Cooperazione internazionale

Giulio Piscitelli. Vi racconto i miei 7 anni sulle rotte dei migranti

Il fotografo Giulio Piscitelli racconta le immagini della mostra “Harraga. In viaggio bruciando le frontiere”, al Forma Meravigli di Milano fino al 24 marzo.

“Non avevo pianificato di fotografare i migranti, ma in ogni viaggio li incontravo. Erano loro a venire verso di me”. Il destino del fotogiornalista Giulio Piscitelli è quello dei curiosi e di chi osserva senza filtri ideologici. A soli 35 anni ha realizzato per Contrasto il libro e la mostra Harraga. In viaggio bruciando le frontiere che si potrà visitare al Forma Meravigli di Milano fino al 24 marzo. Lui stesso sottolinea che protagonisti di questo lavoro, frutto di sette anni di spostamenti, sono i bambini, le donne e gli uomini che fuggono dalla povertà e dalla guerra, attraverso le rotte africane e balcaniche, con il sogno dell’Europa. A loro dedica la vittoria del Premio Ponchielli 2016, istituito in memoria del primo photoeditor italiano, Amilcare Ponchielli.

Piscitelli, un autodidatta dentro la notizia con discrezione

“Dopo la laurea in Scienze della comunicazione, non pensavo di fare il fotografo”, racconta Piscitelli, senza nascondere un filo di tensione tra scatoloni e quadri da appendere alla vigilia dell’inaugurazione milanese. “Il bisogno di capire mi ha spinto a scattare. Sono un autodidatta, che poi si è messo a studiare. Nel 2010 volevo indagare l’elevatissimo inquinamento che ammala la popolazione del Kosovo, ma tornai con tante foto e nessuna storia. Mancava una struttura. Mi sono formato sul campo, anche se è importante avere nozioni tecniche e giornalistiche”.

Piscitelli, nato a Napoli nel 1981, è conosciuto per essersi imbarcato con i migranti nel mar Mediterraneo, pagando come loro un trafficante (passeur) e rischiando la vita. “Tutti mi chiedono di questa vicenda. Volevano che andassi in televisione a raccontare la mia personale esperienza, però ho rifiutato. Io non voglio raccontare me stesso. Voglio raccontare loro!”, dice indicando l’immagine della barca stipata di giovani tunisini: centoventi uomini in dieci metri.

Con i migranti, Piscitelli “harraga”, termine arabo e metaforico per nominare l’atto di chi “brucia le frontiere, ovvero le attraversa, scavalca e sogna ardentemente”. Scatta nel deserto del Sahara, nelle prigioni libiche finanziate dall’Unione europea, davanti ai muri eretti appositamente contro gli esuli come quello di Melilla (Spagna) e Idomeni (Grecia), nella ventennale tendopoli di Calais, in Francia, da poco smantellata, sulle rive delle isole greche e di Lampedusa dove lui stesso è sbarcato, nel cuore delle guerre in Iraq e Siria, che obbligano centinaia di migliaia di persone ad abbandonare le loro case. La disperazione dei volti e le corse nelle città bombardate ricordano quelle dei nostri nonni e bisnonni durante la Seconda guerra mondiale.

“Garantiamo il diritto civile a viaggiare”

Il dolore è il filo rosso di questo racconto a colori spesso accesi, forse per non dimenticare che a soffrire sono esseri umani estremamente vivi e coraggiosi. Il libro edito da Contrasto arricchisce il punto di vista del fotografo. Con una scrittura limpida e l’aiuto delle mappe di Philippe Rekacewicz, noto cartografo del mensile francese Le Monde Diplomatique, Piscitelli riesce a riassumere il fenomeno contemporaneo delle migrazioni. Ci parla di diritti umani e civili violati con il beneplacito delle autorità, di crimini – come quello del traffico di esseri umani – che non esisterebbero senza un preciso contesto, di inverni arabi piuttosto che di primavere, di un approccio europeo reiterato seppur fallimentare.

“Eppure c’è una soluzione”, dichiara calmo, prima di tornare all’allestimento. “Offrire ai migranti, senza più considerarli irregolari o clandestini, un documento di viaggio temporaneo ma di lungo periodo. Le persone non rimarrebbero più bloccate come a Calais. Potrebbero viaggiare, lavorare e non finire nell’illegalità e nel disagio. Il populismo perderebbe terreno”. Rivoluzionario? Semplicistico? Assolutamente no per chi sta dentro la notizia, percorrendone i sentieri più reconditi, con discrezione.

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