Le proteste per il lavoro in Bosnia

I cittadini della Bosnia Erzegovina non ce la fanno più. La disoccupazione ha raggiunto livelli che hanno fatto scattare le proteste in molte città del Paese.

Una serie di proteste stanno interessando la Bosnia Erzegovina, uno dei paesi nati dal dissolvimento della Jugoslavia con la guerra dei Balcani degli anni Novanta. Le manifestazioni e le violenze sono cominciate il 5 febbraio nella città industriale di Tuzla in seguito alla chiusura di cinque fabbriche di grandi dimensioni che hanno dichiarato fallimento dopo essere state privatizzate. L’episodio ha fatto esplodere il malcontento generale nei cittadini visto che il tasso di disoccupazione ha raggiunto il 40 per cento.

 

Sarajevo in fiamme

 

Da Tuzla le proteste si sono estese in tutta la Federazione di Bosnia Erzegovina, una delle due entità territoriali in cui è diviso il paese, abitata soprattutto da croati e musulmani. L’altra è la Republika Srpska (Repubblica Serba) dove non si sono registrati disordini gravi, ma solo piccoli cortei di solidarietà nei confronti dei vicini.

 

Mostar, Banja Luka, Sarajevo. In tutte queste città centinaia di disoccupati, studenti e lavoratori hanno manifestato per chiedere le dimissioni del governo della Federazione. La rabbia si è concentrata soprattutto contro le sedi istituzionali, governative e contro le forze dell’ordine. Nel fine settimana sarebbero stati dati alle fiamme anche degli archivi storici risalenti all’epoca ottomana, facendo tornare alla mente le immagini dell’incendio alla biblioteca di Sarajevo del 1992.

 

Il premier della Federazione Nermin Niksic ha detto che rimarrà al potere con la promessa di anticipare le elezioni già previste per ottobre 2014 e di aprire un’inchiesta sulle privatizzazioni che hanno portato alla chiusura di decine di aziende e lasciato senza lavoro centinaia di persone.

 

Il regista del film No man’s land, Danis Tanovic, ha seguito le proteste di Sarajevo e pubblicato diverse foto sul suo profilo Instagram. In una si è spinto a dichiarare che “è arrivata la primavera” anche nei Balcani. Molti osservatori, come Andrea Rossini di Osservatorio Balcani e Caucaso, sono molto più cauti: “È ancora presto per dire se questa esplosione di rabbia verrà ricondotta ai recinti etnici che hanno dominato la politica della Bosnia Erzegovina negli ultimi vent’anni – ha scritto Rossini – oppure se siamo davvero assistendo ad un cambiamento”.

 

Di certo sappiamo che la crisi nel Paese ha raggiunto un livello insostenibile che necessita l’impegno immediato e coordinato di tutte le entità politiche e il superamento delle divisioni tra i gruppi etnici per essere superata. O quantomeno affrontata.

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