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Dopo sei anni arriva il verdetto per Radovan Karadžić: colpevole di crimini contro l’umanità, del genocidio di Srebrenica e dell’assedio di Sarajevo. La richiesta dell’accusa era il carcere a vita.
Radovan Karadžić è colpevole di crimini contro l’umanità, di genocidio nei confronti dei bosniaci musulmani avvenuto a Srebrenica nel 1995 e dell’assedio di Sarajevo. Per questi reati l’ex presidente della Repubblica serba di Bosnia e comandante delle forze armate è stato condannato a 40 anni di carcere nel corso della sentenza emessa il 24 marzo dal Tribunale penale internazionale per l’ex Jugoslavia delle Nazioni Unite che ha sede all’Aia, nei Paesi Bassi.
All’inizio del processo, avviato nel 2009, l’accusa aveva chiesto l’ergastolo. Dopo sei anni sono stati riconosciuti undici capi d’imputazione che vedono il comandante protagonista del massacro del 1995 di 8.000 musulmani a Srebrenica — una delle peggiori atrocità commesse dalla Seconda guerra mondiale a oggi —, dell’assedio e nei cannoneggiamenti su Sarajevo, delle persecuzioni — intese come massacri, stupri, torture, saccheggi e pulizia etnica – ai danni di cittadini non serbi in 20 municipalità diverse del territorio bosniaco (compreso un campo di concentramento) e di aver tenuto in ostaggio dei soldati dell’Unprofor, la forza di protezione delle Nazioni Unite.
Prima della fine della guerra, il 25 luglio 1995 il Tribunale lo incrimina con il suo braccio militare, Ratko Mladic, per i reati di cui oggi è accusato commessi tra il 1992 e il 1995. Karadžić ignora il mandato di cattura e per più di un anno rimane con la famiglia nella sua casa di Pale, nonostante la taglia da 5 milioni di dollari sulla sua testa. Dopo un secondo mandato di cattura, nel 1996 si dà alla latitanza. Viene arrestato 12 anni più tardi, nel 2008, a Belgrado dove viveva da diversi anni muovendosi liberamente e sotto falsa identità (si dice grazie alla copertura dei servizi segreti serbi) impartendo lezioni di medicina alternativa in giro per il Paese.
Fino alla fine Karadžić si è detto innocente per i crimini per i quali è stato condannato e ora ha 30 giorni per chiedere l’appello. Dopo la sentenza, il procuratore capo Serge Brammertz ha dichiarato al quotidiano britannico The Guardian che questo verdetto rappresenta un monito per i colpevoli di crimini di massa: “Nessuno può sfuggire alla giustizia”, ha detto il giudice. Il verdetto è stato seguito all’Aia da più di 500 persone, oltre 150 delle quali erano rappresentanti delle associazioni per le vittime di guerra.
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