Dolkun Isa, attivista politico uiguro: “Vi racconto il genocidio del mio popolo”

L’intervista a Dolkun Isa, presidente del World uyghur congress, sulla violenta repressione cinese contro la minoranza uigura dello Xinjiang, che lui stesso vive sulla propria pelle.

“Un uiguro non si sente mai al sicuro perché da un momento all’altro e senza alcuna ragione può essere prelevato dalla propria casa, o dalla strada, per essere portato nei campi di concentramento. O, semplicemente, viene fatto sparire”. Quella della minoranza uigura nella regione cinese dello Xinjiang non è un’esistenza normale e nessuno lo sa meglio di Dolkun Isa. Attivista politico uiguro in esilio da ormai oltre vent’anni a causa delle persecuzioni subite da Pechino, è probabilmente la figura di riferimento internazionale per la causa della minoranza turcofona islamica.

Se oggi si è iniziato a parlare in tutto il mondo della sorveglianza di massa, dei campi di detenzione, dei lavori forzati e delle altre forme brutali di violazione dei diritti umani a cui sono sottoposti gli uiguri in Cina, è anche grazie al suo lavoro e alla sua determinazione in quanto presidente del World uyghur congress.

Dolkun Isa ha subìto sulla propria pelle e su quella della sua famiglia il peso della repressione cinese. Arresti, minacce e intimidazioni hanno reso la sua vita un percorso a ostacoli. Nel 2017 sua madre è morta in un assordante silenzio in uno dei campi di detenzione e rieducazione, ora anche il fratello vi si trova imprigionato. Del padre invece si sono perse le tracce, si sa solo che è morto nel 2019. “La libertà non è libera, serve pagare un prezzo per averla e io e la mia famiglia lo stiamo pagando”, la sua filosofia.

LifeGate lo ha raggiunto telefonicamente per un’intervista.

Dolkun Isa, attivista politico uiguro e Presidente del World Uyghur Congress
Dolkun Isa, attivista politico uiguro e Presidente del World Uyghur Congress © FairTrials

Come scorre la quotidianità di una persona uigura nella regione cinese dello Xinjiang?
Non esiste una vera vita normale per gli uiguri. Mentre milioni di persone soffrono nei campi di concentramento cinesi, chi si trova al di fuori vive nella paura. Bisogna sempre stare all’erta riguardo a quello che potrebbe succedere da un momento all’altro. Nessuno si sente al sicuro perché senza alcuna ragione e spiegazione si può essere prelevati dalle proprie case, dalla strada, da un centro commerciale durante lo shopping ed essere portati in posti come i campi di concentramento, o magari fatti sparire. Questa è la vita degli uiguri, non esiste neanche la possibilità di visitare gli amici e la propria famiglia liberamente, per farlo occorre registrarsi per un incontro di 15-20 minuti e se si rimane per più tempo nelle loro case arrivano gli uomini della sicurezza e fanno problemi, si finisce sotto interrogatorio. L’ingresso degli appartamenti nello Xinjiang è dotato di apposite telecamere di sorveglianza controllate dallo stato, le forze di sicurezza cinesi sanno chi entra e chi esce dalle abitazioni. Questo è un esempio di come la vita quotidiana degli uiguri scorra sotto una perenne minaccia delle autorità. Nessuno si sente al sicuro.

In che modo avviene l’opera di repressione e assimilazione della Cina? Qual è l’obiettivo di Pechino?
L’obiettivo del governo cinese è molto chiaro: sradicare completamente l’etnia uigura, considerata un problema per il paese. Questo passa ad esempio attraverso l’indottrinamento. Pechino offre alla minoranza uigura la possibilità di continuare a vivere, a patto di sposare la cultura cinese. L’alternativa è la morte. Questo tipo di politica assimilazionista degli uiguri non è una novità, al contrario va avanti fin dall’occupazione del 1949 e non si è mai fermata. A partire però dal 2014 e con la salita al potere di Xi Jinping, il governo cinese è passato da una politica di assimilazione a una politica di genocidio. Le autorità sostengono che gli uiguri non possono esistere in quanto tali e tutti gli uiguri senza distinzioni sono considerati come un nemico dalle autorità.

Se non si farà presto qualcosa, c’è il rischio di andare verso la progressiva scomparsa ed estinzione della minoranza uigura?
La cultura uigura e i suoi simboli in parte sono già stati distrutti dal governo cinese, un’opera che va avanti da diversi anni. Le autorità hanno per esempio distrutto la vecchia città di Kashgar, un luogo storico molto importante, al centro della vecchia Silk road. Nel 2011 il Parlamento europeo ha fatto passare una risoluzione in cui chiedeva al governo cinese di cessare la distruzione della città ma l’operazione è andata avanti e il 75 per cento del centro antico non c’era più quando Xi Jinping ha preso il potere. Il nuovo presidente ha proseguito nella sua opera di distruzione culturale dell’area, prendendosela anche con cimiteri, tombe e altri simboli. Secondo l’Australian strategic policy institute (Aspi), tra il 2017 e il 2020 circa 8mila moschee, alcune risalenti a diversi secoli fa, sono scomparse, distrutte per ordine delle autorità cinesi. Pechino è interventuto nello Xinjiang sulla religione, sul linguaggio, ma anche su aspetti più banali come il modo in cui le persone si vestono, cosa mangiano, cosa bevono. Tutto nella vita degli uiguri è determinato dalle autorità cinesi. Se viene offerto da mangiare maiale o da bere dell’alcool un uiguro non può rifiutare, poco importa se la religione islamica non consente il consumo di questi alimenti. Rifiutarli equivale a essere considerato un radicale, dunque è un problema e può aprire la via ai campi di concentramento.

Una protesta contro il genocidio degli uiguri
Una protesta contro il genocidio degli uiguri © Chip Somodevilla/Getty Images

Gli uiguri hanno una storia importante lungo la vecchia Via della seta e hanno contribuito in modo decisivo al patrimonio culturale mondiale, battendosi sempre per proteggere i loro simboli e la loro identità. Oggi tutto questo rischia di scomparire, ecco perché il mondo deve alzare la voce e chiedere alla Cina di dare risposte sulla sua politica nella regione e di cessare il genocidio degli uiguri. La comunità internazionale non può restare in silenzio, occorre prendere iniziative, bisogna salvare la nostra cultura.

Perché solo negli ultimi tempi si è iniziato a parlare del dramma degli uiguri?
I campi di concentramento esistono dal 2016 e la situazione era già peggiorata dal 2014 con la presa del potere di Xi Jinping, eppure fino al 2018 la questione uigura è rimasta sotto traccia nella comunità internazionale. Le organizzazioni per i diritti umani e il World uyghur congress hanno fatto pressione al riguardo nei consessi internazionali e questo a lungo andare ha pagato. Nell’agosto del 2018 il comitato delle Nazioni Unite contro la discriminazione razziale (Cerd) ha presentato a Ginevra un report sulla Cina, questo davanti a diversi stati tra cui una delegazione cinese, oltre che al sottoscritto. Per la prima volta si è parlato dei milioni di uiguri trattenuti nei centri di detenzione cinesi. È stato un punto di svolta: per la prima è stata sollevata la questione e si è chiesto al governo cinese di chiudere i campi, da quel momento i media internazionali hanno cominciato sempre di più a raccontare la questione uigura.

Eppure il dramma non era una novità, andava avanti già da diversi anni e senza che nessuno a livello internazionale avesse reagito in alcun modo. Con il rapporto dell’Onu del 2018 è aumentata la pressione su Pechino, che fino a quel momento aveva negato l’esistenza stessa di questi campi, poi ha sposato la versione che si trattava di campi di rieducazione dove formare i giovani per il loro futuro e dargli un lavoro. La realtà è che dentro ci sono persone di tutti i tipi, intellettuali, professori, giovani, anziani. Mia madre per esempio è stata nei campi anche se utrasettantenne e lì dentro è morta nel 2017.

È possibile che in Europa nella nostra quotidianità ci troviamo a usare prodotti lavorati dai prigionieri uiguri nei campi di lavoro forzato?
Molte nazioni europee continuano a fare business con la Cina. Una fetta importante delle produzioni destinate ai mercati internazionali provengono dai campi di lavoro forzato dove sono impiegati gli uiguri, come dimostrato da diversi rapporti internazionali condotti da esperti e centri di ricerca. Non c’è ragione per cui le relazioni commerciali tra i paesi europei e la Cina vadano avanti come nulla fosse, stiamo parlando di una situazione di genocidio contro un popolo. Il Canada, gli Stati Uniti, diversi altri stati hanno riconosciuto ufficialmente questo crimine eppure la gran parte delle nazioni europee continua a ignorarla e a stringere nuovi accordi commerciali. Questo è inaccettabile. Gli europei e in particolare gli italiani e i tedeschi hanno vissuto e sofferto ormai 80 anni fa per i loro regimi nazista e fascista, 80 anni dopo tutto questo si sta verificando di nuovo da un’altra parte del mondo.

Oggi circa il 20 per cento del cotone globale e l’85 per cento di quello cinese viene dal lavoro forzato nello Xinjiang, la regione degli uiguri. L’Europa non dovrebbe essere complice cinese nel genocidio degli uiguri.

Come è diventato una figura di riferimento per la causa uigura e quali difficoltà ha incontrato in questi anni di attivismo politico?
Sono stato un leader studentesco nello Xinjiang degli anni Ottanta, sin da giovane mi sono battuto per i diritti degli uiguri. Ho dovuto lasciare il mio paese e andare in esilio ormai oltre vent’anni fa e in tutto questo tempo ho cercato di usare tutte le mie forze e capacità per accendere i riflettori sul tema degli uiguri a livello internazionale. Ho avuto tanti problemi per le mie posizioni, le autorità cinesi già negli anni Novanta hanno inserito il mio nome nella black list dell’Interpol e sono stato vittima di diversi arresti arbitrari, anche in Italia.

Nel 2017 fui invitato al Senato italiano per partecipare a una conferenza sui diritti umani ma poco prima che iniziasse oltre venti agenti della polizia mi prelevarono con la forza e mi portarono in commissariato, mi presero le impronte digitali e scattarono le foto segnaletiche. Fui trattato come un terrorista. Ho tante altre esperienze simili, per esempio in Corea del Sud, dove sono stato incarcerato per quattro giorni. Stavano per estradarmi in Cina dove non so che fine avrei fatto ma poi intervennero le autorità tedesche e il dipartimento Usa. Mi salvarono la vita e potei tornare in Germania. Sono stato detenuto anche in Svizzera, invece a New York sono stato fermato mentre stavo per entrare nel palazzo dell’Onu per un incontro.

Queste esperienze sono l’effetto dei lunghi tentacoli della Cina, che si estendono anche al di là dei suoi confini e influenzano anche gli altri stati e le istituzioni internazionali. In quanto attivista e presidente del World uyghur congress ho avuto molti problemi nel corso della mia vita. La libertà non è libera, serve pagare un prezzo per averla e io e la mia famiglia lo stiamo pagando. Mia madre è morta in un campo di detenzione nel 2017, mio padre è morto l’anno scorso senza che avessi notizie al riguardo, anche mio fratello è finito in uno dei campi di concentramento. Questa è la vita a cui io, altri attivisti e le nostre famiglie siamo sottoposti.

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