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In campo nove realtà, ognuna con specifiche competenze. A fine utilizzo, le batterie possono essere sfruttate nei sistemi di stoccaggio energetico.
Una filiera italiana per dare una nuova vita alle batterie delle auto elettriche. Che, dopo l’utilizzo sui mezzi a quattro ruote, possono essere sfruttate all’interno di sistemi di stoccaggio dell’energia, come quelli che servono per immagazzinare l’elettricità derivante dalle fonti rinnovabili. Ne aveva parlato a Lifegate, alcune settimane fa, l’R&D Manager di Cobat Luigi De Rocchi; e il Consorzio è uno dei nove soggetti ad aver firmato l’intesa, insieme a Class Onlus, Anfia, Innovhub Stazioni Sperimentali per l’Industria, Enel, Comau, Dipartimento di meccanica del Politecnico di Milano, Rse e Flash battery.
Si tratta dunque di aziende italiane dell’energia e dell’ambiente, di associazioni di categoria dell’automotive e di poli dell’innovazione: la firma sul memorandum of understanding rappresenta il primo passo per sviluppare una catena del valore nazionale per la gestione del fine vita delle batterie al litio provenienti dal settore automotive.
Si punta ad allungarne la loro vita garantendo il recupero delle loro funzionalità, riconvertendole in sistemi di accumulo stazionari. Dopo un certo utilizzo, le batterie delle auto elettriche hanno bisogno di essere sostituite perché non sono più in grado di alimentare in maniera adeguata i veicoli; ma invece di diventare rifiuti, possono essere rigenerate e destinate ad altri scopi.
Nonostante la vita utile di una batteria al litio per auto elettrica sia pari a circa 10-12 anni, la capacità residua quando viene smontata dal veicolo può raggiungere ancora fino all’80 per cento di quella nominale. Una percentuale significativa, ma che in ogni caso la rende inadatta per una vettura. Eppure, quella batteria può essere riconvertita e riutilizzata: le procedure di riconversione comprendono processi innovativi di testing, disassemblaggio e riassemblaggio che sono attualmente oggetto di sviluppo e ottimizzazione sia dal punto di vista tecnico che economico.
È qui che entra in gioco il progetto dei nove protagonisti della filiera, che si sono impegnati ad avviare attività di ricerca e sviluppo per diverse attività. Si parte con lo stoccaggio e la messa in sicurezza degli accumulatori dismessi dai rispettivi settori di provenienza, prevedendo anche il recupero dell’energia residua contenuta; si prosegue con il disassemblaggio e relativi pre-trattamenti attraverso tecnologie innovative che, sfruttando l’automazione robotizzata, favoriscano l’efficienza dei processi e lo svolgimento delle attività nel rispetto dei più alti standard di sicurezza. Si passa poi alla verifica dello stato di salute delle singole celle, attraverso metodi innovativi di stima della vita residua, per l’individuazione delle componenti ancora utilizzabili; il processo si chiude con il ri-assemblaggio delle celle riutilizzabili e con la produzione di nuovi pacchi di accumulo energetico, per applicazioni stazionarie.
Ogni partner sarà responsabile di una specifica attività in funzione delle proprie competenze. Oltre al second-life, il progetto ha anche lo scopo di sviluppare tecnologie e processi per il trattamento di riciclo delle celle e dei moduli risultati inutilizzabili, per minimizzare i rifiuti in accordo con i principi fondamentali dell’economia circolare. Si punta anche a stimolare i soggetti istituzionali, sia a livello locale sia nazionale, che possano validare il progetto e sostenerne il piano di intervento. Nel medio-periodo, la rete di aziende e associazioni punta alla creazione di una piattaforma collaborativa che consenta di agganciare il progetto di ricerca a politiche di intervento concrete e innovative.
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