Malgrado i tagli di Donald Trump e un’eruzione vulcanica, l’osservatorio di Mauna Loa che dal 1958 monitora la CO2 nell’atmosfera non chiuderà.
Sui Pirenei la temperatura è cresciuta nella seconda metà del Novecento di 1,2 gradi rispetto all’epoca pre-industriale. Il 30% in più del resto del mondo.
Le Alpi non sono l’unica catena europea a patire gli effetti dei cambiamenti climatici. Se le montagne che separano l’Italia dal resto dell’Europa devono fare i conti con lo scioglimento dei ghiacciai, gravi problemi legati ai pascoli e la rarefazione delle precipitazioni nevose, la situazione dei Pirenei è allo stesso modo inquietante.
Un informe del observatorio pirenáico @opcc_ctp alerta de que en los próximos 30 años los #Pirineos perderán la mitad de su nieve por el #CambioClimático https://t.co/VGVoDvUPoU @CTPPOCTEFA pic.twitter.com/p6JtJYT3Rd
— EFEverdeCOP (@EFEverdeCOP) 14 novembre 2018
Il 12 novembre è stato presentato a Saragozza, in Spagna, un rapporto dell’Osservatorio pirenaico sui cambiamenti climatici (Opcc), secondo il quale la temperatura media sulla catena montuosa è cresciuta in modo decisamente più sostenuto rispetto alla media globale. Se, infatti, nella seconda metà del Novecento l’aumento sulla totalità della superficie delle terre emerse e degli oceani è stato di 0,85 gradi centigradi, sui Pirenei si è arrivati a 1,2 gradi. E, in funzione dei differenti scenari ipotizzati dagli scienziati, il dato potrà toccare i +2 o persino i +7,1 gradi di qui alla fine del secolo, rispetto ai livelli pre-industriali.
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“L’aumento delle temperature registrato dal 1949 alla fine del secolo scorso è stato generalizzato sull’intera catena, con poche differenze tra la zona settentrionale e quella meridionale”, ha precisato l’Opcc. “È come se queste montagne fossero afflitte da una febbre, sintomo di malattia grave”, ha aggiunto Idoia Arauzo Gonzalez, coordinatrice dell’organismo.
Il rapporto è frutto di diversi anni di lavoro e dell’apporto di oltre cento scienziati francesi, spagnoli e andorrani. Che hanno analizzato tutti i dati disponibili sulla catena: da quelli meteorologici a quelli legati al ritiro dei ghiacciai. La metà di questi ultimi, in particolare, è scomparsa negli ultimi 35 anni. Allo stesso modo, lo spessore del manto nevoso si prevede possa calare del 50 per cento di qui al 2050 nei Pirenei centrali. Il che avrà un impatto particolarmente duro sul turismo invernale.
La température moyenne des Pyrénées a augmenté de 30 % de + que la moyenne mondiale ces 50 dernières années, a annoncé ce lundi l’Observatoire Pyrénéen du Changement Climatique (OPCC)… Détails via @ladepechedumidi#climatechange #changementclimatiquehttps://t.co/1T0ov2Gyz7
— Sophie BRIA (@SophieBRIA) 15 novembre 2018
Ma nella zona sono stati anche attesi fenomeni estremi sempre più frequenti, come siccità o piogge torrenziali. Che provocheranno a loro volta un aumento di frane, valanghe, smottamenti e inondazioni. Queste ultime amplificate dal disgelo precoce in primavera. Senza dimenticare il probabile spopolamento e gli effetti dei cambiamenti climatici su fauna e flora: alcune specie di uccelli migratori hanno già modificato di 10 giorni la loro data di arrivo dagli anni Sessanta ad oggi.
Nel periodo 1949-2010, poi, le precipitazioni hanno registrato un calo del 2,5 per cento a decennio: “Questo terribile cambiamento è un’evidenza indiscutibile. Siamo di fronte ad un’emergenza”, ha affermato Juan Terradez, coordinatore del rapporto. Gli effetti della crescita della temperatura media sono infatti già percepibili in termini di stress idrico, che colpisce in particolare le foreste ed è misurabile sulla base della perdita del fogliame. Ma si assiste anche ad una crescente fragilità del suolo, della quale fanno le spese le attività agricole, pastorali e il turismo.
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“Occorre prevedere – ha concluso l’Opcc – un cambiamento irreversibile del paesaggio. Accelerando il processo di degradazione di alcune aree, i cambiamenti climatici provocheranno ripercussioni sui ghiacciai, sui laghi e sui torrenti di alta montagna”. Occorrerà inoltre prepararsi ad “un’eventuale perdita di biodiversità, compresa l’estinzione di alcune specie, nonché a profonde modificazioni degli ecosistemi. Gli animali potranno poi vedere modificata la durata della stagione della crescita, mentre le specie esotiche potranno via via fare il loro ingresso sul territorio”. Infine, si dovrà probabilmente fronteggiare “un aumento delle malattie e della presenza di parassiti”.
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