Il passaporto del Giappone è il più forte, la Covid-19 affossa quello americano

Il Giappone è primo nella classifica 2020 sulla potenza dei passaporti, quarta l’Italia. Usa e Regno Unito stanno invece vivendo una crisi in questo senso.

Il Giappone si afferma come il paese che apre più frontiere ai suoi cittadini grazie al suo passaporto, seguito da Singapore. L’Italia si piazza al quarto posto, dietro solo alla Germania per quanto riguarda l’Europa. Ma la vera notizia è che passaporti apparentementi fortissimi, come quello britannico e degli Stati Uniti, si posizionano nelle retrovie. C’entra la pandemia da Covid-19, ma non solo. È quanto emerge dall’Henley passport index 2020, la classifica annuale sui passaporti più forti del mondo pubblicata dalla società Henley & Partners.

L’indice di potenza dei passaporti

L’Henley passport index ogni anno utilizza i dati provenienti dall’Autority internazionale del trasporto aereo (Iata) per classificare la libertà di movimento data da ogni stato ai suoi cittadini. Nella profilazione viene dato il punteggio di uno per ogni destinazione che non richiede alcun tipo di visto di ingresso, o una semplice pratica di visto all’arrivo. Quando invece la procedura è più lunga e antecedente al viaggio, con la burocrazia da muovere e il passaggio dai consolati, il punteggio resta a zero.

Con il passaporto del Giappone nel 2020 si può entrare senza visto o con visto all’arrivo in ben 191 paesi su 227 analizzati. Singapore, al secondo posto, garantisce piena libertà di movimento verso 190 destinazioni. Germania e Corea del sud, al terzo posto, non richiedono visti particolari per 189 paesi, mentre l’Italia al quarto posto si ferma a 188 destinazioni. All’ultimo posto di questa speciale classifica si trova nel 2020 l’Afghanistan, che consente ai suoi cittadini di muoversi liberamente solo verso 26 paesi.

C’è una tendenza alla crescita costante di questi numeri, anno dopo anno. Nel 2006 in media si poteva viaggiare verso poco più di una cinquantina di paesi senza bisogno del visto, oggi le destinazioni libere sono aumentate un po’ per tutti, fino a una media superiore a cento. A influire, i numerosi accordi bilaterali firmati tra paesi, le nuove rotte del commercio e la scommessa sul turismo di alcune economie in via di sviluppo. Eppure, in questo clima roseo si sono intromesse ultimamente una serie di variabili negative in termini di circolazione. I sovranismi, la Brexit e, più recentemente, la pandemia di Covid-19.

Contro la libera circolazione

Qualche anno fa il Regno Unito deteneva il primo posto in Europa nell’Henley passport index. Poi è successo qualcosa: la Brexit, ma anche successivamente la nomina a primo ministro del sovranista Boris Johnson. La libertà di movimento per i cittadini britannici è andata peggiorando negli ultimi tempi, una serie di convenzioni del paese con gli stati extracomunitari sono venute meno ora che Londra ha detto addio all’Unione europea e il blocco alle frontiere di alcuni scienziati asiatici e africani che dovevano partecipare a una serie di conferenze in terra inglese sono la fotografia di un paese che oggi è solo al settimo posto quando si parla di potenza del proprio passaporto.

Il muro tra Usa e Messico a Tijuana
Il muro tra Usa e Messico a Tijuana © Mario Tama/Getty Images

Chi non se la passa meglio sono gli Stati Uniti. Il paese governato da Donald Trump si è chiuso a riccio davanti ad alcuni paesi mediorientali e africani, i muri hanno sostituito i confini invisibili e la conseguenza è che anche per un americano, di riflesso, oggi è più difficile recarsi in quegli stessi posti. Il sovranismo trumpiano non ha permesso al passaporto degli Stati Uniti di accrescere la sua potenza in termini di libertà di movimento, con un settimo posto (a pari merito con il Regno Unito) che appare incoerente con la potenza americana. Ma la situazione reale è ben peggiore di quel che racconta la classifica.

Il passaporto Usa ai tempi del Covid-19

L’Henley passport index 2020 non tiene conto delle limitazioni agli spostamenti transnazionali imposte dalla pandemia di Covid-19 in corso. Questo perché si tratta di misure temporanee, che cambiano di settimana in settimana e che dunque non danno una stima reale della potenza a lungo termine di un passaporto. A voler introdurre questa variabile, però, a uscirne con le ossa rotte sarebbero più di tutti i cittadini americani. Oggi, con il passaporto Usa, si può fare molto poco.

Qualche giorno fa cinque facoltosi cittadini Usa si sono recati in Sardegna con un jet privato. Le autorità italiane non hanno permesso loro di stazionare sull’isola e sono così dovuti tornare indietro. Gli Stati Uniti, in effetti, non figurano nel blocco di paesi a cui l’Unione europea ha aperto le frontiere a inizio luglio. Questo perché oggi Washington non è solo la capitale della maggiore potenza mondiale, ma anche del paese dove il nuovo coronavirus è fuori controllo. Come ha scritto il New York Times, “il passaporto americano è stato a lungo visto come un biglietto d’oro per viaggiare senza visto in gran parte del mondo, dando ai suoi possessori la possibilità di trotterellare per il pianeta con facilità. Ora, quel senso di privilegio del passaporto a cui sono abituati gli americani sta svanendo”.

Come hanno sottolineato dalla società Henley & Partners, in effetti, al momento il passaporto Usa permette la libertà di circolazione verso solo 150 paesi, al pari di stati come Messico e Uruguay. In una sorta di legge del contrappasso, sui cittadini Usa si sta abbattendo la scure delle limitazioni all’ingresso che il paese ha fino a oggi imposto a decine di stati del mondo. “La pandemia ha mostrato agli americani ciò che il resto del mondo già sapeva sulla funzione principale della nazionalità”, ha spiegato Dimitry Kochenov, creatore di un altro indice sulla potenza dei passaporti, il Quality of nationality index.

La Covid-19, ma prima di essa il sovranismo e prima ancora le guerre e via dicendo, hanno ridisegnato i confini del mondo, non solo nel senso che ne hanno creati di nuovi, ma anche che hanno cambiato il significato di quelli preesistenti. Tra le vittime di oggi ci sono i privilegiati di ieri, come gli Stati Uniti. A dimostrazione di come le frontiere e la loro potenza non siano mai date una volta per tutte. E che nessuno è al sicuro.

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