Il Consiglio di Sicurezza dell’Onu ha approvato il piano di Trump per la Striscia di Gaza

La risoluzione dell’Onu su Gaza prevede l’invio di truppe internazionali e il disarmo di Hamas. Ma la strada è subito in salita.

Il Consiglio di Sicurezza dell’Onu ha approvato il piano per la pace nella Striscia di Gaza promosso da Donald Trump. Con 13 voti a favore e due astensioni, quelle di Russia e Cina, il cessate il fuoco nel territorio palestinese, violato quasi 200 volte in questo primo mese da Israele, si appresta quindi a entrare nella sua “fase due”. Come stabilisce la risoluzione, questa prevede tra le altre cose l’invio di una Forza di stabilizzazione internazionale a Gaza, la creazione di un Consiglio di pace presieduto da Trump e di un comitato tecnico palestinese, il disarmo di Hamas e, in fase successive e se l’iter dovesse procedere bene, la possibile formazione di uno Stato palestinese

La risoluzione è molto generica sulle sue modalità di applicazione ed è inoltre osteggiata tanto da Israele quanto da Hamas.

Il voto all’Onu

Il Consiglio di Sicurezza dell’Onu, l’unico organo che prende decisioni vincolanti, nella giornata di lunedì 17 novembre è stato chiamato a votare sulla risoluzione redatta dagli Stati Uniti per il futuro della Striscia di Gaza. Nei mesi scorsi il presidente statunitense Donald Trump aveva presentato il suo piano in venti punti per il territorio palestinese e a inizio ottobre era stata approvata la “fase uno”, basata sul cessate il fuoco, lo scambio di ostaggi israeliani e palestinesi, l’ingresso di aiuti umanitari nella Striscia e il ritiro parziale delle truppe israeliane.

In questo mese abbondante di cessate il fuoco l’esercito israeliano lo ha violato quasi 200 volte, uccidendo centinaia di palestinesi. Nel frattempo però è stato dato il via libera alla “fase due” del piano statunitense, con l’approvazione della risoluzione al Consiglio di Sicurezza dell’Onu con 13 voti favorevoli e l’astensione di Russia e Cina.

Cosa prevede la risoluzione su Gaza

La risoluzione prevede la creazione di una Forza di stabilizzazione internazionale, cogestita da Egitto e Israele, che andrà a operare a Gaza e contribuirà al disarmo di Hamas, che a sua volta smetterebbe quindi di esercitare il suo potere militare sul territorio palestinese. Una volta che questa forza si sarà insediata e avrà il controllo della situazione, le truppe israeliane, che oggi occupano ancora più del 50 per cento della Striscia di Gaza, potranno ritirarsi definitivamente.

Il testo prevede anche la creazione di un Consiglio di pace, una sorta di governo di transizione presieduto da Donald Trump, che si occuperà della gestione degli aiuti umanitari e di organizzare la ricostruzione. Inoltre è previsto l’addestramento di una nuova polizia indipendente che si occupi dell’ordine pubblico togliendo quindi questa mansione ad Hamas. Dovrebbe poi essere creato un Comitato tecnico composto da palestinesi della Striscia di Gaza e incaricato di portare avanti le questioni politico-amministrative quotidiane. 

Verso uno Stato palestinese?

La risoluzione approvata dal Consiglio di Sicurezza dell’Onu arriva dopo un genocidio di oltre due anni e segna una nuova fase per la Striscia di Gaza. Ma il suo contenuto è molto generico e non ci sono dettagli su come ognuno dei punti stabiliti possa essere effettivamente messo in pratica, elemento che lascia parecchia discrezionalità nell’azione di chi si occuperà di gestire politicamente e militarmente il territorio. 

Molto generico è anche il riferimento alla possibile creazione di uno Stato palestinese. Questa parte non era presente nel testo originario del piano statunitense ed è stata fortemente osteggiata dal governo israeliano, ma è stata inserita per ottenere il sostegno dei paesi arabi e di alcuni di quelli europei. La risoluzione stabilisce che se l’Autorità nazionale palestinese, che governa la Cisgiordania, avvierà un processo riformista e interno e se le varie tappe fissate dalla risoluzione stessa dovrebbero procedere al meglio, a quel punto si potrà iniziare a parlare dell’instaurazione di uno Stato palestinese. Una prospettiva vuota e priva di riferimenti concreti che allontana quindi questo obiettivo.

Il premier israeliano Benjamin Netanyahu inizialmente aveva dato il suo sostegno alla proposta statunitense ma poche ore prima del voto sulla risoluzione ha fatto marcia indietro. Decisiva in questo senso la presa di posizione dell’ala più estremista del governo e la volontà di non scontentarla. Anche Hamas si è opposto alla risoluzione, rifiutando il disarmo e dichiarando che il testo “impone un meccanismo di tutela internazionale sulla Striscia di Gaza, che il nostro popolo e le sue fazioni rifiutano”. La strada della “fase due” del piano di pace su Gaza parte quindi subito in salita.

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