Eutanasia, non è punibile chi agevola l’esecuzione del proposito di suicidio

Non è punibile chi agevola l’eutanasia per un paziente afflitto da una patologia irreversibile: il caso era nato dopo la vicenda di dj Fabo.

Non è punibile, perlomeno non a determinate condizioni, chi agevola l’esecuzione del proposito di suicidio, autonomamente e liberamente formatosi, di un paziente tenuto in vita da trattamenti di sostegno vitale e affetto da una patologia irreversibile, fonte di sofferenze fisiche e psicologiche che egli reputa intollerabili ma pienamente capace di prendere decisioni libere e consapevoli. È questa l’attesa, e a questo punto storica, sentenza con cui la Corte costituzionale è intervenuta oggi sul tema dell’eutanasia, dopo essere stata chiamata in causa più di un anno fa sul caso della morte di dj Fabo, portato in Svizzera dal tesoriere dell’Associazione Luca Coscioni, Marco Cappato.

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Tra le determinate condizioni citate dalla Consulta, vi sono semplicemente il rispetto delle modalità previste dalla normativa sul consenso informato, sulle cure palliative e sulla sedazione profonda continua, previste dalla legge sul testamento biologico del 2017, e la verifica da parte del Servizio sanitario nazionale sia delle condizioni richieste che delle modalità di esecuzione del suicidio assistito.

Il Parlamento ha avuto un anno di tempo

Lo scorso 24 ottobre la Corte Costituzionale, chiamata a pronunciarsi sulla legittimità dell’articolo 580 del Codice penale secondo il quale “chiunque determina altri al suicidio o rafforza l’altrui proposito di suicidio, ovvero ne agevola in qualsiasi modo l’esecuzione, è punito, se il suicidio avviene, con la reclusione da cinque a dodici anni”, aveva rinviato la propria decisione, dando tempo fino al 24 settembre 2019, cioè fino a ieri, affinché il Parlamento emanasse una legge sull’eutanasia. Nei passati 11 mesi però il Parlamento non ha  prodotto neanche una proposta di legge sulla questione, che era emersa nell’ambito del processo istruito nei confronti dell’allora tesoriere dell’Associazione Luca Coscioni, Marco Cappato, che per l’accusa di aver aiutato a morire in Svizzera Dj Fabo rischia da 5 a 12 anni di carcere.

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marco cappato
Marco Cappato rischia da 5 a 12 anni di carcere per aver aiutato Dj Fabo a morire / Getty

Un anno fa la Corte costituzionale aveva rilevato che “l’attuale assetto normativo concernente il fine vita lascia prive di adeguata tutela determinate situazioni costituzionalmente meritevoli di protezione e da bilanciare con altri beni costituzionalmente rilevanti” e per questo motivo aveva dato un anno di tempo alla politica per porre rimedio. Nel dicembre 2017, proprio sull’onda emotiva del caso di Dj Fabo, il parlamento italiano aveva invece varato la legge sul testamento biologico, che prevede che nessun trattamento sanitario possa essere iniziato, o proseguito, senza il consenso libero e informato della persona interessata, e che di fatto poneva fine all’accanimento terapeutico.

La vicenda di Dj Fabo e il processo

Fabiano Antoniani, meglio conosciuto come Dj Fabo, era morto il 27 febbraio 2017 in una clinica svizzera, dove si era recato volontariamente per porre fine alla propria agonia tramite eutanasia, accompagnato da Marco Cappato: Dj Fabo era rimasto tetraplegico e completamente cieco in seguito a un incidente stradale.

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