Cinquant’anni dopo Seveso, la maggior parte dei sinistri ambientali nasce da cause prevenibili

I sinistri ambientali nascono da corrosione, guasti ed errore umano, più che da fatalità come incendi e meteo estremo: lo rivela l’Osservatorio Pool Ambiente.

Era mezzogiorno di sabato 10 luglio 1976 quando, nello stabilimento chimico Icmesa di Meda, il cedimento del disco di sicurezza di un reattore provocò il rilascio di una nube contenente diossina. Iniziava così il disastro di Seveso, la peggiore catastrofe ambientale nella storia industriale italiana. A cinquant’anni di distanza sono cambiate tante cose. Abbiamo normative molto più solide sulla prevenzione (la direttiva Seveso, nome tutt’altro che casuale, è giunta ormai alla sua terza versione) e sulla responsabilità delle imprese (in applicazione del principio “chi inquina paga”). Ma un dato dimostra che c’è ancora tantissimo da fare: oltre il 70 per cento dei sinistri ambientali è riconducibile a cause che le imprese potrebbero prevenire. La stima proviene da Pool Ambiente, il consorzio di coassicurazione specializzato nei rischi di responsabilità ambientale fondato proprio all’indomani del disastro di Seveso.

Quali sono le cause più comuni dei sinistri ambientali

Pool Ambiente ha da poco pubblicato un Osservatorio che integra le rilevazioni statistiche di Ania, l’associazione che rappresenta le compagnie di assicurazione in Italia, con i dati reali sui sinistri ambientali gestiti dalle imprese associate. L’analisi restituisce una realtà molto diversa da quella che comunemente si immagina. Prima di tutto, la contaminazione non è necessariamente figlia di attività illegali: dei 1.000-1.500 casi all’anno censiti in Italia, ben 500-900 sono riconducibili a imprese in regola con le normative.

In un’Italia sempre più esposta agli effetti della crisi climatica, è facile immaginare che i sinistri siano provocati soprattutto da alluvioni o altri eventi meteo estremi. I dati raccontano però una realtà diversa: queste cause rappresentano appena il 2,7 per cento dei casi. Più del 70 dei casi, al contrario, deriva da corrosione delle strutture (40,8 per cento), errore umano (17,1 per cento) e malfunzionamenti e guasti (11,2 per cento). Tre motivazioni diverse ma che hanno qualcosa in comune: l’azienda le può prevenire, attraverso una mappatura preliminare delle sorgenti e degli scenari di danno, una manutenzione mirata e una formazione adeguata del personale.

“È fondamentale evidenziare l’elevato rapporto costi-benefici di queste misure: l’investimento preventivo è spesso decine o centinaia di volte inferiore alla magnitudo del potenziale danno”, sottolinea Lisa Casali, manager di Pool Ambiente. “Un esempio classico è il rivestimento di un serbatoio interrato: un intervento da poche migliaia di euro è in grado di prevenire passività ambientali per centinaia di migliaia di euro”.

Solo una minoranza delle imprese conosce gli scenari di danno all’ambiente

Proprio per fotografare la differenza tra percezione e realtà, Pool Ambiente ha interpellato 150 professionisti di diversi settori che lavorano in tutt’Italia. Uno su tre crede che il principale scenario di danno alle risorse naturali sia l’incendio che tuttavia, nei fatti, riguarda appena il 10 per cento dei sinistri ambientali. Al contrario, solo il 13 per cento degli intervistati indica come rischio principale quello che nella pratica è di gran lunga il più frequente con il 40,5 per cento dei casi: la perdita da serbatoi, vasche e condutture interrate. Il dato non dovrebbe sorprendere troppo, visto che in Italia l’età media di un serbatoio è di 23 anni e non esistono leggi nazionali che stabiliscono i criteri di sicurezza per i serbatoi interrati monoparete esistenti. Un altro 22,8 per cento dei sinistri ambientali è dovuto allo sversamento da aree di impianto o deposito.

“A cinquant’anni dal disastro di Seveso, dobbiamo comprendere che la tutela dell’ambiente non è più solo una questione di adempimento burocratico, ma di gestione tecnica e culturale del rischio ambientale”, conclude Lisa Casali. In assenza di standard internazionali sulla prevenzione, Pool Ambiente ha riunito un tavolo tecnico per mettere a punto una prassi di riferimento in sede Uni. In sostanza, la Pdr Uni 107:2021 “Ambiente protetto” raccoglie una serie di buone pratiche che aiutano le imprese a ridurre la probabilità di provocare un danno e, qualora si verifichi, a limitarne le conseguenze.

Meno dell’1 per cento delle imprese ha una polizza di responsabilità ambientale

Un tassello fondamentale, anch’esso enormemente sottovalutato, è la stipula di una polizza assicurativa specifica. Le comuni polizze di responsabilità civile generale coprono i danni a terzi, ma non l’inquinamento graduale (per esempio una perdita lenta da un serbatoio interrato, che può passare inosservata a lungo) né i costi di bonifica del terreno dell’azienda. Tutti costi che, per legge, spettano all’azienda anche se è in regola e non c’è dolo.

Stipulando una polizza di responsabilità ambientale, al contrario, l’impresa si assicura che – in caso di incidente – ci sia un operatore specializzato che interviene per ripristinare le risorse naturali danneggiate. Attività che possono durare mesi e costare milioni di euro. Eppure, rivela sempre l’Osservatorio Pool Ambiente, nel 2023 le polizze dedicate attive in Italia erano poco meno di 8.700, su 974mila imprese potenzialmente interessate: appena lo 0,89 per cento del totale.

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