Il rapporto annuale dell’Organizzazione meteorologica mondiale traccia un quadro inquietante sullo stato del clima della Terra.
La tesi da cui parte Naomi Klein nel suo ultimo saggio Una rivoluzione ci salverà. Perché il capitalismo non è sostenibile (This changes everything, in inglese) è che senza cambiamenti radicali nel modo in cui la popolazione mondiale vive, produce e gestisce le proprie attività economiche, non c’è modo di evitare il peggio per il pianeta.
La tesi da cui parte Naomi Klein nel suo ultimo saggio Una rivoluzione ci salverà. Perché il capitalismo non è sostenibile (This changes everything, in inglese) è che senza cambiamenti radicali nel modo in cui la popolazione mondiale vive, produce e gestisce le proprie attività economiche, non c’è modo di evitare il peggio per il pianeta.
A 15 anni dalla pubblicazione di No logo, il libro diventato la bibbia del movimento no-global negli anni Duemila, Klein cerca di affrontare i problemi sociali causati dal capitalismo da un’altra prospettiva, quella del riscaldamento globale visto come conseguenza diretta di uno stile di vita privo di consapevolezza, che tratta le risorse della Terra come fossero inesauribili e che non guarda alle conseguenze delle nostre azioni sull’ambiente e sul clima. Nei giorni scorsi la scrittrice canadese è stata in Italia per presentare il suo ultimo lavoro. Il primo appuntamento è stato organizzato da Festivaletteratura e si è tenuto domenica 1 febbraio a Mantova. Seguito da una tappa a Venezia (2 febbraio) e una a Roma (4 febbraio).
Fin dalle prime battute del suo intervento a Mantova, Klein ha voluto precisare che ormai è troppo tardi per accontentarsi di azioni individuali, di gesti volenterosi se non accompagnati da misure collettive, da una spesa pubblica massiccia volta a cambiare il sistema economico dei paesi industrializzati, tra i maggiori responsabili delle emissioni di CO2 in atmosfera a livello globale. Del resto, secondo gli scienziati, è necessario tagliare le emissioni tra l’8 e il 10 per cento l’anno per contenere i danni.
Piuttosto che dei negazionisti, degli scettici che non credono che i cambiamenti climatici siano causati dall’uomo, Klein dice di aver paura dei politici e dei leader che riconoscono il problema ma si accontentano di gesti occasionali, non coordinati da parte della società civile, e non si impegnano attivamente nel cercare di cambiare le cose, dall’alto.
Il riferimento, tra gli altri, è ad Al Gore che, pur avendo aumentato la consapevolezza nelle persone, non ha fatto abbastanza quando ne ha avuto la possibilità. Da vicepresidente degli Stati Uniti (1993-2001) durante l’amministrazione Clinton, si è limitato a chiedere azioni “leggère” per contrastare i cambiamenti climatici. Nel corso dei negoziati che hanno portato al protocollo di Kyoto, la delegazione americana ha spinto per l’adozione di un mercato delle emissioni invece di puntare su vincoli concreti per ridurre le emissioni delle industrie, come richiesto dai delegati europei. L’ironia della sorte ha voluto che gli Stati Uniti, dopo essere riusciti nell’intento di annacquare gli obiettivi di Kyoto, si ritirassero dall’accordo in seguito all’elezione di George W. Bush, lasciando gli europei con un sistema, quello dei carbon credit, che non volevano.
Nonostante la storia lasci poco spazio all’ottimismo, Klein non ha messo da parte la speranza in vista dell’importante conferenza sul clima di dicembre, a Parigi. Molti segnali positivi stanno cambiando l’umore degli ambientalisti: lo stato di New York che ha vietato il fracking, la Scozia che ha deciso per una sua moratoria, la famiglia Rockefeller che ha rinunciato al petrolio per le rinnovabili. Fatti che stanno cambiando il modo di gestire la cosa pubblica e il modo di guardare al futuro, sempre più improntato verso una forma di sviluppo sostenibile.
Per affrontare i cambiamenti climatici, infatti, bisogna cambiare mentalità perché difendere il nostro pianeta è una questione morale, oltre che ambientale. I giovani lo hanno capito perché vedono negato il proprio futuro, ma non è possibile aspettare che siano loro a governare. Il tempo di agire è adesso. E per farlo ci vorrebbe una rivoluzione.
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