L’Agenzia internazionale dell’energia spiega che nel 2025 le emissioni di metano sono state pari a 580 milioni di tonnellate.
Dopo una storia millenaria, le vestigia della Mesopotamia (nell’odierno Iraq) potrebbero soccombere ai cambiamenti climatici.
Sono tante, tantissime, le cose a cui rischiamo di dover dire addio a causa dei cambiamenti climatici. Tra di loro ci sono anche le vestigia della Mesopotamia, la “terra tra i due fiumi” (Tigri ed Eufrate) che corrisponde all’odierno Iraq. Gli storici la considerano come la culla della nostra civiltà perché lì ebbero origine l’agricoltura, le prime città (tra cui la capitale sumera Ur) e uno dei primi sistemi di scrittura, quello cuneiforme. Dopo essere sopravvissuti a millenni di storia, però, i suoi monumenti potrebbero non reggere alla crisi climatica e ambientale in corso. È quanto spiega un approfondimento pubblicato dal quotidiano britannico Guardian.
Da sempre, in Iraq il suolo e l’acqua di falda sono ricchi di sale, ma a partire dagli anni Novanta questa salinità è aumentata in modo tangibile, come emerge dalle rilevazioni effettuate sui fiumi. Questo fenomeno in parte è figlio dell’intervento dell’uomo, per le dighe edificate in Iran e Turchia – che hanno inciso sulla portata dei fiumi – e la carente gestione delle risorse idriche e dell’agricoltura nello stesso Iraq.
Dall’altro lato, anche i cambiamenti climatici hanno un peso. La temperatura media è già cresciuta di 0,7 gradi centigradi nell’arco dell’ultimo secolo e sfonderà il tetto dei 2 gradi già entro il 2050. Per le precipitazioni medie annue è previsto un calo del 9 per cento. Rispetto a oggi, nel 2050 la colonnina di mercurio salirà più spesso al di sopra dei 50 gradi e le tempeste di sabbia non saranno più circa 120 all’anno, bensì 300. La parte interna del paese, dunque, diventerà ancora più desertica. Quella affacciata sul golfo Persico, al contrario, sarà esposta all’innalzamento del livello dei mari che porterà con sé una quantità ancora maggiore di sale.
Già da un decennio Jaafar Jotheri, professore di archeologia presso l’università di Al-Qadisiyah, ha iniziato a riscontrare danni dovuti al sale nei monumenti dell’antica Mesopotamia. Una situazione che è inevitabilmente destinata a peggiorare. Il sale “è aggressivo”, spiega, “distrugge i mattoni, distrugge le tavolette cuneiformi, distrugge tutto”.
Proprio a Babilonia si vede a occhio nudo il luccichio del sale sopra i mattoni di fango che hanno 2.600 anni di storia. Nel tempio di Ištar, dea dell’amore e della guerra nella mitologia babilonese, la base delle mura si sta sgretolando perché il sale si accumula e si cristallizza, frantumando i mattoni. Nel frattempo, le tempeste di sabbia si abbattono sul minareto a forma di spirale di Samarra, antica capitale sulla riva est del Tigri. E il deserto si appresta a inghiottire Umm al-Aqarib, chiamata Umma in epoca sumera.
Perdendo questi pezzi di storia, rimarremo con profonde “lacune nella nostra conoscenza dell’evoluzione umana, dello sviluppo delle prime città, degli imperi e delle dinamiche politiche dell’era islamica”, commenta Augusta McMahon, professoressa di archeologia mesopotamica presso l’università di Cambridge. Un danno incalcolabile, di cui siamo i soli responsabili.
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