Cos’è il reddito alimentare che sta per essere sperimentato in 4 città italiane

Sta partendo la sperimentazione del reddito alimentare, per contrastare lo spreco di cibo e aiutare i più bisognosi, che vede in campo il terzo settore.

  • Sta per partire la sperimentazione del reddito alimentare, una misura per contrastare lo spreco di cibo e aiutare i più bisognosi.
  • La sperimentazione partirà in 4 città italiane: Genova, Firenze, Palermo e Napoli.
  • Non ci sarà un vero e proprio reddito: si tratta in realtà di distribuzione di cibo non venduto, attraverso un circuito virtuoso tra istituzioni, negozi aderenti e associazioni del terzo settore.

Da Genova a Palermo, passando per Firenze e Napoli: quattro tra le principali città italiane stanno per sperimentare il reddito alimentare, una nuova misura di welfare che punta da un lato ad aiutare i cittadini e le famiglie maggiormente in difficoltà nel mettere insieme il pranzo con la cena, dall’altro a combattere la piaga dello spreco di cibo.

Cos’è il reddito alimentare (non un vero e proprio reddito)

Anche se il nome che gli ha dato ufficialmente il ministero del Lavoro e delle politiche sociali è reddito alimentare, in realtà il progetto non consta effettivamente di un assegno staccato a favore di una fascia di popolazione individuata, come era invece per il famoso reddito di cittadinanza e per l’attuale reddito di inclusione. Piuttosto, si tratta del finanziamento con oltre 5 milioni di euro di un fondo apposito, chiamato appunto Fondo del reddito alimentare, per sperimentare (inizialmente solo a Genova, Firenze, Napoli e Palermo, ma l’obiettivo in caso di buoni risultati nei 3 anni di sperimentazione è estenderlo a tutta Italia) un programma che, tramite il coinvolgimento di istituzioni locali, esercenti alimentari e associazioni del terzo settore presenti sul territorio (incaricati della consegna materiale dei pacchi alimentari), crei una catena virtuosa che faccia arrivare a chi ne ha bisogno del cibo che altrimenti andrebbe buttato, non perché scadente o non più buono, ma semplicemente perché non vendibile a causa di confezioni fallate o data di scadenza troppo ravvicinata.

L’iniziativa è stata voluta dalla viceministra al Lavoro Maria Teresa Bellucci, che lo scorso 6 febbraio ha pubblicato il bando ufficiale che riguarda i comuni interessati, e concertata nei mesi scorsi con gli stessi enti del terzo settore e, spiega Bellucci, “oltre a costituire un importante messaggio sociale contro lo spreco di cibo, vuol essere un aiuto concreto, possibile grazie a un’attenta gestione delle eccedenze degli alimentari invenduti nei negozi aderenti all’iniziativa, che avrà l’obiettivo di riuscire a raggiungere anche chi non ha mai avuto aiuti alimentari nel passato”.

Arrivare a chi non è stato mai raggiunto

In effetti, i soggetti che possono usufruire dei benefici della distribuzione alimentare saranno decisi direttamente sul territorio, tramite le organizzazioni che saranno partner dell’iniziativa e si occuperanno della distribuzione, e da altri soggetti segnalati dai servizi sociali territoriali competenti: un modo più efficace, fanno saper fonti del ministero “per raggiungere non solo i poveri storici che sono già censiti”, per esempio quelli che rientravano nel programma operativo del Fondo di aiuti europei agli indigenti (Fead) dell’Unione europea, “ma anche le persone solo momentaneamente in difficoltà, che in questo momento non hanno la possibilità di mettere tutti i giorni un pasto caldo a tavola”.

Ora la palla spetta ai Comuni interessati dalla sperimentazione del reddito alimentare: saranno loro, entro il 31 marzo, a dover presentare dei progetti che illustrino con quali modalità decideranno, in autonomia, di mettere in moto questo circolo virtuoso tra negozi, associazioni di volontariato e bisognosi.

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