Omeopatia

Jacques Benveniste: “L’acqua e la memoria”

Ricostruiamo il percorso del medico ricercatore, autore di una teoria criticata dalla medicina, alla cui base c’è il principio della memoria dell’acqua

Nato a Parigi il 12 Marzo 1935, scienziato, direttore
dell’Istituto Nazionale di Ricerche Mediche di Francia, Jacques
Benveniste è ricordato da molti come l’infamato immunologo,
il disprezzato filo-omeopata….ma è stato colui che ha
scoperto la “memoria dell’acqua”, il principio che è la base
dell’omeopatia.

Discusso, protestato dalla scienza ufficiale nella Francia del
novecento, durante la sua lunga carriera Jaques Benveniste ha
pubblicato più di 300 articoli scientifici.

“Nature” pubblicava a giugno del 1988 le teorie sperimentali del
Dr. Benveniste, proteggendosi con una prefazione all’articolo,
intitolata “Credere all’incredibile”. Le polemiche sarebbero
divampate da lì a breve, tante e tali da travolgere il
biochimico e il suo solido curriculum. E anche Il quotidiano
francese “Le Monde” pubblicava una notizia da prima pagina “.. una
scoperta francese potrebbe capovolgere i fondamenti della
fisica”.
Si, perchè i fatti parlano chiaro: il ricercatore è
riuscito ad attivare una cellula sanguigna grazie ad una soluzione
d’acqua contenente un anticorpo oramai completamente diluito.
L’informazione biologica è stata dunque trasmessa in assenza
della molecola; “L’acqua può ricordare”, dice Jaques
Benveniste.

Questa scoperta ha suscitato una controversia scientifica di grande
portata.
Jaques Benveniste ha così concluso che a ciascuna molecola
attiva corrispondeva un segnale elettromagnetico. Mano a mano che
le varie diluizioni escludevano la presenza della molecola, il
segnale rimaneva attivo. E’ cosi che egli, nonostante le
avversità, si è impegnato anno dopo anno a mettere in
evidenza un fenomeno anomalo e per lo più difficile da
gestire con mezzi così ridotti (senza nessun aiuto per la
sua ricerca).
Gli effetti di queste alte diluizioni sono stati riprodotti sette
volte in sei laboratori internazionali, indipendenti dal suo, e
più di un migliaio di volte nel proprio laboratorio,
avvalendosi anche di un robot per escludere l’intervento umano.

Risultato? Tolta la sostanza attiva, l’acqua che era stata a
contatto ne conservava la memoria, e continuava a riprodurne
l’effetto.

Lo scetticismo è una sana pratica, la diffidenza
può anche essere producente, ma la persecuzione è
intolleranza. Emarginare chi dissente è storicamente un
problema di politica della scienza: l’etica, la libertà e la
ricerca del confronto sono altra cosa.

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