Not everything is black, il documentario che sovverte la realtà grazie a foto scattate da non vedenti

Not everything is black è un documentario che parla di sei non vedenti che raccontano il mondo che li circonda attraverso fotografie realizzate da loro stessi.

I colori squillanti delle luminarie natalizie, due innamorati che si sorridono, le pennellate di verde che dipingono le sfumature di un bosco, le linee tortuose di una scultura in marmo che abbellisce una fontana, l’aspetto patinato e i colori intensi delle copertine dei giornali, le emozioni che lascia l’essere dentro una città talmente verticale da far pensare che la punta del grattacielo si stia unendo al cielo.

Questo è quello che hanno percepito, con lo sguardo degli altri quattro sensi, le sei persone non vedenti che tra Turchia, Italia, Stati Uniti, Libano e Spagna, che si sono cimentate nell’esperimento di prendere in mano una macchina fotografica e di immortalare con una fotografia tutto ciò che li circondasse, raccontando il loro punto di vista sulla realtà. Da questa sfida lanciata dal regista Olmo Parenti è nato Not everything is black.

Paura e bellezza

Il movente del documentario e dell’intero progetto è stata la paura, “La paura, una volta conosciute persone non vedenti, di non riuscire a leggere una reazione nei loro occhi”, spiega il regista. Ecco allora che Olmo Parenti getta a se stesso il guanto di sfida: non lasciare che la paura impedisca di conoscere persone cieche. La paura diventa così esigenza di incontro, e “La bellezza di quegli incontri oltre le barriere dei pregiudizi ha reso necessario raccontare le loro storie”.

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L’idea di mettere in mano a delle persone non vedenti una macchina fotografica affinché scattassero foto di attimi interessanti, coinvolgenti, emozionanti è il modo del regista di far conoscere l’umanità di fondo che unisce le persone vedenti e non vedenti: “Vorrei che chiunque guardi questo documentario, anche solo perché incuriosito dal vedere le foto scattate da una persona cieca, non si senta più spaventato dall’incontro con la diversità e dica a se stesso, ‘ehi non precluderti nessun tipo di rapporto’”.

foto di Not everything is black altro punto di vista
“Il mondo è creato secondo i bisogni e i desideri di coloro che vedono. Loro non hanno bisogno di essere curiosi di ciò che li circonda, quindi si fermano”, Bahar © Not everything is black

Empatia e diversità

“Io vado a letto contento perché so che sognerò colori e sono colori festosi, quasi violenti. I miei sogni sono bellissimi, sono pieni di colori. Non ne avevo mai fatti così prima. È un risarcimento”. È con queste parole dello scrittore Andrea Camilleri, scomparso il 17 luglio del 2019 all’età di 94 anni e diventato cieco negli ultimi anni della sua vita, che si apre il documentario. Un risarcimento che Camilleri si prendeva di notte sulla vita che lo aveva privato della vista.

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Uno dei protagonisti è Manuele Bravi, un ragazzo di ventinove anni che ha perso la vista quando ne aveva solo sei a causa di una meningite che da un giorno con l’altro ha bruciato le sue retine: “Avevo appena imparato a scrivere in stampatello. Non ho mai imparato a scrivere in corsivo”.

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“Ho appena scattato una foto di due persone. Stanno flirtando, ma non è la prima volta. Stanno fumando con una sicurezza che si possiede solo quando si sa di avere la vita sotto controllo”. Manuele © Not everything is black

Con lui entriamo nelle pieghe della pellicola. Il suo accettare la sfida di Olmo Parenti è maturato dalla volontà stessa del documentario di far lavorare lo spettatore sull’empatia nei confronti della diversità: “Not everything is black non porta lo spettatore ad immedesimarsi nella vita di un non vedente, ma gli permette di comprendere come le diversità di Paese, di cultura, di religione e di orientamento sessuale caratterizzino una persona, tanto quanto la diversità mia e degli altri cinque protagonisti non vedenti”.

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“Le persone cieche sono come gli uccellini. Alcune volte hanno bisogno di scappare dalla gabbia per volare insieme agli altri.” Ramy © Not everything is black

Questa storia ha per protagoniste le fotografie realizzate da sei persone non vedenti: Manuele Bravi, Michael Faillace, Josè Maria Villanueva, Carmen Tenllado, Bahar Turan Marcao, Ramy Jarjoura. “Ma perché sto facendo questo? Perché scatto una foto di un momento che avverto come emozionante?”, si chiede Manuele. La risposta sgretola ogni paura dell’incontro con l’altro, con la diversità: “Quello che mi ha mosso nel documentario è la condivisione. Perché un non vedente dovrebbe scattare una foto? Perché è in mezzo a dei vedenti”. L’emozione del momento Manuele, una persona non vedente, la coglie con gli altri quattro sensi e nella condivisione di uno scatto e di un’emozione, ecco che affiorano dalla diversità i punti i contatto. “Da cieco a me l’immagine non interessa, ma mi importa condividere con qualcun altro, con un vedente, l’emozione che avverto in quel contesto”, conclude. E questo aspetto è il meccanismo che muove ogni istantanea di Not everything is black.

foto di Not everything is black altro punto di vista
“C’è un uomo anziano che indossa vestiti scuri piegato sulla fontana per lavarsi la faccia. O almeno è quello che farei io.” Chema © Not everything is black

Un altro punto di vista

“Il progetto è partito come un documentario sulla cecità ma nel momento dell’incontro con queste sei persone, ho capito che il mio modo di pormi e il mio fare le domande era diverso dall’idea originale: parlavo con loro come avrei fatto con chiunque altro”, spiega Olmo Parenti. Quello che emerge, alla fine, sono elementi della vita per i quali tutti soffriamo, gioiamo e ci sentiamo insicuri”.

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Anche se scoprire una nuova forma di disabilità fa paura a molti, è un modo per riscoprire l’interesse per la realtà, l’immaginazione e la curiosità. Tre elementi che avvicinano i ciechi ai vedenti. Questo aspetto diventa ancora più chiaro nelle parole finali di Camilleri che dice come tanto da non vedente che da vedente per lui è stata l’immaginazione a “rendere potabile a realtà”.

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“Sta passando un uomo. Aspetta è una donna. Sì, sono teenagers. Riesco a dirlo da come camminano. Irradiano energia.” Carmen e Chema © Not everything is black

È la curiosità che muove il mondo, non la vista

Not everything is black è stato presentato a fine ottobre al Festival internazionale del film di Roma da Olmo Parenti, Marco Zannoni e Giacomo Ostini. Sul futuro del documentario il suo regista si esprime così: “L’odore dei giornali appena stampati, l’incontro di due innamorati o il semplice suono degli uccellini che chiacchierano tra di loro sono tutte poesie che non serve leggere, vedere. Spero che il nostro film abbia una grande diffusione per ricordare questo alle persone”.

foto di Not everything is black altro punto di vista
“Dal tono della sua voce, la ragazza venezuelana sembrava molto bella. Il suo nome era Carolina. Mi ha colpito dritto nel cuore. Vorrei facesse qualcosa di meglio con la sua vita.” Michael © Not everything is black

“Se spendo la mia giornata senza imparare qualcosa di eccitante o eccezionale mi dispiace molto. Tutto è disegnato sulla base dei bisogni dei vedenti, per questo ho bisogno da non vedente di essere curiosa. Curiosa per ogni cosa, per ogni incontro mentre alcuni di voi [vedenti, ndr.] si dimenticano di esserlo”, così Bahar Turan Marcao riassume l’essenza del messaggio di Not everything is black.

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