Filastine & Nova. In vela per diffondere ritmi globali e ambientalismo

Sopravvivenza, multicultura e isole di plastica. Il musicista Grey Filastine ci racconta l’avventura sul veliero ecologico Arka Kinari, salpato nel 2019 e rimasto per mesi in mezzo al Pacifico a causa del lockdown.

A differenza della maggior parte degli artisti impegnati per l’ambiente e i diritti, spesso più nelle parole che nei fatti, il duo Filastine & Nova ne fa una questione esistenziale. Dopo anni di messaggi contro le ingiustizie sociali e la crisi climatica attraverso musica sperimentale e performance in luoghi impensabili, come la Giungla di Calais o le miniere di zolfo a Java, il produttore statunitense Grey Filastine e la cantante indonesiana Nova Ruth hanno mollato tutto per cavalcare un sogno: imbarcarsi su un veliero e girare il mondo realizzando spettacoli itineranti, senza inquinare.

L’Arka Kinari di Filastine e Nova

Filastine, dopo un’adolescenza nel movimento ecologista radicale degli Earth First! di Seattle, le proteste no global come percussionista degli Infernal Noise Brigade e le esperienze in Nordafrica, Turchia, Europa e Asia, ha incontrato Nova nel 2008, durante un tour diretto in Australia. Da allora, la coppia di artisti e attivisti non si è mai separata, se non per motivi di visto o permesso di soggiorno, condividendo palchi e progetti di vita. Per acquistare un veliero, nel 2019, i due hanno venduto casa, chiesto un prestito e lanciato una campagna di crowdfunding. Sono così riusciti a rilevare e restaurare una goletta di 23 metri del 1947, scovata a Rotterdam, di aspetto e struttura molto simili al loro ideale di Pinisi, tradizionale barca indonesiana su cui navigavano i Bugis, gruppo etnico da cui discende Nova.

Filastine bloccato dalla pandemia in mezzo all'oceano Pacifico sull'Arka Kinari
L’Arka Kinari naviga lentamente nel Pacifico © Grey Filastine

L’imbarcazione, ribattezzata Arka Kinari (dal latino arcere, difendere, e dal sanscrito kimnara, musicista divino) e definita dagli stessi “sovversiva, immersiva e parzialmente sommersa”, viene concepita come un modello di slow touring, per lanciare l’allarme ecologico e prefigurare una vita nomade in un futuro sempre più poroso e senza confini. Un mezzo alimentato da energia rinnovabile, con cui mettere in scena performance multimediali di musica dal vivo e immagini proiettate sulle vele, dipingendo un mondo decarbonizzato, resistente ai cambiamenti climatici e impegnato a tutelare l’ultimo grande bene comune, il mare.

Il veliero di Filastine è alimentato da energia rinnovabile
Il membro dell’equipaggio Yann Willard sul ponte dell’imbarcazione, ricoperto dai pannelli solari © Grey Filastine

Equipaggiato con pannelli solari e un sistema di dissalazione di acqua marina, l’Arka Kinari salpa dal porto olandese nel settembre del 2019 con destinazione Indonesia. Sul bialbero, insieme a Filastine e Nova, navigano altre sette persone di diversa nazionalità, americana, inglese, francese e portoghese. Un gruppo multiculturale molto affiatato, ma costretto dallo scoppio della pandemia a dividersi lungo il tragitto. La rotta, raddoppiata pur di evitare la pirateria somala e la guerra in Yemen, prevede l’attraversamento dell’oceano Atlantico, passando dalle Canarie fino alla costa panamense e al Messico, tre tappe con altrettante performance rivolte a un pubblico inedito.

Filastine e Nova hanno fatto tre performance alle Canarie, a Panama e in Messico, prima dello scoppio della pandemia
Performance dal vivo di Filastine e Nova © Nik Gaffney

Il lockdown di Filastine nell’oceano Pacifico

A fine febbraio, mentre Nova prende un volo dal Messico per l’Indonesia dove prova ad avviare – inizialmente senza successo – le pratiche di ingresso via mare del resto dell’equipaggio, il veliero inizia ad affrontare il Pacifico in direzione delle Hawaii. Il gruppo è già a conoscenza del problema Covid-19, ma non immagina che in quel momento ogni paese, isola e porto del pianeta stia chiudendo i confini. Il lockdown globale è ancora più problematico per l’equipaggio dell’Arka Kinari, dove i passaporti parlano lingue differenti.

Per quattro mesi, da marzo a giugno, l’imbarcazione rimane in mezzo all’oceano senza alcuna possibilità di approdo. Accesso negato, nonostante numerosi negoziati con gli uffici immigrazione, alle isole Hawaii, alle Marshall, a Kiribati, a Palau e in tutti gli Stati insulari della Micronesia. Nessuna risposta dall’atollo Johnston e da altri siti più o meno deserti, usati dagli Stati Uniti per le sperimentazioni nucleari o come discariche di armi chimiche. Le provviste di cibo in scatola iniziano a scarseggiare, la pesca è incerta e la stagione dei tifoni si avvicina. È una lotta contro il tempo. Non è possibile tornare indietro per via delle correnti e dei venti. Filastine e i suoi compagni di viaggio affrontano giornate di solitudine e sopravvivenza, aggrappati alla speranza, a lenti collegamenti satellitari e a un iPhone, dopo il guasto al sistema di navigazione.

A giugno le provviste di cibo in scatola dell'Arka Kinari scarseggiano e la pesca è incerta
Il marinaio Willard tenta la pesca su un atollo del Pacifico © Grey Filastine

Il permesso a Guam e l’arrivo in Indonesia

Il 30 giugno l’Arka Kinari ottiene finalmente il permesso di ormeggiare a Guam, nell’arcipelago statunitense delle Marianne, dove sosta per quaranta giorni. Nei due mesi successivi il viaggio prosegue fino a Sorong, in Papua Nuova Guinea, per poi terminare a Bali, dove si interrompe per la stagione delle piogge. Abbiamo approfittato di questa sosta, dopo un anno avventuroso, per intervistare Grey Filastine e farci raccontare in prima persona com’è andata.

Come è nato il progetto Arka Kinari?
Il nostro ultimo album e serie di performance live si intitola Drapetomania: an emergency exit from the anthropocene. L’Arka Kinari è quell’uscita di emergenza. È anche una scappatoia dalle strutture commerciali dell’industria musicale, che non sono mai state adatte alla nostra arte o alle nostre ambizioni. Il progetto di viaggiare in barca ci ha convinto in parte per l’idea romantica del mare, in parte come risposta a una domanda che ci siamo sempre posti: come possono gli artisti itineranti lavorare in giro per il mondo senza consumare così tanto combustibile fossile? Volevamo fare qualcosa di audace e simbolico, ma anche di pratico e reale. Fondamentalmente, per far coincidere il nostro messaggio con il metodo, il fine con il mezzo.

L'equipaggio dell'Arka Kinari cerca cibo su un atollo sperduto
La velista Claire Fauset a caccia di cibo su un atollo deserto © Grey Filastine

Quanto ha infierito la pandemia sul progetto?
Quando è stata dichiarata la pandemia, quasi tutti i confini del mondo sono stati chiusi, limitando ogni movimento. Gran parte delle persone ha vissuto il lockdown sul posto, all’interno di un Paese, nelle proprie case. Noi, invece, siamo stati colti nel mezzo del Pacifico, fuori dalla civiltà. Gli ultimi mesi sono stati impegnativi e insicuri per tutti, ma per noi in maniera unica, perché siamo stati costretti a muoverci il più lentamente possibile attraverso l’oceano alla ricerca di isole disabitate.

Incredibile…
Potrebbe sembrare idilliaco e a volte lo era, ma altre volte è stato rischioso e spaventoso. Siamo potuti entrare in Indonesia soltanto dopo mesi di negoziati da parte del team che già si trovava lì. L’Arka Kinari è stata progettata come esempio di resilienza e metodi alternativi per scoprire la cultura in un mondo trasformato, ma non sapevamo che sarebbe successo così presto. Abbiamo accidentalmente costruito qualcosa che può continuare a portarci in tour per esibirci anche durante queste nuove circostanze. Siamo un piccolo mondo in quarantena che non ha bisogno di transitare per aeroporti, stazioni di servizio, taxi, autobus. Suoniamo per il pubblico nei porti all’aperto, dove c’è molto spazio per le distanze sociali. Quindi per noi, come per tutti, la pandemia è stata dispendiosa, difficile e pericolosa, ma con una strana svolta alla fine: a differenza di tutti gli altri, possiamo ancora muoverci e adempiere alla nostra missione.

Adesso siete fermi a Bali. Quali sono stati i momenti più gioiosi e quelli peggiori vissuti durante questa avventura?
Bali non è la nostra destinazione finale, solo una pausa durante la stagione delle piogge. Essendo vicino al centro dell’arcipelago, è il luogo più comodo per le riparazioni e i cambi di equipaggio. Sull’Arka Kinari ho vissuto i momenti migliori e peggiori della mia vita. I peggiori sono facili da identificare, anche se fatico a parlarne. Posso condividere alcune delle sfide “più semplici”: la nave e la mia fiducia sono state gravemente danneggiate da una tempesta nel Golfo di Biscaglia all’inizio del viaggio; siamo stati quasi investiti da una nave portacontainer in Colombia; l’Arka è stata sul punto di essere sequestrata dall’agenzia doganale messicana; ci è stata negata l’assistenza o il rifornimento da molte nazioni insulari del Pacifico. I momenti più felici li sto ancora elaborando. Penso alla cerimonia di benvenuto, come se fossimo eroi, che abbiamo ricevuto in Indonesia, con tappeti rossi, processioni di ballerini e tamburi, petali di fiori sparsi sul nostro cammino. Ma quei cerimoniali così intensi sono più surreali (o iperreali) che gioiosi. La felicità arriva in modo sottile. Penso che per tutti noi, durante la lunga traversata del Pacifico, la felicità venisse spesso durante le nostre veglie notturne in solitaria. Nei turni individuali di notte, per due ore si rimaneva da soli con le stelle, la luna, la scintillante bioluminescenza generata dall’onda di prua, il vento, la temperatura: era come una ASMR (risposta sensoriale apicale autonoma, ndr), la migliore circostanza possibile in cui ascoltare musica o semplicemente meditare.

Filastine e i suoi compagni di viaggio documentano le isole di plastica nel Pacifico
Rifiuti nelle isole più remote dell’oceano Pacifico © Grey Filastine

Quanti rifiuti di plastica hai visto attraversando l’Atlantico e il Pacifico, anche nelle isole più remote degli oceani?
Purtroppo posso confermare le voci, che le isole più remote della Terra sono disseminate di detriti di plastica. Gli oggetti sono bizzarri e surreali per la mancanza di contesto, come un’unica scarpa Crocs, una testa di bambola deformata dal sole, formazioni di arcobaleni di tappi di bottiglia luminosi. C’era così tanta spazzatura sparsa su queste isole che abbiamo inventato un passatempo per raccoglierla e raggrupparla in modo creativo, trasformando l’inquinamento in arte. L’Arka non è abbastanza grande per trasportare tutti quei rifiuti alla civiltà, che non troverebbe comunque un posto dove accoglierli. La nostra rotta ha evitato i principali vortici oceanici e le zone di convergenza di materie plastiche in alto mare, ma ci è capitato di attraversarne una nell’area appena a nord dell’equatore. Era un’enorme chiazza di immondizia. Per oltrepassarla abbiamo impiegato mezza giornata di navigazione.

Momenti tranquilli a bordo dell'Arka Kinari
Vita di bordo con Sarah Payne, Ben Blankenship e Claire Fauset © Grey Filastine

Cosa dovrebbe fare l’uomo per sopravvivere ai disastri dei cambiamenti climatici?
Idealmente, noi umani dovremmo abbandonare il modello estrattivista, ridurre i consumi e abbassare lentamente i numeri. Ma è improbabile, dal momento che amiamo comprare schifezze e continuiamo a crescere demograficamente senza una distribuzione equa delle risorse. Il miglior piano possibile, dunque, è la resilienza. Non la resilienza individuale “survivalista”, bisogna costruire culture di resilienza basate sulla solidarietà. Semmai, la pandemia avrebbe dovuto insegnarci che la semplice sopravvivenza non è sufficiente, dobbiamo prosperare per rendere la vita degna di essere vissuta e non prosperiamo da soli.

La crew dell'Arka Kinari affronta una tempesta
Oceano in tempesta © Grey Filastine

Quali sono le energie alternative più efficaci da utilizzare ora e nel futuro prossimo?
La tecnologia è disponibile e le possibilità sono ben documentate. Non basta cambiare le nostre scelte personali, lo stile di vita dei consumatori, istallare pannelli solari sui tetti. Sono cose ammirevoli da fare e danno il buon esempio, ma alla fine non possiamo sbloccare la situazione senza un profondo cambiamento sistemico. Per usare una metafora tecnologica, viviamo all’interno di un sistema operativo disfunzionale, dove gli aggiornamenti possono essere utili per cavarsela a breve termine, ma alla fine dobbiamo strappare il codice difettoso alla radice. Molti chiamerebbero questo schifoso sistema operativo capitalismo. La radice del problema è molto più antica e profonda, emerge con l’idea dell’eccezionalismo umano, il nostro complesso divino, quando siamo passati dall’essere una parte della natura alla convinzione di essere degli dei e tutto il resto esiste solo per servirci.

Nova a prua con due ospiti pennuti
Nova Ruth osserva due ospiti pennuti a prua © Grey Filastine

Che differenze trovi tra i movimenti di protesta no global alla fine degli anni ’90 e quelli di oggi, come Greta Thunberg, Fridays For Future, Black Lives Matter?
Nel mezzo abbiamo anche avuto il massiccio movimento globale del 2011, con le rivolte collegate e ispirate alle “primavere arabe”, 15-M (Indignados, ndr), Occupy Wall Street, movimenti in Grecia, Turchia, Brasile e altri. I movimenti di protesta globali sono come le cicale, restano sottoterra per un periodo di letargo e poi emergono una volta ogni dieci anni per fare un gran rumore. È un rumore che piega l’arco della storia verso la giustizia, ma è un lavoro lento e frammentario. Ogni generazione dà il cento per cento, assumendosi rischi e facendo sacrifici per piccoli guadagni. Ma è in corso un pericoloso contrattacco, stiamo per piombare in una nuova epoca oscura, con populisti ed estremisti religiosi in aumento.

Note di Filastine sul diario di bordo con le prime notizie sulla pandemia
Notizie sulla pandemia nel diario di bordo © Grey Filastine

Vivere a lungo in uno spazio limitato come quello di una barca, con un team internazionale, è una sorta di esperimento su piccola scala di un mondo globalizzato?
A noi di sinistra piace insistere sul fatto che un mix culturale diversificato è sempre migliore, ma la verità è che ci sono vantaggi e svantaggi nel mescolare persone di culture diverse. Un background linguistico e culturale uniforme rende molte attività più facili e i risultati prevedibili. Al contrario, un insieme eterogeneo di persone avrà più attriti, ma genererà modi di pensare ibridi, pidgin linguistici, nuovo cibo e, cosa più importante nel mio lavoro, nuova musica. I fascisti, i pigri e molte persone anziane preferiscono il primo, io preferisco il secondo.

Come percepivi il mondo prima della pandemia e come lo vedi adesso, dal punto di vista umano e artistico?
Onestamente non sono molto sorpreso. La mia percezione è sempre quella di un pianeta in pericolo. Alla distruzione degli ecosistemi, le carestie, la scarsità di risorse, le migrazioni di massa, si è aggiunto un virus. Per fortuna siamo creature resilienti, possiamo adattarci e normalizzare qualsiasi cosa, anche rimanere rinchiusi nelle nostre case per mesi. Come sempre, possiamo reagire con compassione o egoismo. Abbiamo assistito a un aumento di entrambe le risposte, che ha creato un divario politico ancora più ampio, più visibilmente nei luoghi in cui le persone sono scarsamente istruite come l’America. Mi sono sacrificato per lanciare l’Arka Kinari, perché il lavoro logistico e fisico per realizzare un simile progetto mi ha portato via anni di sforzi che normalmente sarebbero stati necessari per produrre musica o video, ma credo di aver preso la giusta decisione.

Quattro mesi di isolamento forzato nel Pacifico per L'Arka di Filastine
L’Arka Kinari nascosta su un atollo del Pacifico © Grey Filastine

Quanto è cambiato il tuo gusto musicale durante il viaggio?
Lunghi periodi di isolamento in mare e l’atmosfera data dalla pandemia hanno completamente trasformato il mio ascolto e sembra che non sia il solo. La maggior parte della musica elettronica e dell’hip hop, qualunque genere abbia ritmo e spavalderia, praticamente qualunque cosa suonassi prima nei miei djset, adesso la trovo inascoltabile. Le strutture delle canzoni pop le sento grossolane, o anche ingenuamente “pre-covid”. Ora preferisco composizioni di lunga durata, classiche (occidentali o indiane), qawwali, ma anche avant-garde, minimaliste o noise-ambient. Non so cosa finirò per fare musicalmente nei prossimi anni, se esibirmi o fare il dj, e se ci sarà un pubblico per qualunque strana forma che la mia musica assumerà.

 

Dove andrete dopo la stagione delle piogge?
In primavera riprenderemo la nostra missione, porteremo in giro il nostro spettacolo con l’Arka Kinari e terremo seminari. Il 2021 sarà interamente nelle acque dell’Indonesia, ma nel 2022 potremmo raggiungere altri Paesi della regione Asia-Pacifico. Non c’è una destinazione finale, semmai dovessimo tornare in Europa forse finiremmo il progetto nel Mediterraneo, e allora magari vivrei di nuovo a Barcellona. Ma potrebbero volerci anni.

Quali lezioni hai imparato da questa esperienza?
Bisogna decelerare. Prendersi il tempo per fare cose di qualità. La natura ha l’ultima parola.

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