Amianto. Là dove c’era Eternit ora c’è Eternot, il parco di Casale Monferrato

Là dove sorgeva l’Eternit, fabbrica che lavorava l’amianto, ora c’è Eternot, un parco cittadino bonificato per dire no alla fibra killer

Eternit è stata la fabbrica di Casale Monferrato più nefasta, l’amianto che vi si produceva ha decimato la popolazione e il processo giudiziario contro i responsabili è ancora in atto. Eternot invece è il parco che oggi sorge sull’area bonificata della ex Eternit. Un parco che guarda al futuro, una testimonianza per le prossime generazioni di quello che la città ha saputo fare: eliminare l’amianto, bonificare il territorio, lottare per la giustizia in nome delle vittime della fibra assassina.

Inaugurato il 10 settembre, questo parco di 24mila metri quadrati rappresenta per i cittadini un luogo di memoria e di speranza, di affermazione di valori collettivi e di costruzione del futuro in una realtà come quella di Casale Monferrato, pesantemente ferita dalla perdita di vite umane.

La guerra vinta da Afeva

Protagonista di questa battaglia è l’Associazione dei famigliari delle vittime dell’amianto (Afeva) che da decenni combatte insieme alle vittime, grazie alla tenacia di tanti volontari, molti dei quali purtroppo non ci sono più, stroncati da malattie come il mesotelioma e altre patologie asbesto-correlate, contratte proprio a causa dell’amianto.

È stato un lavoro esemplare e corale, insieme a istituzioni e cittadini, per fare in modo che la bonifica rimanesse trasparente, monitorata e sicura. E così l’obiettivo di una Casale libera dall’amianto entro il 2020 prende forma; finalmente, se si pensa che la fibra è stata bandita nel 1992, ma le bonifiche in giro per l’Italia tardano ad essere realizzate.

L’esempio di Casale Monferrato per gli altri comuni

A Casale invece, la cittadina del riscatto dall’amianto, le cose sono andate diversamente. Il risultato visibile è il parco Eternot, che però a sua volta è espressione di traguardi molto più importanti: una bonifica reale dell’area già realizzata e un piano concreto per il futuro,  con indicazioni chiare e risorse disponibili, per quello che non è ancora stato fatto; il riconoscimento del mesotelioma come malattia non solo professionale; un segnale forte per gli altri Paesi in cui l’amianto è ancora legale; un passo deciso verso la legge contro gli ecoreati.

Tre ettari di verde con un’area giochi, un’arena per eventi, una pista ciclabile e due opere d’arte. Una, l’Aquilone di Romana, donata dall’Afeva e dedicata a Romana Blasotti Pavesi, storica figura dell’associazione e ora suo presidente onorario. L’altra, un’installazione dell’artista Gea Casolaro, dal nome Vivaio Eternot: piante di davidia involucrata o albero dei fazzoletti, che germogliano, crescono, fioriscono proprio nel luogo in cui sono state prodotte migliaia di fibre mortali. 

“Il progetto vuole creare un simbolo vivo della lotta all’amianto di Casale Monferrato, lotta che va mantenuta, curata, trasmessa, così come ci si prende cura del vivaio, che produce e continua a generare attenzione su un argomento fondamentale per Casale e per tutta l’Italia”, si legge in una nota esplicativa.

All’inaugurazione erano presenti oltre ai membri dell’Afeva, anche autorità locali e nazionali, tra cui il ministro della Giustizia Andrea Orlando e Alessandro Bratti, presidente della commissione parlamentare Ecomafie, a significare l’importanza di questa esperienza unica, non solo nel panorama italiano ma anche mondiale, in termini di bonifica e riconquista di un territorio contaminato, di sensibilizzazione della popolazione.

Casale Monferrato è un esempio di successo di quello che i cittadini possono fare quando combattono uniti e forti per far rinascere un luogo devastato, per ridare al mondo un luogo pulito, per dare un futuro ai propri figli.

L’amianto che uccide ancora oggi

Il mesotelioma pleurico e le patologie asbesto-correlate uccidono a distanza di anni e si stima che a Casale il picco dei decessi si avrà intorno al 2020. Intanto l’amianto mieta circa 3.000 vittime l’anno, tante quante ne hanno già piante i Casalesi, di cui però solo 1700 sono quelle riconosciute come vittime professionali: la patologia infatti non colpisce solo gli operai che lavoravano nella fabbrica a stretto e costante contatto con l’elemento, ma anche i loro famigliari, le mogli che lavavano le tute, i figli che abbracciavano i padri di ritorno dal turno. Uccide le persone che per anni hanno respirato le fibre disperse nell’aria e anche chi utilizzava a casa come materiale da costruzione l’amianto di scarto lasciato in sacchi fuori dallo stabilimento a disposizione di tutti. Un gesto ben visto dalla gente, ma che si è trasformata in un boomerang per la sua salute.

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