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La vita in barca a vela presenta alcune complicazioni pratiche che, se gestite in modo intelligente, diventano spunti per ottimizzare i propri consumi.
La vita in barca a vela è segnata da tante abitudini che possono sembrare quasi rituali ma nascono in realtà dalla lunga esperienza di navigatori, diportisti e – ovviamente – tanto buon senso. La ristrettezza degli spazi e la necessità di fare economia di acqua ed elettricità, per esempio, si traducono in comportamenti all’insegna dell’efficienza.
Forse anche perché una crociera in barca a vela è un’occasione per prendersi cura di sé stessi, per stare bene sia in solitudine che in momenti di socialità, la cucina e la tavola sono momenti difficilmente trascurati. Ed è qui che si producono la maggior parte dei rifiuti. La cambusa è il luogo dove si immagazzina il cibo in barca: fare cambusa, che significa più o meno fare la spesa, riempire la dispensa, è un’arte che si esercita con l’esperienza. L’obiettivo: evitare sprechi di cibo e ridurre al minimo gli scarti. Pensiamo per esempio a una crociera estiva nel Mediterraneo: in una situazione in cui fa mediamente caldo, la temperatura all’interno del frigorifero non è mai bassissima e lo spazio è limitato, mantenere i cibi è una sfida, considerando anche che il frigorifero consuma molto e la sua forma a pozzetto spesso non è particolarmente pratica. È anche per questo che la tentazione di acquistare monodosi o prodotti confezionati è forte, per poter svuotare la cambusa man mano senza trovarsi alle prese con confezioni aperte e avanzi.
Quindi è facile che la scelta ricada su prodotti in scatola, cibo secco, pacchetti relativamente piccoli che vengono consumati in un pasto e confezioni che possano rimanere a temperatura ambiente senza guastarsi. Se questo è il caso, meglio optare per i materiali meno inquinanti e più facilmente riciclabili come le lattine. Per la frutta e i freschi c’è la tradizione, apprezzata soprattutto da chi è più mattiniero, di alzarsi presto, scendere a terra e andare a fare la spesa in paese, assaporando l’aria del mattino e la vivacità del mercato.
Questo è di solito anche il momento per buttare la spazzatura e riempire le bottiglie vuote alle casette dell’acqua potabile che sono spesso disponibili in marina. Se si tengono da parte in un gavone mano a mano che si svuotano, basterà metterle in una busta grande e resistente per andarle a riempire all’occorrenza. È vero che lo spazio in barca è ridotto ma, come ci stavano piene, le bottiglie ci stanno anche vuote!
In casi particolari, chi fa lunghe traversate e navigazione d’altura può installare un dissalatore che rende potabile l’acqua del mare (sempre valutandone il peso e il consumo di elettricità), per non dover scendere a terra regolarmente ed evitare lo stoccaggio di acqua confezionata a bordo, che occupa pur sempre spazio e aumenta il peso della barca (e quindi i consumi).
Anche la gestione dell’acqua del serbatoio è fonte di non pochi grattacapi per gli armatori. Chiaramente non si può rinunciare alle pulizie ma si possono pur sempre adottare i trucchi del mestiere. Per lavare i piatti, per esempio, si comincia con un ammollo se necessario, per poi passare la spazzola per togliere i residui di cibo e, infine, insaponare e risciacquare. Per ammorbidire lo sporco, nulla vieta di riutilizzare l’acqua di cottura della pasta o l’acqua di mare, tenendo da parte l’acqua di serbatoio per l’ultimo risciacquo. Aceto, bicarbonato e sgrassanti naturali sono le alternative tradizionali ai detersivi, ma esistono anche prodotti formulati ad hoc per la barca, da usare direttamente con l’acqua di mare.
Occorre prestare particolare attenzione anche durante operazioni come il rifornimento, la manutenzione del motore, la pulizia della sentina (la parte dello scafo che raccoglie infiltrazioni d’acqua e scarti). Non è raro, infatti, che involontariamente si riversino in mare gocce di oli che magari non si notano a occhio nudo ma hanno comunque un impatto deleterio sull’ecosistema marino. LifeGate promuove una soluzione sviluppata dalla startup italiana T1 Solutions, tanto semplice quanto efficace: spugne assorbenti brevettate che assorbono gli oli (ma non l’acqua) e, se usate correttamente, possono essere strizzate e riutilizzate fino a duecento volte.
Che dire, invece, di saponi e shampoo? Anche in questo caso, esistono preparazioni specifiche che funzionano con l’acqua salata: a quel punto basta un breve risciacquo con l’acqua dolce e la doccia è fatta. In generale è importante consumare poco detergente e produrre poco residuo: una volta passato nello scarico, tutto finisce in mare. Quando si fa la spesa prima di partire, è bene dunque andare alla ricerca di articoli biodegradabili, realizzati con materie prime vegetali e senza tensioattivi petrolchimici; meglio ancora se producono poca schiuma e si sciacquano con quantità limitate d’acqua. Per evitare che anche le confezioni si accumulino nella spazzatura (rigorosamente differenziata), perché non comprare saponi, detersivi e detergenti solidi? Esistono sul mercato anche pastiglie di detersivo concentrato da sciogliere in acqua, per risparmiare spazio, materiale di imballo e CO2.
Un’ultima nota sulle creme solari e protettive: meglio evitare quelle che contengono materiali inquinanti e pericolosi per la fauna e la flora marine, come ossibenzone o octinoxato. Spesso i produttori più sensibili all’ambiente optano anche per confezioni di cartone o lattine, da preferire a quelle di plastica. Le considerazioni fatte fin qui sono applicabili anche nella vita di tutti i giorni ma in luoghi come la barca, dove il mare è proprio sotto i nostri occhi, i nostri piedi e ci circonda in un abbraccio da vicino, è più facile sentirci chiamati in causa e agire responsabilmente, senza cedere alla pigrizia.
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