Giulio Boccaletti. La storia dell’acqua è la storia della nostra civiltà

Nelle pagine di Acqua. Una biografia, Giulio Boccaletti rilegge la storia della società umana alla luce del rapporto di dipendenza reciproca con l’acqua.

A differenza di qualsiasi altra specie vivente, l’uomo è stato capace di incidere in modo determinante sugli equilibri del Pianeta. Ha estratto le risorse dal sottosuolo, ha addomesticato gli animali, ha emesso gas serra in atmosfera al punto tale da modificare l’andamento del clima. È per questo che gli scienziati parlano di Antropocene per definire l’epoca attuale. La nostra sensazione di onnipotenza, però, non deve farci dimenticare una cosa: ogni singola attività economica, così come la nostra stessa vita, è possibile solo grazie all’acqua. Cioè una risorsa che non possiamo creare da zero, ma soltanto cercare di gestire nel modo più efficace possibile.

Se è vero che la dipendenza reciproca tra l’uomo e l’acqua è una costante della nostra civiltà, allora possiamo adottarla come chiave di lettura per lo sviluppo delle istituzioni, dell’economia, dei rapporti di potere. Ad accompagnarci in questo viaggio è Acqua. Una biografia, libro edito da Mondadori. L’autore è Giulio Boccaletti, uno dei massimi esperti al mondo di sicurezza ambientale e risorse naturali. Modenese trapiantato a Londra, per quasi otto anni ha diretto i programmi sull’acqua della ong The nature conservancy; ora è membro onorario del comitato scientifico del Centro euro-mediterraneo sui cambiamenti climatici e ricercatore associato onorario della Smith school of enterprise and the enviroment dell’università di Oxford. L’abbiamo intervistato.

La tesi centrale del libro potrebbe essere riassunta così: la storia delle nostre istituzioni può essere riletta come storia di come abbiamo organizzato la società al fine di gestire l’acqua, risorsa da cui siamo dipendenti. Come nasce questa riflessione?
La tesi non è strettamente deterministica. Non sostengo che, siccome l’acqua è distribuita in un certo modo, le istituzioni dovevano svilupparsi come si sono sviluppate. Quello che dico è che la relazione tra le persone sul territorio e l’acqua, questa forza che si muove e le circonda, ha influito sullo sviluppo delle istituzioni.

Quest’argomento è importante perché oggi noi viviamo in un’illusione ingegnerizzata che ci porta a non preoccuparci dell’acqua: non dobbiamo guadare fiumi per andare al lavoro, non dobbiamo munirci di un secchio ma ci basta aprire il rubinetto. Abbiamo l’impressione di avere il controllo totale sull’acqua, ma è frutto di investimenti che le istituzioni, nel corso dei secoli, hanno fatto per controllarla.

Quest’illusione di sicurezza si sta rompendo. I cambiamenti climatici incidono sulla distribuzione dell’acqua sul territorio e, quindi, sulle esperienze delle persone. Con questo libro, uso la narrazione per rivelare al lettore che il problema non sarà solo tecnologico ma soprattutto politico e istituzionale.

Può farci un esempio positivo e uno negativo di convivenza tra l’uomo e l’acqua?
Tendo a stare lontano da valutazioni etiche, perché ogni soluzione va valutata nel suo contesto. Dal nostro punto di vista, sicuramente un momento importante è stato lo sviluppo delle istituzioni repubblicane dell’antichità classica. Gli agricoltori avevano determinate istanze politiche risultanti dalla loro capacità di produrre il raccolto e di essere indipendenti, quando non ricchi. Queste istanze erano un risultato della distribuzione dell’acqua nel territorio. In più capitoli parlo prima della polis greca classica, poi dell’esperienza repubblicana romana che non è identica a quella delle repubbliche contemporanee ma comunque rappresenta il materiale genetico da cui queste ultime sono emerse. Quello è un esempio interessante, positivo e da ricordare delle relazioni tra acqua, territorio e stato improntato all’idea di repubblica. Nella giurisprudenza romana, anche il termine res publica si applicava all’acqua.

C’è un aspetto complesso e – in un certo senso – negativo che è l’uso despotico dell’acqua come strumento di controllo. Questo succede spesso nell’antichità, quando i regimi despotici erano la norma. Nell’era moderna, durante le epoche di Stalin in Russia, di Mussolini in Italia e di Mao in Cina le infrastrutture idriche sono diventate strumenti di esercizio di autorità sul territorio. È il caso delle battaglie per il grano di Mussolini, delle bonifiche pontine, degli sforzi di Stalin per collettivizzare l’agricoltura dell’Asia centrale usando le acque del nord della Russia, dello sviluppo del fiume Giallo e Yangtze voluto da Mao per incrementare la produzione agricola. Sono tutti casi in cui il despota usa l’infrastruttura idrica e la trasformazione del territorio come strumento di potere. È l’antitesi rispetto ai progetti democratici che hanno portato alla repubblica moderna.

La politica è legata a doppio filo all’economia. Lei scrive: “I paesi ricchi sanno gestire meglio l’acqua, ma i paesi ricchi sono tali perché sono stati capaci di gestire l’acqua in modo più efficace”. I cambiamenti climatici però sono ormai più forti delle strategie adottate finora; ne è la prova il fatto che la scorsa estate, nella ricca Germania, 180 persone siano morte per le alluvioni. Qual è il cambio di passo che ci serve?
Semplificando, nel mondo ci sono due storie che si stanno sviluppando in parallelo. Ci sono gli stati sviluppati che si sono arricchiti nel Ventesimo secolo creando un’infrastruttura idrica come piattaforma di partenza per l’industrializzazione. Dagli anni Settanta alla catastrofe del Vajont, l’industria italiana è stata interamente alimentata dall’idroelettrico. Questo è vero in Italia ma anche in America e in gran parte d’Europa. Poi ci sono state le infrastrutture che hanno aiutato a gestire il territorio proteggendosi dalle alluvioni, dalla siccità e così via. Per la maggior parte del tempo continuano a proteggerci, ma hanno fallito in occasione di eventi eccezionali come le grandi esondazioni del Reno o l’uragano Ida a New York. Ora bisogna confrontarsi sugli investimenti infrastrutturali, sulla gestione delle istituzioni e sull’adattamento. E accettare che d’ora in poi la nostra vita sarà un po’ meno prevedibile.

Ida
A Laplace (Louisiana) Arianna Pigott, 10 anni, tiene in braccio il fratello. La loro abitazione è stata distrutta dall’uragano Ida © Scott Olson/Getty Images

C’è una seconda storia che riguarda la maggior parte della popolazione del mondo. Quasi tutti gli abitanti dell’Africa, la maggior parte degli abitanti dell’Asia e molti abitanti del Sudamerica non hanno mai costruito quelle piattaforma di sviluppo con cui noi ci siamo arricchiti nel Ventesimo secolo. E sono già esposti alla variabilità del clima e dell’acqua. In questi mesi 13 milioni di persone sono affamate nel Corno d’Africa perché non ci sono sufficienti infrastrutture per reagire al fenomeno della Niña. Tali paesi, che ospitano la stragrande maggioranza della popolazione globale, queste infrastrutture non le hanno. Invece di costruirle, le persone potrebbero decidere di spostarsi, determinando flussi migratori significativi verso i paesi industrializzati. Questa è una costante della nostra storia. La maggiore vulnerabilità ai cambiamenti climatici dei potenti e ricchi non risiede nel fallimento delle loro infrastrutture bensì nella vulnerabilità più deboli, perché sono loro a muoversi e creare instabilità sociali che portano al collasso delle società più ricche.

Questa considerazione si avvicina molto all’ecologia politica, quel campo di studi che mette in relazione i fenomeni socio-economici con quelli ambientali. E testimonia che, come dice il libro, le tecnologie servono ma fino a un certo punto.
Una delle cose singolari dell’acqua è che la sua storia non è tecnologica, ma politica. Non c’è metaverso che tenga: l’acqua non è sostituibile, è pesante e in qualche modo va spostata. Sono 10mila anni che la gestiamo più meno nello stesso modo; la Cloaca massima è ancora funzionante.

Cloaca massima
La Cloaca massima a Roma © Lalupa/Wikimedia Commons

Parlando di ecologia politica, non è un caso che il governo cinese nel 2012 abbia fatto una riforma costituzionale dichiarandosi “civiltà ecologica”. Questa nomenclatura deriva da una corrente di pensiero, il marxismo ecologico, che vede nella gestione del territorio e della natura una questione non etica ma economica e politica. La gestione dell’acqua è un esercizio di potere. Lo stato cinese, identificandosi come autore di una civiltà ecologica, si prepara a intervenire sul territorio in maniera scientifica e deterministica. Non è sorprendente, trattandosi della Cina.

Il problema è: qual è la risposta a quel pensiero politico da parte delle civiltà liberali occidentali? La questione non è ancora conclusa. Non è chiaro come le società occidentali risponderanno in maniera non despotica ai problemi climatici e ambientali che dovremo affrontare. Il libro non dà risposte ideologiche, ma cerca di presentare il tema anche a un pubblico non specializzato.

Ci saranno davvero le guerre per l’acqua?
Questa è una citazione del 1995 di Ismail Serageldin, all’epoca vicepresidente della Banca mondiale. Spesso si dimentica ciò che disse dopo: “Le guerre del Ventesimo secolo sono state combattute sul petrolio, quelle del Ventunesimo saranno combattute sull’acqua, se non cambiamo il modo in cui gestiamo tale risorsa”.

In realtà l’acqua, modellata sulla base della questione del petrolio, non porta quasi mai al conflitto. L’archetipo degli stati che si contendono l’acqua non spiega quasi nulla. Questo è vero anche in contesti come lo sviluppo delle infrastrutture sul Nilo da parte dell’Etiopia con a valle l’Egitto, o lo sviluppo delle infrastrutture sul Kashmir da parte dell’India con a valle il Pakistan. In quest’ultimo caso parliamo di due potenze nucleari che hanno combattuto tre guerre negli ultimi cinquant’anni e continuano comunque a operare sotto un trattato internazionale sulle acque dell’Indo che è sopravvissuto a quelle guerre. La cooperazione sulla gestione dell’acqua è più comune del conflitto, con alcune eccezioni come le guerre attorno a Israele sul Giordano.

Questo non vuol dire, però, che l’acqua non partecipi a creare le condizioni geopolitiche da cui emergono i conflitti; non direttamente, come combattimento sull’acqua, bensì indirettamente, come controllo delle leve d’influenza nei mercati internazionali. L’Ucraina è il bacino di produzione agricola più importante dell’ex-Unione sovietica. Durante il regime di Stalin è stata affamata, ma perché il cibo veniva prodotto ed esportato. Ucraina e Russia, insieme, controllano quasi un terzo della produzione globale di grano e questo ha implicazioni geopolitiche fondamentali.

L’acqua non è come il petrolio, perché è una risorsa rinnovabile la cui quantità non è mai cambiata in 4 miliardi di anni. Il suo contributo alle attività economiche che hanno valore geopolitico, invece, può essere sorgente di conflitto.

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