L’80 per cento della popolazione a rischio carestia nel mondo si trova a Gaza

La crisi alimentare in corso nella Striscia di Gaza è senza precedenti per diffusione, gravità e velocità. Mezzo milione di persone è a rischio carestia.

  • L’assedio totale di Israele ha interrotto l’arrivo di alimenti mentre la guerra ha messo fuori uso la capacità produttiva dei palestinesi.
  • Il 90 per cento della popolazione della Striscia di Gaza si trova in stato di crisi alimentare e il 25% è a rischio carestia.
  • Per l’Onu, Israele sta usando il cibo come arma contro il popolo palestinese.

La situazione alimentare nella Striscia di Gaza è catastrofica e non ha precedenti nella storia recente. Il World food programme, agenzia dell’Onu, ha lanciato l’allarme sul fatto che il 90 per cento della popolazione palestinese di Gaza, oltre due milioni di persone, si trova in uno stato di grave insicurezza alimentare. A incidere in questo senso la pesante campagna di bombardamenti di Israele sul territorio e l’imposizione dell’assedio totale, che ha bloccato la circolazione di cibo, fatto impennare i prezzi e messo fuori uso le strutture sanitarie.

Secondo gli esperti dei diritti umani delle Nazioni Unite, gli abitanti di Gaza ora costituiscono l’80 per cento di tutte le persone che affrontano un rischio carestia nel mondo, segnando una crisi umanitaria senza precedenti.

Gaza
La crisi alimentare nella Striscia di Gaza © Majdi Fathi/NurPhoto via Getty Images

100 giorni di offensiva israeliana

Il 9 ottobre Israele ha imposto sulla Striscia di Gaza un assedio totale, cioè il blocco dell’ingresso di beni di prima necessità, tra cui cibo, acqua, medicinali e carburante. Nel mentre ha intensificato la sua campagna di bombardamenti sul territorio, accompagnata da un’invasione via terra. A 100 giorni dall’inizio dell’offensiva del 7 ottobre, i morti palestinesi sfiorano quota 25mila, di cui circa il 40 per cento bambini. Gli attacchi israeliani hanno ucciso finora 76 giornalisti, 152 membri dello staff Onu e più di 600 operatori sanitari.

Nella Striscia di Gaza è in corso una tragedia umanitaria senza precedenti. Circa l’85 per cento della popolazione si trova sfollata nel sud del territorio, dopo gli ordini di Israele di evacuare il nord e spostarsi al confine con l’Egitto. Anche qui però si stanno intensificando i bombardamenti e la popolazione si trova di fatto in trappola. Circa la metà degli edifici nella Striscia è pesantemente danneggiato o distrutto. 21 ospedali su 36 sono fuori uso per effetto dei raid israeliani e dell’assenza di carburante dovuto all’assedio totale. E a tutto questo si aggiunge il problema alimentare.

La crisi alimentare a Gaza

Nella Striscia di Gaza il cibo scarseggia. E sono tanti gli elementi alla base di questa emergenza. L’assedio totale imposto da oltre tre mesi ha bloccato l’importazione di cibo e acqua. Ogni tanto Israele permette l’ingresso di camion con aiuti umanitari, ma l’offerta è totalmente insufficiente rispetto alla domanda: per rendersi conto è sufficiente vedere le immagini delle scorse ore di un camion con aiuti umanitari preso d’assalto da migliaia di persone su una spiaggia della Striscia. La quasi totalità degli aiuti va poi nel sud di Gaza, ma a nord ci sono ancora decine di migliaia di persone in un territorio distrutto e tagliate fuori da ogni forma di assistenza.

La crisi alimentare è dovuta anche al fatto che in assenza di cibo, il poco che c’è costa tantissimo. Come ha sottolineato Arif Husain del World food programme, perfino le classi medio-alte della Striscia di Gaza non possono permetterselo. La metà delle abitazioni è poi danneggiata o pesantemente distrutta, un dato che nel nord di Gaza è ancora più alto. Per la popolazione, che all’85 per cento è internamente sfollata, non c’è modo di cucinare. La guerra ha anche compromesso le capacità agricole e di pesca del popolo palestinese. Il 22 per cento dei terreni agricoli sono stati distrutti dai bombardamenti e dall’invasione di terra israeliana. Circa il 70 per cento della flotta di pesca palestinese è andata persa. Dei 29 forni con cui lavora il World food programme a Gaza, solo uno è ancora funzionante

La peggior carestia del mondo

Come ha spiegato Arif Husain del World food programme al giornale statunitense New Yorker, quello che sta succedendo nella Striscia di Gaza è unico. In primo luogo per la scala, perché riguarda l’intera popolazione di un intero luogo. In secondo luogo per la gravità. In terzo luogo, per la velocità con cui tutto ciò sta accadendo. “In vita mia non ho mai visto nulla di simile”, ha ammesso Husain.

Secondo l’agenzia Onu, circa il 90 per cento della popolazione della Striscia di Gaza, cioè oltre due milioni di  persone, si trova in stato di crisi alimentare ma in generale tutti i 2,3 milioni di abitanti sono in una condizione di rischio, soprattutto nei mesi a venire. Metà della popolazione si trova già in una situazione di urgenza in termini di insicurezza alimentare, mentre un quarto della popolazione, cioè 577mila persone, si trovano in una situazione alimentare catastrofica, quella che viene chiamata rischio carestia. Uno stato in cui in tutto il mondo si trovano poco più di 700mila persone, che significa un dato drammatico: l’80 per cento delle persone nel mondo attualmente a rischio carestia sono palestinesi della Striscia di Gaza.

Come ha sottolineato l’Ufficio delle Nazioni Unite per gli affari umanitari (Ocha), la crisi riguarda anche i bambini, il futuro del territorio. Tutti i bambini sotto i cinque anni, cioè oltre 300mila persone, sono a rischio grave malnutrizione e questa può avere conseguenze sulla loro crescita a causa di danni fisici e cognitivi irreparabili. “Israele sta distruggendo il sistema alimentare di Gaza e sta usando il cibo come arma contro il popolo palestinese”, denuncia l’agenzia Onu. Che parla anche di rischio genocidio in corso, lanciando un segnale a quanto in corso nelle aule del tribunale della Corte internazionale di giustizia dell’Aja. Dove la scorsa settimana sono iniziate le udienze per l’accusa proprio di genocidio contro Israele, presentata dal Sudafrica e sostenuta da sempre più attori della comunità internazionale. Ultima la Slovenia, primo stato europeo a schierarsi in questa direzione.

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