La Fashion revolution week 2021 è per i diritti umani e ambientali nella moda

Dal 19 al 25 aprile, una settimana di appuntamenti per spronare il settore moda a essere più etico e sostenibile. Tra le iniziative anche quelle di Ta-Daan.

Come ogni anno da ormai otto anni a questa parte, c’è una data che Fashion revolution si impegna a ricordare. Ed è il 24 aprile, cioè il giorno in cui, nel 2013, è avvenuto il crollo dell’edificio Rana Plaza, in Bangladesh. Uno degli episodi più drammatici del mondo della moda, che ha causato la morte di 1.138 operai e ne ha feriti altri 2.500. Ebbene, da allora il movimento globale che mira a sensibilizzare i consumatori sulle loro abitudini di acquisto e si batte per un’industria della moda più equa ed etica, organizza una settimana di eventi, iniziative, talk, tavole rotonde per discutere dei cambiamenti che il settore deve mettere in atto per essere più inclusivo e più rispettoso dell’ambiente e delle persone. Quest’anno la Fashion revolution week è in calendario dal 19 al 25 aprile e mira a raccontare le storie e dare voce a tutti coloro che sono stati colpiti dal cambiamento, per fare pressione su chi, questo cambiamento, ha il potere di metterlo in atto.

Fashion revolution week
Orsola De Castro e Carry Somers, fondatrici di Fashion revolution © Sienna Somers

La Fashion revolution week 2021

Le stime parlano di un aumento dell’81 per cento entro il 2030 della produzione di abbigliamento – con un impatto enorme su tutta la supply chain –, di una domanda sempre crescente di terreni agricoli per la produzione di cotone, viscosa, lana, gomma, cuoio e altre fibre naturali; i dati evidenziano come ogni anno 150 milioni di alberi vengano abbattuti per essere trasformati in tessuti cellulosici, per non parlare di come l’allevamento di bestiame costituisca il principale fattore di deforestazione in Amazzonia. Con i problemi a essa connessi: l’abbattimento delle foreste aumenta il rischio di trasmissione di malattie dalla fauna selvatica all’uomo, accrescendo il pericolo di future pandemie. Ecco perché quest’anno Fashion revolution chiede all’industria della moda e ai governi di riconoscere l’interconnessione tra diritti umani e diritti della natura.

Locandina
La locandina della Fashion revolution week 2021 © Fashion revolution

La rivoluzione comincia dunque da qui: da un ripensamento dei rapporti tra esseri umani, nei confronti dei vestiti che indossiamo e della natura che ci circonda. Perché, secondo il movimento, il mondo come lo conosciamo oggi non è altro che il frutto di secoli di colonialismo e sfruttamento globalizzato, che derivano da una visione fortemente occidentalocentrica degli interessi globali. È ora invece di riportare i diritti umani al centro della discussione, e vivere in un Pianeta sano è uno di questi.

Artigianato
Ta-Daan si concentra sull’artigianato © Ta-Daan

Le iniziative di Ta-Daan

Tra le tante iniziative della Fashion revolution week 2021, degne di nota sono quelle di Ta-Daan, startup nata a dicembre 2018 dall’idea e dalla passione di cinque ragazzi – Roberta Ligossi, Tommaso Migliore, Costanza Tomba, Sara Pianori e Valeria Zanirato – che hanno voluto creare uno spazio digitale per riportare in auge l’artigianato, non più visto come metodo di produzione antico e “poco cool”, bensì come strumento di diffusione di valori quali creatività, unicità e sostenibilità. Il tutto con una narrazione pop e innovativa in grado di attirare l’attenzione anche dei più giovani. “Per la Fashion revolution week abbiamo in serbo sui social un ricco palinsesto di contenuti – ci spiega Roberta Ligossi –. Ogni giorno affronteremo una tematica diversa, con la partecipazione di molti ospiti e con dei workshop. Parleremo di rammendo moderno e delle sue varie tecniche, di economia circolare applicata alla moda, di slow fashion e di materiali sostenibili, come riconoscerli e come prendersene cura”.

Se è vero che la rivoluzione comincia dal nostro armadio, perché non partire dal Diy, acronimo che sta per “Do it yourself”, a intendere una moda che punta sulla manualità e la creatività di ciascuno per diminuire l’impatto sull’ambiente, ridurre gli scarti e allungare la vita degli abiti.

“Da sempre sproniamo la nostra community a rammendare e creare da sé i propri capi – continua Ligossi –, come gesto politico e di rivolta nei confronti di un mondo sempre più dominato da consumo eccessivo e standardizzazione”. Un ottimo punto di partenza.

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