Istat 2016. L’Italia non è un paese per giovani, donne e meridionali

Il rapporto annuale dell’Istat fotografa un Paese in lieve crescita ma con ancora tante disuguaglianze, specie nel mondo del lavoro

I giovani lavorano meno degli adulti, le donne lavorano e guadagnano meno degli uomini a parità di istruzione, il Mezzogiorno è sempre indietro rispetto al Nord, chi era già ricco è ancora più ricco e chi era povero è sempre più povero. Il rapporto annuale dell’Istat 2016 mette in evidenza che, nel quadro generale di una pur lieve ripresa degli indici di occupazione, istruzione e crescita economica, in Italia i gap socio-economici di sempre restano ancora lontani dall’essere colmati.

 

Una lenta, lentissima ripresa economica

In assoluto, nell’ultimo anno in Italia si è finalmente arrestato il calo dell’occupazione, cresciuta dello 0,8 per cento, e anche il proodotto interno lordo (pil) ha visto un incremento dell’1,1 per cento, contando anche i primi mesi del 2016. E anche la spesa sociale è in crescita: in Italia nel 2015 si è speso in politiche di welfare più di un quarto del pil (il 28,6 per cento, un punto in più delle media europea). Però aumentano le famiglie ‘jobless’, in cui nessuno lavora (sono 2,2 milioni) e i minori a rischio povertà: oggi sono addirittura due ogni dieci.

I divari sono tanti, forse troppi

Più dei dati d’insieme, però, parlano quelli disaggregati: pur in lievissimo aumento, l’occupazione dei giovani di 15-34 anni si attesta solo al 39,2 per cento, mentre quello delle persone di 35-49 anni sale al 71,9 per cento e quello tra le persone di 50-64 anni, raggiunge il 56,3 per cento: un punto e mezzo in più in un anno, dovuto però in buona parte all’aumento dell’età pensionabile determinato dalla riforma del governo. Il risultato è che ci sono quasi due milioni e mezzo di under 30 che hanno terminato gli studi e non riescono a trovare lavoro. La disoccupazione continua a colpire di più il sud, dove lavorano appena quattro persone su dieci: al Nord invece sono più di sei su dieci. Una proporzione che ritorna anche quando si parla di genere sessuale: i maschi in età lavorativa effettivamente occupati sono il 65,5 per cento (aumento dell’1,1 in un anno), le donne sono il 47,2: l’aumento annuale è stato minimo (0,3 per cento), ma a colpire è soprattutto il gap con l’Europa, rispetto al quale l’Italia è indietro di dieci punti percentuali. E le donne si laureano di più e più in fretta degli uomini, ma il 20 per cento delle laureate rinuncia alla carriera dopo il primo figlio.

 


La differenza di genere è la disuguaglianza più forte

Proprio il presidente dell’Istat, Giorgio Alleva, fa notare che l’Italia sconta ancora un problema di redistribuzione della ricchezza e delle possibilità: “Rimane ancora forte il legame tra i redditi percepiti e il contesto socio-economico  della famiglia di provenienza, il che tende a ostacolare i processi di mobilità  sociale. Ma anche la differenza di genere è una delle principali fonti di disuguaglianza”.

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