Rob Hopkins, iniziative locali per cominciare a cambiare

Rob Hopkins è stato in Italia per parlare di resilienza delle comunità locali e presentare il Transition network. Lo abbiamo intervistato.

Un incontro per capire cosa sono le città di transizione (Transition town) e cosa si intende per resilienza applicata alle comunità locali si è svolto giovedì 13 marzo presso il centro congressi della Fondazione Cariplo, a Milano. Protagonista della “lezione” è stato Rob Hopkins, ex insegnante di permacultura e fondatore, nel 2006, del movimento Transition network. Il primo esperimento di città di transizione è stato realizzato a Totnes, una piccola comunità che si trova nel Devon, nel Regno Unito.

Da quel momento, il movimento è cresciuto sbarcando negli Stati Uniti, in Giappone, in Nuova Zelanda e  arrivando anche in Italia con gruppi in oltre trenta comuni, soprattutto nella provincia di Bologna. Gli abbiamo fatto qualche domanda per capire il significato di alcuni termini come resilienza che potrebbero diventare le prossime “parole chiave” per chi si occupa di sostenibilità.

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Da quali esigenze e com’è nato il movimento delle città di transizione?
Sono stato un insegnante di permacultura per molto tempo. Dicevo alle persone come coltivare da soli il loro cibo, costruire le case usando materiali locali, risparmiare energia. Cercavo di dare delle soluzioni pratiche a coloro che avevano voglia di cambiare rispettando l’ambiente. Poi, quando nel 2004 ho scoperto la questione del cambiamento climatico e del picco del petrolio, ho cercato di pensare a cosa potessi fare di più sfruttando la mia esperienza da insegnante di permacultura, le conoscenze nell’ambito del design sostenibile per creare soluzioni nuove. La transizione è arrivata come un’opportunità storica, per ricostruire le comunità locali dal basso, ripensare l’economia locale, unire le persone e renderle più consapevoli sfruttando la loro creatività. Questo è stato il punto di partenza. Poi ho deciso di trasferirmi a Totnes (nel Devon, in Inghilterra), dove vivo tuttora, e con un gruppo di persone del posto ho cominciato un esperimento pensando a come questa comunità potesse rispondere alle sfide del clima.

Quali sono state le prime comunità che hanno scelto di adottare e sostenere il movimento?
I primi esperimenti sono cominciati nelle market town (città di mercato, borghi medievali che avevano acquisito il diritto ad ospitare un mercato), in particolare a Bristol. L’amministrazione comunale ha deciso di sposare totalmente il progetto creando nel 2007 Transition Bristol. Ma anche a Londra il concetto di transizione ha preso piede velocemente. Non esiste un progetto generale come per Bristol, ma in questi anni sono nati più di 50 gruppi che si occupano di transizione. Il primo è nato nel quartiere londinese di Brixton, dove si tiene un mercato quotidiano.

Recentemente il Transition network è arrivato anche in Italia
Sì, si chiama Transition Italia ed esistono diversi gruppi che si occupano di formare le realtà interessate ad intraprendere un percorso verso la resilienza per adattarsi ai cambiamenti, con l’adozione di stili di vita in armonia con l’ecosistema. L’anno scorso sono stato a Ferrara dove ho visto che hanno cominciato un lavoro fantastico. Mentre uno dei primi gruppi in Italia è nato a Monteveglio, in provincia di Bologna.

Il manifesto delle città di transizione può essere adottato solo da piccole comunità o può funzionare anche per città di grandi dimensioni?
Quando abbiamo cominciato a Totnes, che conta circa 8.500 abitanti, le persone dicevano che lì funzionava perché è una comunità piccola, mentre nelle grandi città sarebbe stato più difficile. In realtà i 50 gruppi di Londra stanno facendo un gran lavoro, anche migliore di quello di Totnes. Quindi la transizione può essere intrapresa sia nelle market town che nelle grandi città. È qualcosa che può adattarsi a realtà molto diverse, ci sono anche università che hanno aderito al movimento.

Robert Falkner, esperto di relazioni internazionali e governance globale presso la London school of economics, sostiene che è il momento di affrontare il cambiamento climatico con l’approccio building blocks. Fare tanti piccoli accordi regionali, locali in attesa che gli stati trovino un accordo internazionale. Si può sostenere che anche l’idea della transizione segua questo percorso: creare piccoli gruppi di cittadini che vogliano cambiare senza aspettare le istituzioni?
La portata della questione del cambiamento climatico è enorme. Non ha precedenti nella storia dell’umanità. Se vogliamo contenere il riscaldamento globale entro i 2 gradi, c’è solo una possibilità: dobbiamo tagliare le emissioni di CO2 del 10 per cento all’anno nei paesi industrializzati. E bisogna cominciare subito. È una cosa che non mai stata fatta prima. Per farlo bisogna costruire impianti energetici di nuova generazione che richiedono sette, otto anni per entrare in funzione. Quindi l’unico modo per raggiungere il picco delle emissioni il prima possibile per poi cominciare a ridurle è lavorare sulla domanda. Bisogna ridurre la domanda. Ma nell’immaginario collettivo questo è sinonimo di un peggioramento della qualità della vita. Come se si dovesse tornare agli anni Trenta, qualcosa di terribile.

Il Transition network  e le comunità locali giocano un ruolo fondamentale, quindi.
Certo, si occupano di sostituire questa idea negativa con una storia positiva. Non devono aspettare i fondi di nessuno. Non devono essere autorizzate da nessuno. Non sono costrette in organizzazioni dove chiunque è spaventato dalla possibilità di correre rischi. Devono solo avere un’idea e metterla in pratica. Ed è così che secondo me si cambiano le cose, la storia: prendendone possesso e facendo in modo che il cambiamento avvenga. Di recente il governo britannico ha elaborato l’Energy community strategy. È la prima volta che una strategia per le comunità locali nel Regno Unito viene redatta in collaborazione con il Transition network. Molti dei casi studiati per la stesura del rapporto riguardano città di transizione. Per la prima volta a livello statale si è toccato con mano il potenziale delle iniziative locali e come queste possano incidere sulla sfera politica. Non dirò mai che l’unica cosa di cui abbiamo bisogno è delle iniziative locali, ma queste sono il punto di partenza, è da dove si può cominciare a cambiare le cose in un contesto più ampio, globale.

È possibile che la resilienza naturale sia migliore, più rapida rispetto alle previsioni che fanno gli scienziati dopo un disastro naturale? Ad esempio, sembra che il fiume Danubio stia guarendo più velocemente del previsto dopo la fuoriuscita di fanghi rossi ad Ajka, in Ungheria, avvenuta nel 2010.
La natura può essere davvero molto resiliente. Riesce a respingere gli incendi o a rispondere in modo efficace ai disastri naturali, ma il cambiamento climatico è qualcosa di diverso. Tutto quello che ho letto a riguardo sembra dire l’opposto perché se la temperatura si alza, i ghiacci si sciolgono lasciando spazio all’acqua che a sua volta attira maggiore calore. È come un circolo vizioso. Ho letto il libro di James Lovelock sull’ipotesi di Gaia che sostiene che il pianeta riesce ad autoregolarsi come fosse un organismo vivente. Vorrei che la Terra fosse in grado di comportarsi così anche nei confronti del cambiamento climatico, ma non vedo nessuna prova che porti in questa direzione. Questa è una crisi di cui siamo i soli responsabili e l’unico modo per risolverla è ripensare alle nostre azioni e al loro impatto sulla Terra.

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