Il Rapporto AGRIcoltura100 delinea un settore in cui la sostenibilità diventa uno strumento indispensabile contro la crisi geopolitica e il climate change.
Internazionalizzazione, meritocrazia, sostenibilità. Senza dimenticare le donne. È questo l’elenco delle priorità per tornare a crescere secondo l’economista Alan Friedman. Che non crede nei grandi proclami, ma nei passi concreti.
La ricetta per far ripartire l’Italia c’è, anche se non prevede grandi colpi di scena. È questa l’opinione di Alan Friedman, giornalista, opinionista e anchorman televisivo noto per le sue capacità di divulgazione delle leggi che regolano l’economia internazionale. L’economista è intervenuto il 23 giugno scorso all’ultima assemblea dei soci di CIRFOOD, dove lo abbiamo raggiunto per un commento sull’attuale contesto economico dell’Italia.
Nel suo ultimo libro “Dieci cose da sapere sull’economia prima che sia troppo tardi”, lei affronta di petto alcune delle grandi questioni del nostro tempo. Una delle amare verità è che l’Italia non cresce più. Cosa servirebbe per far ripartire l’economia?
Per portare avanti una crescita sostenibile per l’Italia sono necessarie una serie di misure che sono meno attraenti ma più normali, tipo estendere la detassazione per l’istruzione dei giovani, concludere la riforma della Pubblica Amministrazione cominciata dal Governo Renzi; creare un sistema di giustizia civile più prevedibile, più certo, più veloce e più snello; cercare anche di dare premi salariali; creare più meritocrazia nell’economia, sia nel settore pubblico sia nel settore privato; lavorare sulla riduzione del debito non in modo “drammatico”, ma piano piano, così da dare segnali ai mercati; e certamente cercare di incentivare l’occupazione femminile, perché nei paesi dove c’è più occupazione femminile – e l’Italia è sotto la media europea – c’è più crescita.
In un momento economico come l’attuale, in che modo la sostenibilità può essere la chiave per cogliere nuove opportunità di business e distinguersi dai competitor?
Lo sviluppo sostenibile non è solo uno slogan, non è solo la scelta di qualcuno che vuole essere politically correct. Lo sviluppo sostenibile è buono per i profitti, per l’economia e per i dipendenti. Il rispetto dell’ambiente e degli stakeholder (che – ricordiamo – non sono solo gli azionisti, ma anche i dipendenti) serve a creare un senso di comunità; tutelare l’istruzione, la cultura e anche creare gli asili nido per le giovani mamme… Sono tutti elementi che rendono una società più conviviale e più profittevole.
Si parla molto di resilienza (anche delle aziende) come antidoto contro la crisi: è d’accordo? Qual è la sua interpretazione di questa qualità?
Noi americani amiamo parlare della famosa “arte di arrangiarsi”, tutta italiana. La verità è che tutta la flessibilità, creatività ed energia che si trovano in Italia appartengono a imprese che devono essere flessibili per abitudine, perché vivono sulla loro pelle le conseguenze di uno stato e di una burocrazia inefficienti. Quindi flessibilità e creatività: bisogna vivere così.
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