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Le sostanze trovate nei rifiuti plastici del Mediterraneo sono tossiche e possono finire nel nostro piatto

Sono stati pubblicati i risultati delle prime analisi dell’Università di Siena sui contaminanti trovati nei rifiuti plastici abbandonati in mare e raccolti sulle spiagge italiane. Scopriamoli nell’editoriale del presidente di Legambiente.

Il fenomeno del marine litter rappresenta ormai la seconda emergenza ambientale globale dopo quella dei cambiamenti climatici. La presenza di plastica in mare è un problema serio per gli effetti sull’ambiente e la fauna marina e, di conseguenza, per il pericolo che i pesci possono diventare veicolo di sostanze tossiche che finiscono direttamente sulla nostra tavola.

Inquinamento da materie plastiche in mare
L’immensa quantità di plastica che galleggia nelle acque della Terra ammonterebbe a circa 150 milioni di tonnellate © Jeff J Mitchell/Getty Images

Un rischio avvalorato dallo studio sperimentale Plastic busters che ha riscontrato mercurio, policlorobifenili, ddt ed esaclorobenzene nei rifiuti plastici abbandonati in mare e raccolti dai volontari di Legambiente. In occasione della Giornata mondiale degli oceani, infatti, sono stati resi noti i primi risultati delle analisi compiute dall’Università di Siena per Plastic busters, primo progetto sperimentale nel Mediterraneo sul tema anche alla luce degli effetti sulla catena alimentare legati all’ingestione delle plastiche in mare.

Sostanze contaminanti in tutti i campioni

Per cominciare, su tutti i campioni analizzati è stata riscontrata la presenza di sostanze contaminanti, in concentrazione variabile in base all’area, la natura del polimero e il grado di invecchiamento del rifiuto. Il campionamento ha riguardato una sola tipologia di plastiche galleggianti: le “sheetlike user plastic”, ovvero buste, fogli e teli che costituiscono la frazione più abbondante del marine litter.

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I rifiuti analizzati dai ricercatori dell’Università di Siena sono stati raccolti e campionati da Goletta Verde di Legambiente l’estate scorsa durante la navigazione lungo la Penisola. Per ogni campione, l’equipaggio dell’imbarcazione ambientalista ha preso la posizione gps, scattato foto, compilato una scheda di dettagli ed eseguito una procedura di raccolta e conservazione come previsto dal protocollo dell’Università di Siena. Infine sono state effettuate le analisi in laboratorio, con la valutazione della composizione polimerica di ciascun campione attraverso la tecnica di spettrometria a raggi infrarossi. Dall’analisi è emerso che l’86 per cento delle macroplastiche analizzate è costituito da polietilene e il 14 per cento da polipropilene.

Plastica che galleggia in un fiume
Il problema della plastica non è costituito solo gli oggetti visibili come sacchetti e contenitori, ma anche e soprattutto i microframmenti di plastica, insieme alle microsfere contenute in esfolianti e altri cosmetici © Kevork Djansezian/Getty Images

Dall’ambiente al nostro piatto

Per quanto riguarda l’analisi dei composti di sintesi organoclorurati e del mercurio riscontrati sulle microplastiche galleggianti, dallo studio emerge che tutti i campioni presentavano livelli apprezzabili di questi contaminanti. I dati mostrano un aumento delle concentrazioni con la permanenza in mare in una prima fase e una successiva diminuzione con l’invecchiamento: probabilmente, con l’avanzare dei processi degradativi a cui va incontro la plastica una volta in mare, essa rilascia parte del carico di contaminanti.

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I risultati dello studio inducono ad approfondire questo tipo di approccio nell’analisi del fenomeno e ci sottopongono ancora una volta la necessità di difendere le acque del nostro Pianeta dai rifiuti, riducendo il consumo di prodotti usa e getta e promuovendo il riciclo e l’economia circolare. Oltre, naturalmente, a educare i cittadini a non abbandonare i rifiuti nell’ambiente. Quantomeno, per non ritrovarseli nel piatto.

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