Uno studio dell’Organizzazione meteorologica mondiale ha valutato l’impatto sanitario dei fumi dei mega-incendi, alimentati dalla crisi climatica.
Il primo Forum mondiale dei paesi produttori di caffè ha lanciato l’allarme: la risalita delle temperature dimezzerà le terre coltivabili entro il 2050.
I cambiamenti climatici potrebbero stravolgere anche le nostre abitudini più radicate. Non soltanto dovremo fare i conti con eventi meteorologici estremi sempre più frequenti e ondate di caldo straordinarie. Anche la semplice tazzina di caffè, che da sempre è presente sulle nostre tavole e nei nostri uffici, potrebbe diventare una rarità. Gli stravolgimenti che sta subendo l’atmosfera terrestre stanno infatti già colpendo la produzione mondiale, che negli ultimi due anni è risultata inferiore rispetto al totale dei consumi.
A lanciare l’allarme è stato il primo Forum mondiale dei paesi produttori, che si è tenuto a Medellin, in Colombia, dal 10 al 12 luglio. “Tutte le nazioni saranno colpite, perché il caffè è particolarmente sensibile anche alle variazioni più leggere della temperatura”, ha dichiarato all’agenzia Afp il brasiliano José Sette, direttore esecutivo dell’Organizzazione internazionale del caffè (Oic), associazione che riunisce 43 stati esportatori e sette importatori. Secondo quanto riportato dal quotidiano francese 20Minutes, “le superfici coltivabili destinate alla produzione potrebbero risultare dimezzate già entro il 2050, proprio a causa della risalita della temperatura media globale. Il caldo, tra l’altro, favorirà probabilmente anche lo sviluppo di malattie che colpiscono la pianta, come confermato da un rapporto del 2016 dell’Istituto climatologico australiano”.
L’Oic ha fatto sapere in particolare che tra il mese di ottobre del 2015 e quello di settembre del 2016, il quantitativo complessivo di caffè consumato nel mondo è stato pari a 151,3 milioni di sacchi da 60 chilogrammi. Ovvero 3,3 milioni di sacchi in più rispetto alla produzione totale raggiunta nello stesso periodo. Per ora, gli stock non hanno subito grandi variazioni perché a compensare è stata una sovraproduzione che era stata registrata negli anni precedenti.
“Ma in questo modo non potremo far fronte alla domanda mondiale”, ha dichiarato Roberto Velez, della Federazione nazionale dei produttori in Colombia. Uno dei principali esportatori, il Brasile, nel 2016 ha raccolto 51,4 milioni di sacchi, ma già per il 2017 è previsto un calo dell‘11,3 per cento. Allo stesso modo, in Colombia si prevede una contrazione pari a 14 milioni di sacchi.
In Etiopia, poi, le piante di varietà arabica, che necessitano di temperatura relativamente mitigate, avranno a disposizione nei prossimi decenni tra il 40 e il 60 per cento in meno di terre adatte alla loro crescita rispetto ad oggi, come confermato da uno studio pubblicato a giugno sulla rivista scientifica Nature. D’altra parte, è facile intuire che, considerando il fatto che la maggior parte della produzione è concentrata in poche nazioni, un solo evento estremo in uno di tali territorio può compromettere l’approvvigionamento in tutto il mondo, oltreché un’impennata dei prezzi.
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