Più di 40 tonnellate di rifiuti sono stati raccolti nell’oceano Pacifico da Ocean Voyages

La nave Kwai dell’Ocean Voyages institute, utilizzando droni e impianti satellitari installati su altre navi, in 25 giorni ha raccolto nell’Oceano Pacifico 40 tonnellate di rifiuti, in particolare plastiche e reti da pesca di nylon. Riuscito l’esperimento, nel 2020 si punta a una missione della durata di 3 mesi.

Oltre 40 tonnellate di di plastica e di reti da pesca sono state rimosse dalla zona di mare nota come Pacific gyre, un tratto di oceano Pacifico compreso tra la California e le isole Hawaii dove si concentrano ben quattro forti correnti oceaniche a formare un vortice circolare in grado di attirare a sé i rifiuti provenienti sia dal continente americano che dall’arcipelago hawaiiano. A realizzare l’impresa è stata Ocean voyages institute, un’organizzazione ambientalista statunitense la cui nave da carico Kwai, alimentata a vela, è sbarcata a Honolulu, la capitale delle Hawaii, lo scorso 25 giugno dopo aver completato una missione di pulizia durata 25 giorni.

Un’isola di rifiuti nel Pacifico

 A metà strada tra la California e le Hawaii esiste una delle sempre più comuni isole di rifiuti composta per lo più di bottiglie di detersivo, birra e casse per bibite, candeggina e bottiglie per la pulizia, mobili di plastica, cinghie di imballaggio, secchi, giocattoli per bambini e una miriade di tipi di plastica galleggiante. Ma uno degli obiettivi principali del viaggio organizzato da Ocean voyages institute era il recupero delle cosiddette reti fantasma: reti da pesca di nylon o di derivati del polipropilene, dal peso di diverse tonnellate ciascuna, che si depositano sul fondo intrappolando detriti di plastica insieme a pesci e persino pezzi di navi. Secondo L’Ocean voyages institute si stima che 600mila tonnellate di reti abbandonate finiscano negli oceani ogni anno, e secondo le Nazioni Unite, circa 380 mila animali marini vengono uccisi ogni anno a causa loro, o per l’ingerimento di plastiche.

La tecnologia in soccorso del mare

“Reti e detriti in plastica sono il segno di un inquinamento che sta ponendo forti minacce alla vita marina, agli ambienti costieri, alla navigazione, alla pesca, alla flora selvatica e non per ultimo alla nostra salute” ha spiegato Mary Crowley, fondatrice e direttore esecutivo di Ocean voyages institute. “Ma il progresso ci dà anche soluzioni innovative per trovare più velocemente le aree con la maggiore densità di inquinamento plastico”.

Parte del grande successo della missione è dovuto infatti alla tecnologia satellitare utilizzata: la Kwai si è infatti servita anche di altre imbarcazioni (yacht privati, pescherecci, barche di dimensioni più ridotte) che dotate di Gps hanno facilitato le segnalazioni. Inoltre a bordo della Kwai sono saliti anche degli esperti di pilotaggio di droni aerei, che sono stati utilizzati per la ricerca degli agglomerati di rifiuti. Dopo questo esperimento, nel 2020 Ocean voyages institute punta a espandere la propria missione, programmando una missione in mare della durata di tre mesi. 

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L’inquinamento plastico nell’oceano era sconosciuto solo quarant’anni fa. “È molto inquietante navigare attraverso quello che solo alcuni decenni fa era natura incontaminata e trovarla oggi piena della nostra spazzatura”, è l’amara riflessione finale di Mary Crowley. “È necessaria un’azione urgente a tutti i livelli, partendo dal limitare la produzione di materie plastiche usa e getta”. Anche nel Mediterraneo il problema della plastica costituisce un’emergenza, dal momento che secondo il Wwf ogni anno 570 mila tonnellate di plastica finiscono nelle sue acque, l’equivalente di 33.800 bottigliette di plastica gettate in mare ogni minuto: senza soluzioni concrete ed efficaci, si stima che entro il 2050 nel mari di tutto il mondo ci saranno più tonnellate di plastica che di pesci.

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