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In India, i ghiacciai dell’Himalaya sono sempre meno in grado di garantire l’acqua necessaria al sistema agricolo. E Nuova Delhi è immersa nell’inquinamento.
I ghiacciai dell’Himalaya che fondono, le terre agricole via via più aride, gli abitanti della capitale costretti a respirare un’aria ricolma di sostanze tossiche: l’India il paese che tra dieci anni potrebbe risultare il più popoloso al mondo, superando la Cina – vive in modo drammatico la realtà dei cambiamenti climatici.
L’agenzia Afp ha riferito le conclusioni di Shakil Ahmad Romshoo, scienziato dell’università del Cachemire che ha studiato gli effetti della crescita della temperatura nella regione himalayana. Qui, almeno due grandi ghiacciai sono scomparsi nel corso degli ultimi cinquant’anni. Altri, hanno visto la loro estensione ridursi del 27 per cento. Un problema gigantesco per una nazione che dipende fortemente da tali risorse per il proprio approvvigionamento idrico: “L’impatto dei cambiamenti climatici è evidente e forte. Abbiamo rilevato un calo significativo dei flussi provenienti dai ghiacciai”.
Per gli agricoltori, le difficoltà non hanno tardato a manifestarsi, tanto da aver spinto molti a rinunciare alle colture di riso, che necessitano di molta acqua. Haji Mohammad Rajab Dar, settantenne, abitante del villaggio di Chandigam, ha spiegato che “la neve in montagna ormai è completamente sciolta già prima di aprile, quando ne abbiamo più bisogno per i nostri campi. Una volta raccoglievo da 230 a 260 sacchi di riso. Quest’anno non ho superato i 90. Siamo rovinati. Condannati a diventare dei mendicanti”.
Nel mese di ottobre, il Dalai Lama ha lanciato un appello in favore della protezione del vicino Tibet, anch’esso colpito fortemente dai cambiamenti climatici: “La Terra è la nostra sola casa – ha spiegato – e il Tibet è il suo tetto. Un terzo polo, vitale tanto quanto lo sono Artico e Antartico”. Nell’immenso altopiano l’incremento registrato delle temperature è due volte più rapido rispetto alla media globale: ciò mette a rischio sette grandi fiumi che alimentano non solo l’India ma anche il Bangladesh, la Cina e altri stati confinanti.
La causa di tutto ciò è legata a filo doppio alle attività antropiche, ed in particolare alla produzione di energia. Ed è proprio a causa della presenza di centrali a carbone, nonché per via di un traffico stradale sempre più intenso, che qualche migliaio di chilometri più a est della catena himalayana, i diciassette milioni di abitanti della capitale indiana Nuova Delhi convivono con tassi di inquinamento alle stelle. Negli ospedali il numero di persone affette da problemi respiratori è sempre più alto, e ad essere colpiti sono in particolare i bambini.
In città, la concentrazione di polveri sottili Pm2.5, le più pericolose per la salute, supera di quindici volte la soglia di tolleranza fissata dall’Organizzazione mondiale della sanità. Un problema che si accentua soprattutto in inverno: tra i mesi di dicembre del 2014 e di gennaio del 2015 sono stati superati i 226 microgrammi per metro cubo. Il che, secondo uno studio dell’istituto tedesco Max Planck, potrebbe rendere Nuova Delhi, nel 2025, la città al mondo che conta il più alto numero di decessi prematuri dovuti all’inquinamento.
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