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Da corridoi a muri: così è cambiato l’approccio europeo ai profughi afgani

Due mesi fa la solidarietà agli afgani in fuga dai talebani. Oggi 12 paesi europei chiedono di finanziare un muro al confine est dell’Unione.

Sono passati due mesi esatti da quel Ferragosto di fuoco in cui i talebani hanno issato la propria bandiera bianca sul palazzo presidenziale di Kabul, riprendendo ufficialmente il controllo del potere sull’Afghanistan dopo 20 anni di conflitto con gli Stati Uniti e con le truppe della Nato.

Le immagini dei cittadini afgani che per giorni si accalcano presso l’aeroporto – prima e dopo il terribile attentato del 26 agosto che ucciso quasi 200 persone – non vengono trasmesse ormai quasi più dai mezzi di comunicazione, ma sono fotografie rimaste impresse nelle menti degli occidentali. Così come le promesse dei governi europei di corridoi umanitari sicuri – anche concordati con il governo talebano – per far fronte al prevedibile esodo di cittadini afgani verso i paesi limitrofi, ma anche verso l’Europa.

La folla all'aeroporto di Kabul dopo la caduta della capitale e l'ingresso dei talebani
La folla all’aeroporto di Kabul dopo la caduta della capitale e l’ingresso dei talebani © Afp/Getty Images

Chi vuole rendere l’Europa una fortezza

Due mesi dopo, i ministri degli interni di dodici Stati membri dell’Unione europea hanno chiesto alla Commissione di finanziare il progetto di un muro per impedire ai migranti di entrare in Europa dai confini orientali. In una lettera datata 7 ottobre e citata da EuObserver, i ministri di Austria, Bulgaria, Cipro, Repubblica Ceca, Danimarca, Estonia, Grecia, Ungheria, Lituania, Lettonia, Polonia e Slovacchia hanno chiesto, più precisamente, di modificare le regole di ingresso alle frontiere esterne per includere muri e recinzioni. “Le barriere fisiche sembrano essere un’efficace misura di protezione delle frontiere che serve l’interesse di tutta l’Ue, non solo degli Stati membri di primo arrivo”, hanno affermato nella loro lettera al vicepresidente della Commissione europea Margaritis Schinas e al commissario europeo per gli affari interni Ylva Johansson. “Questa misura legittima dovrebbe essere ulteriormente e adeguatamente finanziata dal bilancio dell’Ue in via prioritaria”.

L’iniziativa si inserisce in un contesto in cui il regime del presidente bielorusso Alexander Lukashenko sta smistando i migranti in arrivo principalmente dall’Afghanistan e dall’Iraq verso i suoi confini europei con Lettonia, Lituania e Polonia, portando a situazioni di stallo che hanno provocato la perdita della vita di aspiranti richiedenti asilo. Secondo EuObserver circa 4mila persone sono già entrate in Lituania, circa 1.400 in Polonia e circa 400 in Lettonia negli ultimi mesi. Da allora tutti e tre i Paesi hanno dichiarato lo stato di emergenza ai loro confini con la Bielorussia, adottando anche nuove restrizioni alle domande di asilo.

La risposta dell’Unione europea 

Della lettera si è discusso la settimana scorsa in una riunione dei ministri degli interni dell’Ue dedicata proprio alla pressione migratoria sui confini esterni dell’Unione. Nell’occasione, la commissaria agli Affari interni Ylva Johansson non ha condannato in sé l’idea della costruzione di muri anti-migranti ai confini, limitandosi a respingere la richiesta che la spesa venga affrontata direttamente dall’Europa: “Bisogna rafforzare la protezione dei nostri confini esterni, alcuni Stati membri hanno costruito recinzioni e strutture di protezione, ne hanno il diritto e lo posso capire”, ha detto Johansson. “Ma se occorre utilizzare i fondi Ue per fare questo, devo dire no”.

In effetti, alcuni paesi posti al confine esterno dell’Unione europea hanno già provveduto autonomamente alla costruzione di muri: lo ha fatto l’Ungheria di Orban al confine con la Serbia, la Grecia e la Bulgaria al confine con la Turchia di Erdogan, e la Lituania al confine con la Bielorussia di Lukashenko, e ci sta pensando anche la Lettonia, sempre nel tratto di confine con Minsk.

muro frontiera
Un filo spinato alla frontiera tra l’Ungheria e la Serbia © Christopher Furlong/Getty Images

La paura dei Paesi di frontiera, come detto, è quella di essere investiti dalla nuova ondata migratoria proveniente dall’Afghanistan, attraverso le ormai tradizionali rotte balcaniche, “ma anche dalla nuova rotta cosiddetta dei lapislazzuli”, paradossalmente inaugurata come tratta commerciale proprio dall’ormai deposto presidente afgani Ghani, quella che da Kabul passa dal Turkmenistan, attraversa il mar Caspio per avvicinarsi all’Europa tramite Azerbaigian e Georgia”, spiega Graziella Giangiulio, analista geopolitica, co-direttrice della testata specializzata AGC Communication e coautrice del volume, appena uscito ‘Migranti, storie di un fenomeno‘.

Un segnale di chiusura che non aiuta

Ma la richiesta di un muro europeo “è un segnale di chiusura che non ci aiuta: magari ci protegge momentaneamente dai flussi di migranti, come quello costruito dalla Turchia (che ha già realizzato 221 chilometri di muro sul confine iraniano, ndr), ma non fermerà i migranti che troveranno altre rotte. È  un palliativo, ovviamente: dobbiamo iniziare a pensare alla gestione dei flussi con delle norme internazionali, non a proteggerci”. Anche perché, se è vero che i flussi da est sono destinati ad aumentare inevitabilmente, è anche vero che già oggi gli afgani costituiscono uno dei più grandi gruppi di richiedenti asilo in Europa, con 44mila richieste pervenute alle questure del continente solo fino al 2017: “si tratta principalmente di minoranze etniche, come gli hazara che vivono nella parte centrale del paese, i tagiki, le minoranze perseguitate hindu e cattoliche”.

Ragazzi afgani si scaldano al fuoco nel freddo di uno squat di Bihac, a due passi dal confine bosniaco-croato © Simone Santi

E a poco valgono anche gli appelli di alcune parti politiche a coinvolgere nell’accoglienza degli afgani in fuga i paesi limitrofi: “Si deve lavorare con i paesi vicini che hanno situazioni stabili, e nostro malgrado anche con la Russia che ha il polso della situazione nelle sue ex repubbliche sovietiche – spiega Giangiulio –  Ma Teheran ha già un campo profughi immenso, di 3 milioni di afgani…”. E a fronte di 123mila persone evacuate negli ultimi giorni di ritiro delle truppe, secondo AGC sono almeno 300mila gli afgani rimasti in patria e ancora in pericolo di ritorsioni per aver sostenuto la missione Nato.

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