Impatto sociale

Ermete Realacci. L’Italia della coesione vince nel mondo

Collaborare e inserirsi in modo armonico nel territorio è il fattore di successo per le imprese made in Italy. Ne parliamo con Ermete Realacci, presidente di Symbola.

È una bella Italia quella dipinta dal Seminario estivo di Fondazione Symbola a Treia, incantevole borgo in provincia di Macerata. Un’Italia in cui ci sono imprese che collaborano con altre imprese, consumatori, istituzioni, comunità e terzo settore. E così facendo non solo giovano al territorio, ma guadagnano di più: lo dimostra il rapporto Coesione e competizione, presentato da Symbola e Unioncamere. Ne abbiamo parlato con Ermete Realacci, presidente della fondazione e presidente onorario di Legambiente, a capo della commissione Ambiente, Territorio e Lavori pubblici della Camera e membro della direzione del Partito democratico.

L'intervento di Ermete Realacci, che chiude i lavori del Seminario Estivo di Symbola.
L’intervento di Ermete Realacci, che chiude i lavori del Seminario Estivo di Symbola.

Cosa dimostra il rapporto Coesione è competizione?
A volte si pensa che occuparsi di comunità, di territorio, di coesione sia una specie di angolo della bontà, qualcosa che viene dopo che ci si è occupati delle cose vere: produrre ricchezza e vendere prodotti. Il rapporto dimostra che, almeno per il nostro Paese, è vera anche un’altra storia: le imprese che hanno un rapporto più stretto con il capitale umano, con la qualità dei territori e con la comunità sono anche più avanti nella competizione economica e nella creazione di posti di lavoro. Chiaramente c’è anche chi segue una strada diversa e spesso perde, ma è come se per una parte dell’economia ci fosse un modo italiano di produrre che ha radici antiche e per il futuro deve investire in innovazione, qualità, bellezza, green economy. Una parte dell’economia in cui il rapporto con il territorio, con la comunità e con l’innovazione è il fattore di successo. È un’economia in cui l’Italia trova spazio. Ed è un’Italia che fa l’Italia perché scommette sull’economia a misura d’uomo.

Il panorama da Treia, dove si è svolto il Seminario Estivo di Fondazione Symbola.
Il panorama da Treia, dove si è svolto il Seminario Estivo di Fondazione Symbola.

Questa spinta verso la coesione è spontanea o è stata spinta da determinati trend economici, politici e culturali?
È una spinta cromosomica: ce l’abbiamo dentro. Lo storico Carlo Cipolla diceva che la missione dell’Italia è produrre all’ombra dei campanili cose che piacciono al mondo. Questo è rafforzato dal fatto che esistono tanti cittadini e consumatori che sono alla ricerca della qualità e delle storie. I nostri vini vincono nel mondo perché sono più buoni e più vari degli altri, ma anche perché probabilmente chi ne beve un bicchiere ha in mente piazza dei Miracoli a Pisa, Venezia o le colline delle Langhe.

C’è anche una spinta dovuta alla crisi e al cambiamento dei consumi nella direzione di produzioni in cui il senso e il valore hanno un ruolo più forte. Questo ci può avvantaggiare. Se quindici anni fa qualcuno avesse detto che le montature di occhiali si sarebbero continuate a produrre qui, sarebbe stato tacciato di non capire come girava il mondo. Eppure, nel primo trimestre del 2016 le vendite di montature made in Italy sono aumentate del 7 per cento rispetto allo scorso anno. Perché l’occhiale di bassa qualità si può produrre anche nel Guangdong, in Cina, pagando poco i lavoratori che non hanno diritti e infischiandosene di ciò che accade in quel territorio, ma se si vuol fare gli occhiali più belli del mondo bisogna respirare bellezza. E la bellezza deve tradursi in diritti e rapporto con la comunità. Spesso l’economia ufficiale, quella dei forum internazionali e delle agenzie di rating, non legge questi fenomeni, ma il nostro Paese lo deve fare perché questo è il suo futuro.


Secondo lei si potrebbe pensare di trovare metodi per incentivare formalmente questa economia? Chi dovrebbe farsene carico?
Bisogna assolutamente trovare i meccanismi giusti per favorire questa realtà, ma già il fatto di saperla leggere equivale a favorirla. Alcuni strumenti formali si stanno facendo avanti, bisogna capire come verranno realizzati. Ne cito uno: a partire dall’anno prossimo, secondo una direttiva dell’Unione europea, tutte le aziende che superano i 500 addetti dovranno affiancare al bilancio economico un bilancio sociale e ambientale. Nel passato la responsabilità d’impresa è stata spesso soprattutto un oggetto di marketing: oggi non è più così, ma è una maniera per raccontarsi al mondo che ha effetto su tanti soggetti, anche sugli investitori. In tante aziende i fondi etici rappresentano una parte importante degli investimenti; in Enel, ad esempio, sono arrivati al 10 per cento. Allora, sia perché bisogna parlare ai cittadini che stanno cambiando il loro modo di vivere e consumare, sia perché bisogna parlare agli investitori, l’economia a misura d’uomo aiuta a essere più competitivi.

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