Il simbolismo della croce

La “croce” nel cielo, con la sua polarità intrinseca, si riflette in ogni realtà che trova espressione sulla terra. un’analisi simbolica della croce

In ogni cultura che si sia interrogata sui grandi misteri
dell’universo o semplicemente della natura, emerge una visione
bipolare e ciclica della realtà: il tao, simbolo di origine
orientale del mutuo e incessante intercambiarsi degli opposti e
della loro complementarietà, ne costituisce la
rappresentazione forse più conosciuta.
Anche l’evoluzione recente della nostra era scientifica riconosce
questa stretta interazione tra due aspetti polari, la materia e
l’energia, il cui rapporto non è mai rigido e immobile ma
fluido, flessibile e intercambiabile, e le polarità si
trasformano ciclicamente e originano, l’una nell’altra, l’una
dall’altra.

Anche nelle culture andine tutto il mondo, ossia la natura
“interna” come quella “esterna” dell’uomo, viene letto come
alternanza di queste due primordiali polarità, che trovano
simbolica rappresentazione in una concezione filosofica
antichissima basata sullo studio della cosiddetta Croce del Sud,
principale costellazione dell’emisfero australe, composta da
quattro stelle.

Questa costellazione, che riporta immediatamente ad un rapporto
bipolare proprio per via del numero che la caratterizza, ha dato
vita ad una concezione filosofica, matematica e religiosa, basata su
di una geometria sacra che origina dal quadrato, simbolo stesso
della croce andina. Un quadrato, frutto di una moltiplicazione
binaria, al cui centro si trova un cerchio, diviso in una
metà nera ed una bianca, la Terra, con la rappresentazione
del giorno e della notte, della materia e dell’energia che la
sostiene.

La “croce” nel cielo, con la sua polarità intrinseca, si
riflette in ogni realtà che trova espressione sulla terra:
ogni essere, cosa o fenomeno, ha sempre in sé due nature,
una evidente e una nascosta; porta con sé la luce e l’ombra,
il maschile e il femminile cui sono attribuite, rispettivamente, le
caratteristiche del sole e dell’oro al primo, della luna e
dell’argento, al secondo.

Tuttavia, anche in questa antica cultura esiste un terzo elemento,
una “quint’essenza” per sua natura celata e misteriosa, che
rappresenta il perno o il punto centrale della croce: il “punto
nero” o il “vuoto” che lega i due aspetti, che nasce da essi o che,
al contrario, in una visione più dinamica, li genera. In
ogni luogo sacro di questa cultura infatti, si riconosce un tempio
solare, un tempio lunare e un’altra costruzione, meno evidente o
addirittura seminascosta.

Anche qui sono inevitabili i riferimenti alle altre culture e ai
loro simboli che hanno, ma solo apparentemente, una base binaria
della realtà: dallo stesso taoismo e dal suo Tao al triskel
celtico, al tertium non datur dell’alchimia medievale
dell’occidente.
Come la materia è priva di vita se non sostenuta
dall’energia, questo elemento neutro – nella cultura andina legato
al rame, il minerale più legato all’essere umano e nel cui
“ciclo” attualmente viviamo – non è un concetto facile da
spiegare né da cogliere. E’ frutto delle nozze sacre degli
opposti, dell’alchemica coniunctio oppositorum che genera il
tertium quid, ovvero la vita.

Loredana Filippi

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