Coronavirus

Cosa fare e quali errori evitare per far ripartire l’economia dopo il coronavirus

Economia circolare, rinnovabili, welfare, efficienza energetica, sanità pubblica. Ecco le ricette per un’economia post-coronavirus equa e sostenibile.

“L’epidemia di coronavirus sta cambiando rapidamente condizioni sanitarie, abitudini di vita, relazioni sociali e attività economiche. Che cosa possiamo imparare e che cosa possiamo cambiare di fronte a questa emergenza?”. A porsi la domanda, sul portale Sbilanciamoci.info, è Mario Pianta, professore di Politica economica presso l’università di Urbino. Interrogativi fondamentali, soprattutto se l’obiettivo sarà di indirizzare la nuova società post-pandemia verso la responsabilità sociale e ambientale. Il rischio di tornare alle vecchie ricette – troppo spesso noncuranti delle conseguenze ambientali, climatiche e sociali delle attività produttive – esiste. Di più: in molti già chiedono di far ripartire il Paese “a tutti i costi”. Anche rinunciando ad, esempio, ai paletti in termini di riduzione delle emissioni di CO2, imprescindibili per evitare una catastrofe climatica. Allora, su cosa occorre puntare – in concreto – per rilanciare l’economia in modo che questa sia più equa e sostenibile?

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Bergamo, uno degli epicentri del coronavirus in Italia © Emanuele Cremaschi/Getty Images

L’alternativa al capitalismo si chiama welfare state

Secondo Pianta sarebbe illusorio pensare che, passata l’epidemia, l’economia possa tornare come prima. Tra gli effetti dell’emergenza, infatti, c’è l’esigenza di ripensare produzioni e consumi, proprio a partire dalla salute: “Dal punto di vista economico, la salute è un bene pubblico globale perché non può essere prodotto come una merce. C’è bisogno di un sistema che si fondi su una visione della salute come diritto fondamentale e tale diritto dev’essere assicurato dallo stato attraverso la fornitura di servizi pubblici universali pensati per soddisfare i bisogni, fuori dalle logiche di mercato che vedono imprese private vendere merci per un profitto”.

Un modello che secondo il docente non riguarda solo la sanità ma tutto il welfare state (lo stato sociale): sanità, scuola, università, previdenza, assistenza e altre attività essenziali devono essere servizi forniti e finanziati in misura prevalente dall’intervento pubblico. “Tre decenni di politiche neoliberiste hanno spinto le agenzie pubbliche a comportarsi sempre più come imprese private. Finanziamenti ridotti, blocco del turnover del personale, pressioni per ‘far pagare’ gli utenti hanno reso molti servizi di welfare più simili alla produzione di merci vendute sul mercato a ‘clienti’ in grado di pagare”. Una universalizzazione del mercato capitalistico che davanti alla pandemia ha però mostrato la sua impotenza: “La sanità privata è del tutto irrilevante di fronte all’epidemia e il welfare state può essere l’alternativa al capitalismo”.

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Molte delle aziende italiane sono state chiuse © Handout/Umberto Guizzardi / Automobili Lamborghini via Getty Images

No a nazionalismi economici, sì all’approccio europeo

Quello stesso welfare che la dottrina neoliberista imperante ha indebolito attraverso privatizzazioni e vincoli alla spesa pubblica. “La crisi del 2008 ha segnato un decennio di recessione e ristagno per il sud Europa, proprio per l’inadeguatezza delle istituzioni e delle politiche europee ad affrontare la crisi”, spiega ancora Pianta. Secondo il quale “lo stesso scenario rischia ora di riprodursi con l’incapacità dell’Europa di intervenire con rapidità ed efficacia di fronte all’epidemia di coronavirus. L’espansione del bilancio europeo, l’emissione di eurobond che la Banca centrale europea possa acquistare direttamente, un ripensamento del ruolo di Mes (Meccanismo europeo di stabilità) e Bei (Banca europea per gli investimenti) per finanziare investimenti pubblici europei, sono tutte misure essenziali per fare dell’Europa un soggetto politico in grado di fronteggiare l’epidemia e le sue conseguenze economiche, evitando la frammentazione delle risposte nazionali e la paralisi degli ‘egoismi’ nazionali”.

La ricetta è dunque più stato, meno mercato: “Sanità, scuola, università, ricerca, previdenza, assistenza, ambiente vanno rifinanziati in modo massiccio attraverso una tassazione più progressiva di redditi e patrimoni e, se necessario, attraverso una spesa in deficit. Così il welfare state può diventare il motore di uno sviluppo ad alta qualità sociale e ambientalmente sostenibile”. L’attuale dibattito sul green new deal europeo ha aperto un nuovo spazio di azione delle politiche nazionali ed europee, con la possibilità di riscrivere le regole della globalizzazione. C’è speranza, quindi? Il professore è cauto: “La protezione della salute, del welfare, del lavoro e dell’ambiente dev’essere assicurata da standard internazionali, vincolanti per gli accordi di liberalizzazione dei flussi di capitali e di merci. L’Europa sarà costretta ad andare nella direzione auspicata, ma in ritardo e con troppe poche risorse”.

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Una coppia in isolamento in una casa di Roma © Marco Di Lauro/Getty Images

Rilanciare i cantieri dell’efficienza energetica

Poi c’è il capitolo delle opere pubbliche. In un suo discorso alla Camera dei Deputati, il premier Giuseppe Conte ha dichiarato che “sarà cruciale superare le rigidità strutturali che hanno impedito di dispiegare tutto il potenziale del Paese, ad esempio nel settore dell’edilizia e delle opere pubbliche”. Un monito che può rappresentare un allarme per chi da anni si oppone alla cementificazione dei suoli. Ancora più chiare in questa direzione vanno le parole del viceministro dei trasporti Giovanni Cancelleri, il quale auspica una ripresa dell’economia tramite un decreto sblocca-cantieri.

 

“Riteniamo che la dichiarazione di Conte – spiega Alessandro Mortarino, coordinatore del Forum Salviamo il Paesaggio – debba tradursi nell’indirizzo di arrestare il consumo di suolo e orientare tutto il comparto edile verso il riuso dei suoli urbanizzati, l’unica chance possibile per collegare economia, occupazione, benessere sociale e tutela ambientale. Crediamo che la grande sfida della pandemia debba imporre il coraggio di mettere in discussione il nostro modello di sviluppo per attivare, sin d’ora, strumenti di rilancio economico basato sulle opere pubbliche realmente necessarie al nostro Paese, ovvero la messa in sicurezza dell’esistente e la rivitalizzazione delle aree abbandonate. Questo è il new deal che rispecchia i veri bisogni della collettività”.

In linea con Salviamo il Paesaggio anche la proposta di Fillea-Cgil, il principale sindacato dei lavoratori edili, che insieme a Legambiente ha proposto che per rilanciare l’economia si avvii la riconversione, entro il 2025, di 30mila condomini all’anno dal punto di vista energetico. Con tali numeri si creerebbero 430mila posti di lavoro diretti, 37 miliardi di investimenti diretti e indiretti, 900 milioni di entrate per le casse previdenziali, un risparmio per le famiglie in bollette di circa 620 euro l’anno ad alloggio, un aumento dei valori immobiliari stimato tra un +5 per cento e un +15 per cento. Tradotto in termini ambientali significherebbe una riduzione delle emissioni di Co2 di 840mila tonnellate annue e un taglio dei consumi di gas di 418,5 milioni di metri cubi. “Il tutto senza appesantire di nemmeno un euro in più il debito pubblico italiano, visto che si tratta di migliorare, riorganizzare, rifinanziare e potenziare una serie di strumenti fiscali, i bonus ambientali e antisismici, già in vigore” scrive il sindacato in un comunicato stampa.

Per Edoardo Zanchini, presidente di Legambiente, “bisogna rispondere a chi dice che ora si deve ripartire alla vecchia maniera e a chi vuole ancora una volta puntare su grandi opere che arriveranno solo tra cinque anni. Se vogliamo un’uscita accelerata dalla crisi dobbiamo far ripartire tutto il paese con tante ‘opere diffuse’ che fanno bene all’economia, alla collettività, e danno un beneficio diretto e strutturale alle famiglie”.

Consumo di suolo, opere e virus

D’altronde le aree urbanizzate sono le più vulnerabili alla diffusione del virus. Il rapporto OMS-UNEP-CBD del 2015 parla, infatti, dell’effetto diluente che ha la ricchezza di biodiversità in un dato territorio nel trattenere i virus: dove c’è ricchezza di biodiversità e dove gli eco-sistemi sono più rispettati, gli agenti patogeni sono meno aggressivi perché assorbiti e distribuiti su una più ricca e varia presenza di specie diverse. I cambi di uso del suolo rendono gli eco-sistemi più deboli e dunque meno resistenti alla diffusione del virus. “Per questo gli stimoli finanziari per la ricostruzione non devono ripetere gli errori del passato ma supportare la transizione ecologica, il ripristino degli ecosistemi e l’uso sostenibile del suolo, la decarbonizzazione industriale e il recupero edilizio, modelli sostenibili di produzione e consumo che restituiscano alla natura più di quanto prelevano”, scrive Luigi Di Marco, coordinatore Asvis. “Va messo finalmente in pratica – aggiunge – l’articolo 41 della Costituzione: l’iniziativa economica privata è libera, ma non può svolgersi in contrasto con l’utilità sociale”. Di Marco cita la sentenza della Corte d’appello inglese che ha bocciato il progetto di una terza pista di atterraggio dell’aeroporto di Heathrow perché in contrasto con l’Accordo di Parigi sul clima: “Mi pare un esempio che fa riflettere” conclude.

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Operazione di disinfezione a Roma © Marco Di Lauro/Getty Images

Che la ricchezza di un paese non si misuri solo nel numero di edifici, strade e infrastrutture costruite è d’accordo anche la campagna “Ripartiamo dall’ambiente” lanciata dalla rete Opera2030. L’appello diffuso dal presidente della Fondazione Univerde Alfonso Pecoraro Scanio si rivolge al parlamento e si basa sui 17 obiettivi di sviluppo sostenibile a cui aggiungere “smart cities, produzione diffusa di energia da fonte rinnovabili, il ricorso allo smart working e alle innovazioni digitali utili, attraverso le quali “si possono creare migliaia di posti di lavoro”.

Parola d’ordine: economia circolare

Infine l’economia circolare. Come sappiamo, la Commissione europea ha adottato prima dell’epidemia un piano per riformare (e abbandonare gradualmente) l’attuale modello di economia usa e getta. Che è tornato al centro dell’attenzione per via del fatto che per molti è sinonimo di igiene e sicurezza, e contribuisca per questo a contenere la diffusione del virus. Se da una parte, però, Zero Waste Europe ha calcolato i tempi di permanenza del virus sui vari materiali spiegando come sulla plastica sia maggiore di quel che si pensi, dall’altra sarebbe importante capire cosa ne sarà del discorso riduzione dei rifiuti una volta finita questa particolare situazione.

“Dovremo in primis recuperare il tempo perduto sul fronte della prevenzione a tutti i livelli e quindi anche e soprattutto sulla produzione dei rifiuti per le ripercussioni importanti che questa ha sul consumo di risorse e le emissioni di gas climalteranti”, è il commento di Silvia Ricci dell’associazione Comuni Virtuosi. Secondo la quale “la parola d’ordine deve essere la riduzione del nostro impatto sul Pianeta, perché la pandemia passerà, o comunque ci adatteremo alla convivenza, ma gli effetti del riscaldamento climatico corrono. Mi auguro che il recepimento delle ultime direttive sui rifiuti sia ambizioso e che per quanto riguarda in particolare la 2019/904, sugli articoli monouso in plastica (Sup), non ne venga rinviata l’entrata in vigore”. Purtroppo i segnali vanno nella direzione opposta: c’è già stato, infatti, un primo tentativo ufficiale da parte dell’associazione di categoria European plastics converters, tramite una lettera inviata alla Commissione Europea nella quale si chiede un rinvio della data di entrata in vigore della direttiva stessa. Ciò “per dare più tempo ai stati membri dell’Ue di concentrarsi su misure più urgenti nella lotta contro il Covid-19”.

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