Il movimento per il clima è sempre più universale. E si è riunito a San Francisco

La conferenza sul clima a San Francisco è stata qualcosa di diverso: un “acceleratore” di impegni, il ritrovarsi della società che si sente coinvolta, ma si credeva perduta. L’editoriale di Caterina Sarfatti sul Global climate action summit.

Mi piace pensare che non sia un caso che il Global climate action summit (Gcas) si sia tenuto di fianco ad una grande mostra di René Magritte ospitata dal Moma di San Francisco. Come il famoso quadro del pittore surrealista che ritraendo un’elegante pipa marrone scriveva sotto di essa in un indimenticabile corsivo “Ceci n’est pas une pipe”, la conferenza sul clima fortemente voluta da Jerry Brown, governatore della California a fine mandato, non è stata una conferenza. È stata qualcosa di diverso, difficilmente definibile. Uno show da Oscar, un movimento di speranza, una vetrina immeritata, un acceleratore di impegni, una collezione di dati, l’ultimo disperato grido di allarme, una festa, il ritrovarsi della società globale che si pensava perduta. Più verosimilmente, un po’ di tutto questo insieme.

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Il Global Climate Action Summit si è svolto dal 12 al 14 settembre 2018 © Nikki Ritcher Photography

Un messaggio univoco sul clima

Sta di fatto che poco più di una settimana fa al Moscone Centre di San Francisco si sono ritrovati più di quattromila delegati provenienti da ogni angolo del globo e da mondi variegati. Sindaci e presidenti di regione, amministratori delegati di grandi e piccole aziende, dirigenti di organizzazioni non governative, militanti e attivisti, gruppi indigeni, investitori e leader di istituzioni filantropiche, attori di Hollywood e musicisti di fama internazionale. Voci diverse che hanno però mandato un messaggio piuttosto univoco. Esiste un mondo che va ben al di là dell’ambientalismo radical chic come viene ancora oggi dipinto dai suoi detrattori (a meno di non considerare aziende come L’Oreal o Salesforce, i Sindacati dei trasporti o gli indigeni del Sud America come tali) che l’Accordo di Parigi lo sta già mettendo in atto, che è pronto ad assumersi impegni sempre più ambiziosi per ridurre le emissioni climalteranti e per tenere i combustibili fossili al loro posto – cioè sotto terra. Questo mondo non è quello dei governi nazionali, ma è quello che i governi dovrebbero ascoltare per scuotersi dal torpore e agire.

Harrison Ford al Global Climate Action Summit
L’attore Harrison Ford al Global Climate Action Summit © Nikki Ritcher Photography

Come a Hogwarts, “tu-sai-chi” alla Casa Bianca non è mai stato nominato nemmeno una volta, ma chiaramente molti dei messaggi erano indirizzati a lui. Come quando Harrison Ford ha gridato con rabbia di smettere di votare per i leader che fanno finta di non credere alla scienza per i propri interessi personali (“we know who they are, they know who they are”). Oppure, come quando Al Gore ha ricordato che basta una notifica di un nuovo Presidente e in trenta giorni gli Stati Uniti sono di nuovo dentro l’Accordo di Parigi.

Impegni e progetti concreti

Tuttavia, Donald Trump non è stato il centro del summit. Il fulcro sono stati le centinaia di iniziative e nuovi impegni lanciati in poco meno di quarantotto ore. La regola di Brown è stata tassativa: solamente chi ha un impegno o un progetto concreto da comunicare sale sul palco. Cosi è stato per Bill De Blasio che ha annunciato l’investimento del 2 per cento dei fondi pensione della città di New York in soluzioni per la sostenibilità ambientale; oppure per le 29 fondazioni filantropiche che hanno promesso 4 miliardi di dollari nei prossimi cinque anni in progetti e organizzazioni che si occupano di lotta ai cambiamenti climatici (il più grande investimento filantropico mai fatto su questa tema) o per C40 che ha annunciato sono quasi 80 le città impegnate a diventare a zero emissioni entro il 2050, e quindi a mettere in campo politiche e progetti da subito ed entro il 2020, e i suoi sindaci che hanno aderito a dichiarazioni incredibilmente ambiziose su trasporti, edifici, rifiuti e equità. Unici sindaci italiani presenti a San Francisco sono stati Beppe Sala, sindaco di Milano, e Stefania Proietti, sindaca di Assisi.

milano ecosistema urbano
Beppe Sala (Milano) e Stefania Proietti (Assisi) sono stati gli unici sindaci italiani ad aver partecipato al summit di San Francisco © Ingimage

La volontà politica esiste, ed è locale

Dopo l’Accordo di Parigi del 2015, forse il più grande sforzo multilaterale degli ultimi 70 anni, la maggior parte dei governi nazionali si sta sedendo sugli allori di quel successo e – tranne importanti eccezioni – i loro impegni di riduzione delle emissioni ad oggi non rispettano l’Accordo che loro stessi hanno stilato e approvato. Tuttavia, la volontà politica esiste. È innanzitutto locale e può essere sostenuta e rafforzata da un’alleanza potente con attori diversi. Il cambiamento del clima è la sfida del nostro tempo. Ad oggi non la stiamo vincendo (e che in Italia, a prescindere da pochissimi siti, nessuno dei principali quotidiani e nessun politico abbia parlato di questo summit mi getta in un particolare sconforto), ma esiste un movimento sempre più globale e sempre più grande che ci sta provando. Va ascoltato e sostenuto. Il tempo è scaduto.

Le opinioni espresse in questo editoriale rappresentano il punto di vista dell’autore

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