Diritti umani

50 donne detenute in Ruanda per aver abortito sono state liberate

Il Ruanda ha annunciato la liberazione di 50 donne detenute per aver abortito. Dal 2018, l’interruzione di gravidanza è consentita ma solo in alcuni casi.

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Il 20 maggio, il presidente del Ruanda Paul Kagame ha annunciato il rilascio di 50 donne che erano state incarcerate per aver abortito o per averne aiutate altre ad interrompere la gravidanza. Sei di loro erano state condannate addirittura all’ergastolo. Il ministro della Giustizia Johnston Busingye ha affermato che anche queste ultime, nella giornata di martedì 19 maggio, sono state liberate. L’anno scorso lo stesso Kagame aveva ordinato una misura analoga a favore di 52 donne.

Secondo Equality now, organizzazione non governativa che difende i diritti delle donne, il rilascio è stato deciso in ragione di un più ampio piano di riduzione del numero di detenuti. Ciò con l’obiettivo di rallentare la diffusione del coronavirus. Il quotidiano inglese The Independent ha riferito che la scorsa settimana il governo della nazione africana ha concesso la libertà condizionale a 3.596 detenuti. Altri 1.182 sono stati rilasciati ad aprile.

La criminalizzazione dell’aborto

Il rilascio delle donne è stato accolto con favore dai gruppi per i diritti umani, tra i quali la stessa Equality now. Ma una scarcerazione non è sufficiente. “Anche se questa è una buona mossa, donne e ragazze non dovrebbero mai, in primo luogo, essere imprigionate per aver esercitato i loro diritti”, ha detto la dottoressa Agnes Odhiambo, membro dell’associazione Human rights watch in Kenya. “Il governo del Ruanda – ha aggiunto – dovrebbe eliminare tutte le misure punitive per le donne che si sottopongono ad un aborto”.

Nel 2018, il Ruanda ha aggiornato il codice penale per rendere legale l’aborto in caso di stupro, incesto, matrimonio forzato e qualora la gravidanza rappresenti un rischio significativo per la salute. Ma ciò ha veicolato un messaggio sbagliato, secondo Odhiambo: quello secondo il quale le donne devono subire abusi per poter esercitare i loro diritti.

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Donne ruandesi durante una funzione religiosa alla vigilia dell’anniversario del genocidio del 1994, il 6 aprile 2014 a Mybo © Chip Somodevilla/Getty Images

Se mancano i medici

Inoltre, anche quando l’interruzione di gravidanza è consentita, la legge prevede che l’aborto sia effettuato da un medico. Una clausola che pone un problema logistico, in un paese in cui il sistema sanitario è a corto di personale. I dati del Rwanda medical and dental council del 2016 mostrano infatti che la nazione africana ha a disposizione un medico ogni 10.055 persone e un’ostetrica ogni 4.064 donne tra i 15 e i 49 anni.

“Permettere solo ad un ‘medico riconosciuto’ di praticare l’aborto minaccia di rendere quasi impossibile l’accesso per molte donne e ragazze ad aborti sicuri, in particolare per quelle povere, analfabete e delle zone rurali”, ha sottolinea Odhiambo sulle colonne del quotidiano britannico The Guardian. “Gli studi – ha precisato – hanno dimostrato che infermiere e ostetriche preparate sono capaci tanto quanto i medici di garantire sicurezza alle pazienti”.

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Il 21 maggio 2019 ad Atlanta, Georgia, una manifestazione di protesta contro le leggi anti-aborto © Elijah Nouvelage/Getty Images

Quando l’aborto è uno stigma

A causa delle leggi restrittive esistenti in Ruanda, un gran numero di donne pratica aborti illegali. Un rapporto del 2013 del Guttmacher Institute stima che ogni anno ne vengano effettuati 60mila, la maggior parte dei quali avviene in condizioni non sicure. Il tasso di complicazioni per gli aborti illegali in Ruanda è stimato al 55 per cento. Ma la criminalizzazione dell’aborto dissuade anche le donne dal richiedere ulteriori cure mediche in caso di effetti collaterali.

E anche quando l’interruzione della gravidanza è effettuata per i casi previsti dalla nuova legge, come riporta il Washington Post, non è facile ottenere sostegno. Poiché quella di abortire resta una scelta stigmatizzata nella cultura ruandese.

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