Diritti umani

Intervista a Rigoberta Menchù

Premio Nobel per la Pace ’92, era a Milano per la manifestazione al PalaVobis con Gino Strada e il missionario Alex Zanotelli, e per proporre un’iniziativa di solidarietà.

Una donna rotondetta, vestita dei tessuti e dei colori della sua
terra. Entra in sala con un viso disteso, sorridente. E
racconta…

“Sono quasi dieci anni che mi hanno consegnato il premio Nobel
per la Pace: e quest’ultimo anno di lavoro intenso è stato
straordinario, per me personalmente, come donna, come attivista
sociale, come fondatrice di un’istituzione (la Fondazione Rigoberta
Menchù, NdR). Il mio compito è far conoscere i
problemi, la loro dimensione; come trovare le soluzioni è la
grande sfida.
Trovare soluzioni non è compito di Rigoberta Mench,
ma di tutti noi, della Comunità nazionale, internazionale,
dei popoli che hanno sofferto di infrazioni ai diritti umani.
Nel caso Guatemala, tutti i rapporti degli osservatori, della
Chiesa Cattolica, dell’ONU (quest’ultimo s’intitolava “Memorie dal
silenzio”) sono terrificanti. Il Guatemala fu utilizzato come un
laboratorio del terrore, d’orrore. I crimini narrati nei rapporti
NON sono crimini perpetrati da un gruppo di delinquenti. Erano
pianificati, realizzati. Poiché sono pianificati,
organizzati, dobbiamo trovare le responsabilità. I
responsabili sono molti, moltissimi: non possiamo pensare che uno o
pochi siano colpevoli di 200mila morti, 50mila desaparecidos. Le
responsabilità sono piu ampie.

Nel ’96 hai avuto parte importante nei negoziati per far cessare
il conflitto armato nel tuo paese, il Guatemala.

Ci eravamo accordati sulle regole del Guatemala nel futuro, per la
pace e lo sviluppo.
Ma una parte del futuro passa sulle verità del passato, la
necessità che tutte le vittime conservino la memoria… Per
ora il lavoro è triste: raccogliere le prove del genocidio.
Negli ultimi 4 anni, stiamo recuperando la memoria del genocidio.
Memoria impressionante, spero che tutti possano giungere a
conoscerla.
Speriamo nella cooperazione internazionale, un tribunale dove si
possano portare le prove, le statistiche, l’evidenza. Alcuni stati
dell’America Latina stanno incamminandosi già su questa
via.
Noi no. Abbiamo provato, in Guatemala, ad avere i nostri processi.
Cambiarono le informazioni, i documenti, si persero le prove. Non
per colpa dei giudici: è che tutt’oggi in Guatemala è
pericoloso guardare le prove. C’è paura. Lo faremo in altri
paesi.
L’altra parte del lavoro è ricostruire; le terre, la pace, i
pueblos (i terreni agricoli), il tessuto sociale…
È simbolico e grande che si voglia ricostruire Chimel, dove
sono nata, uno dei paesi piu straziati, un simbolo per il mondo, se
il mondo mi conosce per la tragedia, non per la meraviglia del mio
popolo, delle terre… Io penso che un simbolo possa essere
importante per molte comunità che stanno nascendo,
perché nel futuro possano fare ciò che vogliamo fare
noi, ora.

Quale novità all’orizzonte, oltre le tue battaglie? In
cosa sei impegnata?

Sto scrivendo libri per bambini. Fiabe. Per fare sorridere non solo
i bimbi italiani, non solo i bimbi europei, o americani, ma anche
per i bambini Maya. La Niña de Chimel è il mio
primo tentativo di scrivere una favola. E quest’anno ne
scriverò un’altra.

Un parola su “Vento e sole”.
“Viento y sol”
troverà grande spazio nel cuore della mia gente. L’energia
naturale è parte della vita naturale delle persone e dei
popoli.
Il mondo non deve vederci solo come persone che soffrono, ma come
persone che si realizzano, come popoli che si realizzano, come Maya
che hanno affrontato un genocidio e che ora vogliono affrontare un
futuro dopo il genocidio – e se ci sono altri alleati, bene, devono
avere voglia di lavorare, coraggio, e se sarà difficile
risolvere tutti i problemi della nostra gente, comunque terremo
accesa la speranza, una grande speranza.

Cosa senti di essere? Una guerriera, una testimone, un simbolo,
una narratrice?

Non una guerriera. Una testimone. Una testimone del
tempo.

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