Il gatto nero è un talismano

È un diavoletto da tenersi buono, è il simbolo della notte e, in una lettura psicologica, rispecchia la condizione femminile. La superstizione è sfatata, ma soprattutto è molto meno diffusa di quanto si pensi. Il gatto nero porta fortuna in molte parti del mondo e della storia.

La credenza popolare sui gatti neri che portano sfortuna è erronea

L’erronea credenza popolare che considera i gatti neri come portatori di sfortuna ha origini antiche. Ma non è così, se non per qualche residuo di superstizione, e soprattutto non è mai stato così in varie parti del mondo e nell’arco della nostra storia.

Esistono almeno 22 razze di gatti dal manto totalmente nero, oltre a tutti gli incroci. I gatti con un gene nero dominante sono spesso, ma non sempre, assolutamente neri in apparenza. Cioè, un cucciolo con due genitori in possesso di un gene nero dominante sarà, nella maggior parte dei casi, totalmente nero. Tuttavia, se uno dei due genitori porta con sé un gene rosso recessivo, allora anche il piccolo potrebbe ereditarlo: da qui le sfumature color ruggine di alcuni gatti neri.

Per la sua peculiare bellezza, la capacità di sparire nella notte, l’enigmatico colore nero, i gatti dal manto scuro a tinta unita hanno sempre colpito maggiormente l’immaginario collettivo, gli artisti, gli scrittori e i registi da Edouard Manet a Fernand Leger, da Thèophile-Alexandre Steinlen a Edgar Allan Poe, da Dario Argento fino a Pat Sullivan e Otto Messmer, creatori nel 1919 del primo gatto divo dei cartoon, Felix. Nero, appunto.

Nei paesi anglosassoni il gatto nero è di norma considerato un vero talismano. Gli scozzesi credono che l’arrivo di un gatto nero in casa significhi prosperità. Nella mitologia celtica, una fata nota come Sìth prende la forma di un gatto nero. Inoltre, si ritiene che una ragazza che possiede un gatto nero avrà molti pretendenti. I poteri soprannaturali attribuiti ai gatti neri sono stati spesso visti positivamente, ad esempio dai marinai che “volevano un “gatto della nave” nero perché avrebbe portato fortuna”, come scrive Jonathan Eyers in ‘Don’t Shoot the Albatross!: Nautical Myths and Superstitions’. A volte, le mogli dei pescatori tenevano gatti neri anche a casa, con la speranza che sarebbero in grado di usare la loro influenza per proteggere i loro mariti in mare.

I gatti neri sono considerati benauguranti anche in tutto il Giappone. Nella simbologia islamica sono un animale ambivalente con “sette anime” (seba’aruah). In Birmania e nel Siam vi era la credenza secondo cui, quando un uomo moriva, il suo spirito, prima di andare in cielo, andasse in un gatto fino alla morte fisica del felino.

La persecuzione dei gatti, meno frequente di quanto si pensi

Durante il Medioevo, ci sono stati gatti neri arsi vivi, gettati dalla cima dei castelli o uccisi a vista con l’intento di tenere lontani gli spiriti malevoli. Sì, forse è vero, ma stiamo parlando di qualche decennio. Oppure, quando i Padri pellegrini arrivarono in Massachusetts nel XVII secolo avevano un tale sospetto verso qualsiasi cosa ritenuta di Satana che presero a considerare il gatto nero come suo emissario, e chi veniva sorpreso con un gatto nero poteva essere severamente punito.

Ma, nella millenaria storia di vicinanza, amicizia, reciproco vantaggio o complicità tra gli uomini e i piccoli felini, i periodi di diffidenza e crudeltà sono stati molto meno lunghi e frequenti di quanto si pensi.

La contraddittoria fortuna dei gatti

La vicinanza del piccolo felino alla comunità umana risale dunque ai millenni scorsi, probabilmente favorita dall’abilità nel cacciare animali infestanti, sgraditi all’uomo, come topi, ratti e insetti. È però vero che, in alcuni periodi, la favorevole simbiosi si rovesciò, naturalmente sempre per la superstizione, la crudeltà e la barbarie umana. A un certo punto si diffuse l’idea che per assicurarsi un buon raccolto fosse necessario seppellire nel campo, durante la semina, un gatto nero, oppure spargere le sue ceneri sul campo. Ci fu anche la tradizione di sacrificare un gatto come ringraziamento per il raccolto. Oppure, come detto, furono considerati alleati delle donne a loro volta tacciate di essere delle streghe.

Ma in molte regioni del mondo e in altre culture i gatti sono portatori di fortuna e felicità. In Inghilterra, possedere un gatto nero è come portarsi appresso un talismano. Fare del bene a un gatto nero serva a impedire che il demone in lui possa aduggiarsi: in questo senso, porta fortuna. Nei secoli scorsi, i pirati credevano che tenere a bordo delle loro navi un gatto nero avrebbe propiziato fortunate avventure e ricchi tesori. Accarezzare un gatto nero tre volte è un altro rituale considerato fortunato, così come strappargli l’unico pelo bianco. Nei paesi anglosassoni si è diffusa l’idea che chi riusciva a conquistare la simpatia di una di queste piccole panterine, avrebbe incontrato buona fortuna sul suo cammino. Secondo questa tradizione un gatto nero porterebbe dunque benessere, amore e soldi. Si pensava anche che un gatto nero tenuto in casa, assorbendo le energie negative, le neutralizzasse dando sicurezza e benessere in famiglia. Ne danno ancora testimonianza alcuni proverbi inglesi: “Se un gatto nero viene perduto, mille guai capiteranno alla famiglia”, “Quando il gatto di casa è nero la ragazza senza amore non resterà davvero”, “Bacia il gatto bianco e ti farà magro, bacia il gatto nero e ti farà grasso”.

L’adorazione dei gatti nell’Antico Egitto

Gli Antichi Egizi, si sa, tenevano in grande considerazione questo animale, tanto che lo scelsero per incarnare Bastet, antica divinità della mitologia egizia raffigurata con corpo di donna e testa di gatto. In origine, Bastet era una leonessa. Anche Sekhmet, sorella di Bastet, è raffigurata con parti anatomiche di gatto.

Il gatto condivideva con Bastet la fertilità e la chiaroveggenza, con Sekhmet la preveggenza. Sekhmet, che rappresentava la giustizia e la potenza in guerra, veniva interrogata dai sacerdoti per conoscere i piani del nemico e quindi aiutare i soldati in battaglia.

I gatti erano animali sacri al punto che, se ne veniva ucciso uno, il responsabile doveva essere punito per legge. In caso di incendio o qualsiasi emergenza che richiedeva l’evacuazione di una casa, il gatto doveva essere salvato prima di ogni altro membro della famiglia e degli oggetti che si trovavano nella casa. Quando un gatto moriva, per le persone a lui legate cominciava un periodo di lutto e dovevano rasarsi le sopracciglia.

Dall’Egitto, il fascino simbolico del gatto passò in Grecia e nell’antica Roma, dove fu considerato attributo della dea della caccia Diana. Specialmente quelli neri, li si riteneva forniti di doti magiche.

Il gatto nell’araldica

Il sentimento popolare che attribuisce al gatto un carattere ipocrita contraddice la concezione del gatto come ricorre nell’antica arte araldica. Georg Andreas Bockler scrive nell’Ars Heraldica, 1688:

I gatti rappresentano la libertà perché essi non vogliono essere né presi, né rinchiusi. Il gatto è instancabile e scaltro nel cacciare la sua preda, il che costituisce la dote di un buon soldato. È questo il motivo per cui le antiche famiglie sveve, svizzere e borgognone hanno inserito nei loro emblemi dei gatti, a simboleggiare appunto la libertà.

La notte e il potere mistico dei gatti neri

Dunque, l’origine del culto del potere attribuito ai gatti neri è da ricercarsi nell’antico Egitto. Ma il gatto era anche vicino a un altro culto, quello della dea Iside (Artemide per i Greci e Diana per i Romani), che era la dea della notte, il cui colore era appunto il nero.
La notte è sempre stata per l’umanità una fase di mistero e timore, ma ha anche esercitato una seduzione magica. È il momento in cui non si è vigili, non ci si può difendere, si diventa prede dei sogni e dell’immaginazione e, quindi, vittime di poteri oscuri e misteriosi. Da qui il fascino del gatto nero, che vigila senza esser visto, immaginificamente l’animale più caro alle divinità notturne e loro rappresentante prediletto sulla terra. Un gatto nero nella notte è pressoché invisibile, ma se i suoi occhi incontrano una luce, brillano in modo inquietante.

Per lo psicologo il gatto è l’animale femminile per eccellenza

Interessantissimo il parallelismo tracciato da Ernst Aeppli ne Il sogno e la sua interpretazione (1943).

Il gatto è l’animale femminile per eccellenza, un animale della notte, e come è noto la donna si radica più profondamente nel lato oscuro e indecifrabile dell’esistenza, rispetto alla relativa semplicità maschile.

La conclusione è ovvia: la fama negativa di cui il gatto gode in alcune culture è ricollegabile a un pregiudizio sfavorevole nei confronti della natura femminile.

Comunque, come sa chiunque abbia la fortuna di avere in questo momento un piccolo, caldo felino ronfante accanto a sé, il gatto ha davvero il potere di assorbire e portar via i cattivi pensieri. Con la magia… del pellicciotto e delle fusa.

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