecchio Continente, con almeno 400mila morti premature l’anno, seguito dall’inquinamento acustico che ne provoca oltre 12mila. L’Italia è uno dei paesi che pagano il prezzo più alto, con una media di oltre 76mila decessi precoci ogni anno. Soprattutto nella Pianura Padana, “sfavorita” da un mix di conformazione orografica, clima e densità di centri abitati che ne fanno una delle aree più inquinate in assoluto.

I più esposti? Bambini e ragazzi. “Patologie acute e croniche, in presenza di una fonte inquinante come il traffico, nell’arco di cento metri, portano dal 36 al 64 per cento in più di attacchi d’asma. Fenomeno che nei bambini incide per un ulteriore 34 per cento. Con un aumento della tosse persistente fino al 70 per cento”, ha spiegato a LifeGate il pneumologo Roberto Dal Negro. “E negli adolescenti i medesimi sintomi crescono dal 30 al 60 per cento”. Anche le allergie si manifestano con maggiore intensità e frequenza, quando si inala smog giorno dopo giorno. “Una persona allergica che vive in un’area inquinata ha il 300 per cento in più di possibilità di avere una crisi rispetto a chi vive in zone più salubri. I pollini diventano, a loro volta, trasportatori di particolato e veleni nelle nostre vie respiratorie”.

Climate neutrality

La spina dorsale del Green Deal europeo sta nella promessa di azzerare l’impatto climatico dell’Unione entro il 2050. Dell’unione e di tutti gli Stati membri, come dice chiaramente l’ultima versione del testo della legge sul clima.

L’Italia ha imboccato la strada giusta, come dimostra il fatto che tra il 1990 e il 2018 le emissioni di gas serra siano calate del 17 per cento, passando da 516 a 428 milioni di tonnellate di CO2 equivalente. Lo fa sapere l’Ispra, precisando che il nostro Paese brilla soprattutto per l’impiego delle fonti rinnovabili e per un’industria che negli ultimi anni ha imparato a usare in modo più efficiente l’energia. Dal 1990 sono scese del 13 per cento anche le emissioni di gas serra legate ad agricoltura e allevamento; all’interno di questa categoria, l’impatto più pesante (addirittura l’80 per cento) è dovuto al bestiame bovino. In controtendenza, però, rispetto al 1990 sono addirittura aumentate del 2 per cento le emissioni di gas climalteranti dovute all’energia e ai trasporti. E non stiamo parlando di categorie residuali, perché messe insieme rappresentano la metà delle emissioni climalteranti.

In altre parole, finora l’Italia ha lavorato per ridurre il proprio impatto sul clima, ma da qui al 2050 dovrà fare molto di più: dovrà azzerarlo. Il che impone di agire in modo molto più coraggioso.

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Impianto eolico in Italia @GWEC

Gli strumenti del Green Deal europeo in Italia

Fin qui i problemi che si mostrano in tutta la loro complessità. L’Italia, così come qualsiasi altro paese membro, non può certo pensare di affrontarli da sola. È per questo che il Green Deal europeo comprende anche una serie di strumenti finanziari e operativi.

Uno dei più noti è il meccanismo per una transizione giusta, che si propone di “non lasciare indietro nessuno”, cioè di accompagnare verso un futuro più verde anche i territori che tuttora sono dipendenti da un’economia fossile. Tutto ciò salvaguardando i posti di lavoro, trasferendo competenze più al passo con i tempi, riconvertendo i vecchi siti produttivi. La promessa è quella di mobilitare almeno 150 miliardi di euro nel periodo 2021-2027: in parte fondi stanziati dall’Unione stessa e dagli Stati, in parte investimenti privati. Non c’è ancora certezza su quanti spetteranno all’Italia, né sui territori specifici a cui saranno indirizzati. Ma nei documenti di lavoro preliminari della Commissione si fa riferimento all’Ilva di Taranto e al bacino carbonifero del Sulcis, in Sardegna.

Nel frattempo è arrivata la pandemia, e con lei una crisi economica epocale. La sfida quindi è diventata duplice: far ripartire il sistema, e farlo in un’ottica di sviluppo sostenibile. Nel discorso sullo Stato dell’Unione del 16 settembre, la presidente della Commissione europea Ursula von der Leyen si è dimostrata molto motivata in merito.

Tutto ruota intorno a Next Generation Eu, il colossale stanziamento da 750 miliardi di euro (500 a fondo perduto e solo 250 sotto forma di prestito) che darà sostegno agli Stati nei primi anni, quelli più duri. Noto anche con il nome di “recovery fund” o “fondo per la ripresa”, è uno strumento che si va ad aggiungere al bilancio europeo. E porta con sé due buone notizie per chi spera in una ripresa sostenibile del nostro paese. La prima: all’Italia andrà la fetta più ampia, pari a 209 miliardi di euro (81,4 in sussidi e 127,4 in prestiti). A condizione, però, che il Piano di ripresa e di resilienza messo a punto dal governo rispetti i requisiti fissati dalla Commissione. La seconda: il 37 per cento dei fondi di Next Generation Eu verrà destinato direttamente agli obiettivi del Green Deal europeo. L’ha annunciato la stessa von der Leyen a settembre, specificando anche i “progetti faro” su cui focalizzare gli investimenti: idrogeno, ristrutturazioni edilizie e punti di ricarica per veicoli elettrici.

La vera ripartenza passa per la sostenibilità

Già quando è stato annunciato, a gennaio 2020, era chiaro che il Green Deal europeo avrebbe spostato gli equilibri. Anche nel nostro paese. Ora che l’economia è da ricostruire dopo il trauma della pandemia, diventa ancora più importante orientare la sua prua verso la giusta rotta. Che è una rotta verde e sostenibile.

La pensa così anche un pool di economisti di fama mondiale di cui fanno parte il premio Nobel Joseph Stiglitz, Cameron Hepburn, Brian O’Callaghan, Nicholas Stern e Dimitri Zenghelis. Per un paper destinato alla rivista Oxford Review of Economic Policy, hanno passato in rassegna oltre settecento pacchetti di stimolo all’economia adottati a partire dalla crisi del 2008, per poi intervistare 231 esponenti di università, banche centrali, ministeri delle finanze e think tank. Questo lavoro colossale giunge a una conclusione molto netta: i progetti ambientali sono anche i più efficaci per ridare slancio all’economia. Di questa categoria fanno parte le energie pulite, la ristrutturazione degli edifici, l’educazione e formazione professionale, la tutela e ripristino degli ecosistemi, le attività di ricerca e sviluppo nel campo delle tecnologie pulite.

28 gli italiani intervistati. Che si sono distinti perché, se paragonati ai loro omologhi stranieri, hanno mostrato “un apprezzamento più forte per l’allineamento tra il clima e l’economia”, ha dichiarato al quotidiano la Repubblica Cameron Hepburn, professore all’università di Oxford. “Rimettere gli italiani al lavoro sulle infrastrutture per le energie pulite, sulla riqualificazione degli edifici e sul capitale naturale è un ottimo modo per far uscire il Paese dalla recessione e prepararlo per un futuro a zero emissioni”.

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