Montedidio. Una storia sull’adolescenza

Feltrinelli, Milano 2001

“‘A iurnata è ‘nu muorzo”, ovvero la giornata è un
morso, è breve, bisogna darsi da fare.

Così il libro ha inizio con le parole del falegname, capo
del ragazzino tredicenne che scrive le sue riflessioni in una sorta
di diario. Le parole sono una sospensione sul tempo che
inesorabilmente scorre e talvolta inganna.

Il tredicenne di cui non conosciamo il nome è il
narratore di queste pagine in cui il tempo si ferma e gli istanti
si concentrano, si fanno magici per condensarsi nelle poche righe
che occupano ogni pagina e divenire simbolo di un’esistenza.

Le parole sono quiete, di una semplicità fanciullesca, ma
mai banale, e si distinguono come il segreto più intimo e
prezioso dal “chiasso” napoletano della vita di tutti i giorni,
poiché sono scritte in italiano, lingua che il ragazzino non
usa nella vita ordinaria. La scrittura di queste pagine diventa
allora un fatto straordinario e tutto si carica di significato.

Le pagine raccontano del lavoro, della famiglia e delle
relazioni, da quelle amichevoli a quelle più intense e
tipiche dell’adolescenza. Il ragazzo parlerà della madre,
del padre, del suo capo, delle amicizie, ma soprattutto di Maria,
una sua coetanea bella, ma troppo cresciuta suo malgrado dalle
esperienze della vita, che talvolta si mostra iniqua e
velenosa.

E’ la storia di un ragazzino che si scopre uomo mentre il rotolo
sul quale scrive cresce sempre più, fino a terminare nella
fatidica e fatale mezzanotte di un capodanno, quando la vita come
un magma incandescente continua a scorrere, ma alcuni sogni si
cristallizzano.

Silvia
Passini

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