Giorgio Bettinelli: una vita in Vespa, attorno al mondo

La nostra intervista a Giorgio Bettinelli, giornalista e scrittore scomparso nel 2008, protagonista di un viaggio intorno al mondo a bordo della sua Vespa.

Milano, libreria Feltrinelli di Piazza Piemonte. Dopo averne seguito le avventure in giro per il mondo dalle pagine della rivista aziendale Piaggio e averlo apprezzato più compiutamente nel primo libro (quello sul viaggio Roma-Saigon), finalmente incontro Bettinelli. L’occasione è la presentazione di “Brum Brum”, diario dei suoi ultimi viaggi.

La presentazione va alla grande. Bettinelli ispira istintivamente simpatia. Forse per il suo fisico esile, e l’aria apparentemente stralunata, o forse per l’entusiasmo contagioso e la leggerezza con cui racconta le sue avventure e disavventure in giro per i 5 continenti.

Sono molte le persone accorse per conoscerlo, tanto che devo aspettare quasi un’ora prima che finiscano le pacche sulla spalla e le richieste di autografi (uno fatto addirittura sulla scocca bianca della Vespa di un fan). Finalmente ci sediamo e, davanti a due birre, arriva il mio turno per “torturare” Bettinelli.

Innanzitutto, te l’aspettavi tanta gente accorsa qui e tanto calore e simpatia nei tuoi confronti?
Beh, calore senz’altro, anche perché tutto sommato uno che chiama un suo libro “Brum Brum” non è che se la tiri più di tanto, e allora mi è sembrato che anche in queste presentazioni – ne ho fatte altre tre nei giorni scorsi e devo dire che anche lì c’era moltissima gente – si riproponesse quello che mi accadeva in giro per il mondo, quando l’apparizione nei posti più improbabili di questo minuscolo veicolo che è la Vespa, con me sopra – che di certo non sono Schwarzenegger, suscitava immediatamente curiosità, mista a una certa simpatia. Di sicuro la Vespa non è un veicolo intimidente, inoltre da tutti i miei bagagli spuntava la punta di una chitarra e non quella di un kalashnikov. (…).

Probabilmente qui ci sarà stato anche qualcuno legato ai Vespa Club ma mi pare che la maggioranza delle persone sia venuta perché aveva letto il primo libro (10 ristampe, ndr), e comunque io sono un vespista anomalo, tutt’ora ignaro dei meccanismi elementari di funzionamento di un motore, quindi sono più interessato a descrivere i posti e le persone che incontro, rispetto invece agli aspetti meramente motociclistici.

Cosa vuol dire viaggiare per dieci anni di fila?
Vuol dire che poi se stai fermo per un po’ diventa dura. Viaggiare in un certo senso è una droga: dà dipendenza e crisi di astinenza. Comunque probabilmente sono stati i dieci anni più felici della mia vita. Anche se dovrei dire che si tratta dei dieci anni di Vespa, perché io viaggiavo e vivevo tra un paese e l’altro praticamente da sempre. Ho iniziato a 14 anni andando in autostop a Copenaghen, a 15 sono andato in Tunisia, poi in India. In pratica ho sempre continuato a viaggiare, a parte un periodo in cui ho lavorato in teatro (con Gigi Proietti, ndr).

È stato fra l’altro proprio in quel periodo che ho deciso di andare a vivere a Bali (in Indonesia). Sentivo che mi stavo annoiando. Non che stessi male ma sono fatto così: ho bisogno di ricevere tutti i giorni una carezza o un pugno. Così ho affittato la mia casa di Mentana e con i soldi che ricevevo riuscivo a vivere a Bali – avevo una casa sulla spiaggia. Pensavo di diventare vecchio lì, quando un amico mi ha regalato una vecchia Vespa, praticamente un rottame. In quel periodo dovevo uscire dall’Indonesia perché mi scadeva il visto. Ho deciso quindi di uscire dal paese in Vespa, viaggiando per tre giorni.

Non avevo mai guidato una moto prima di allora e tanto meno sapevo come funzionasse (e tuttora lo ignoro), comunque sia in sella a quella prima Vespa mi sentivo allegro come non mai, cantavo a squarciagola “motocicletta, 10 hp…”. È stato allora che mi è venuto in mente di fare il primo dei miei raid, il Roma – Saigon.

Comunque dieci anni di Vespa sono un bel viaggiare, piuttosto che farlo in aereo, in treno o in autobus. Anche se a volte ci sono dei problemi nel trasportare il veicolo da un paese all’altro o nell’entrare in certi paesi via terra, in Birmania per esempio questo da trent’anni è impossibile a causa dell’infame giunta militare che detiene illegittimamente il potere.

Alla fine però il viaggiare in Vespa è un viaggiare fantastico, e ora che sono fermo da un anno la stanzialità mi pesa. Non vedo l’ora di ripartire, perché questi sono stati dieci anni di incontri e di esperienze, belle e brutte, ma se dovessi mettere su un piatto della bilancia i disagi, i problemi e i rischi, e sull’altro gli incontri, le avventure e le belle persone non ci sarebbe paragone. Il piatto penderebbe a favore di queste ultime.

E tu come ti senti cambiato dopo questi dieci anni di chilometri e di incontri?
Mi sento innanzitutto di aver passato dieci anni bellissimi. Mi sento più felice, forse, di quanto lo fossi prima. Dopo un periodo bello ma di disordine esistenziale vissuto prima di partire, quando ero in Indonesia, adesso sento che la mia vita è migliore, mi sento più in pace con me stesso. Sento che ho fatto una cosa per la quale mi sono riconoscente, e che magari un giorno potrò raccontare ai nipotini… sempre che abbiano voglia di ascoltarla!

Una delle cose che mi aveva più colpito nel tuo primo libro era l’assenza di una tenda nel tuo equipaggiamento e soprattutto come spesso e volentieri ti affidassi all’ospitalità trovata ogni sera da qualcuno nel posto in cui arrivavi. Hai continuato a fare così?
Sì. In realtà quella dell’ospitalità chiesta alle famiglie era un fatto che si era verificato soprattutto attraversando l’Iran nel ’92. Allora i soli alberghi che potessero alloggiare occidentali erano a Teheran. Ma negli altri paesi a dir la verità un tetto sulla testa, a pagamento, lo trovi sempre, anche nei villaggi piccoli. Quindi dal primo viaggio ho continuato a viaggiare senza tenda. In alcuni casi poi ho deliberatamente accettato l’ospitalità di qualcuno perché era particolarmente bello stare con la gente del posto.

Certo che è vero che anche pagando a volte ho dormito in dei posti che se non avessi la foto non ci crederei: con scarafaggi ed escrementi sul pavimento, ed era comunque “the best in town”. E poi una tenda in realtà può essere comoda se hai un’area attrezzata a campeggio. In molti paesi queste aeree non ci sono, o sono molte rare, e allora dovresti accamparti fuori dal villaggio in cui arrivi e stare sempre attaccato alla tenda per paura dei furti; di conseguenza staresti sempre da solo e non vedresti niente del posto in cui sei capitato.

Come ti sei finanziato i viaggi?
Con gli sponsor. A dir la verità il primo viaggio, quello da Roma a Saigon, me l’ero programmato un po’ da solo, quindi ho utilizzato anche un po’ dei miei risparmi. In realtà la mossa vincente l’ho fatta quando mi sono rivolto alla Piaggio che mi ha aiutato anche logisticamente e per il rilascio dei visti in molti paesi.

Dal secondo viaggio poi si è iniziato a parlare di soldi e sono stati loro a trovarmi altri sponsor, adesso ne ho 12. Tanto che a volte mi viene da sorridere, perché mi danno un sacco di soldi per una cosa che pagherei io per fare, perché ho sempre amato viaggiare. Ma la vita ogni tanto ti sorprende con queste dinamiche strane che ha!

Cosa ne pensi del detto “tutto il mondo è paese”?
Che in linea di massima è vero. Che le emozioni e i bisogni forti dell’umanità sono gli stessi dappertutto. E che sarebbero quello di meritarsi un po’ più, un po’ più di gioia, di felicità… è un mondo di merda questo! Troppe guerre, troppi casini.

Io in Africa ci sono stato per 30 mesi (durante l’ultimo viaggio, ndr), in 30 paesi diversi, e in quel momento c’erano 15 conflitti armati. È un mondo veramente ingiusto, e per le cause che poi sono note. È un mondo con una sparuta minoranza di gente ricca e una stragrande maggioranza di persone che fanno fatica a sopravvivere. L’Africa, in particolare, è un continente che vive in condizioni che in molti casi non si possono neanche paragonare a quelle di altri paesi che sono comunque tra quelli messi peggio al mondo. Anche l’Afghanistan, nei momenti di dolore più grosso, non ha niente a che spartire col dolore che c’è in Sierra Leone o in Angola ormai da molti anni. È un mondo abbastanza duro, e non è tutto un paese.

Basta viaggiare dal Pakistan all’India per vedere come cambia l’influenza della religione; dal monoteismo islamico al policromo pantheon indù. È un mondo molto diverso, basta vedere come si cresce qua. Questa è una società mista, in cui cresci con le ragazze e queste sono parte integrante della tua vita fin da bambino.In altri paesi tipo il Baluchistan pakistano (nel Pakistan orientale, ndr) o lo Yemen trovi società assolutamente maschili; sembra che i figli nascano per partenogenesi, donne non ne vedi. L’Iran tutto sommato è diverso perché le donne devono mettere il chador però sono presenti nella società- Insomma, tutto il mondo è paese per certe cose, e per certe altre no.

Senti, ma al di là del politically correct ci saranno stati dei popoli che si sono dimostrati più o meno amichevoli di altri…
Gli iraniani sono stati molto educati, ci tengo a dirlo perché l’immagine che se ne ha all’estero è quella del fanatismo religioso. Però gli iraniani che incontri per la strada sono di un’educazione e di un’ospitalità allucinanti. Poi io ho trovato bella gente dappertutto. Ho subito 5 rapine ma in posti dove la gente stava proprio male o dove c’era una vocazione alla violenza inspiegabile, tipo a Varsavia, dove mi hanno fregato tutto. Altre popolazioni che mi piacciono molto sono gli sono gli eritrei e gli indonesiani.

E in negativo?
Finora l’unico posto dove mi sono trovato veramente in situazioni sgradevoli è stato Gibuti (piccolo stato incuneato tra Eritrea, Etiopia e Somalia, di fronte allo Yemen, ndr).

Perché?
Gente maleducatissima, rimbambiti dal qat (un arbusto che viene masticato, è una droga leggera dagli effetti stimolanti, ndr). Sono stato solo una settimana e penso di aver litigato ogni giorno, sia con abitanti di Gibuti che con i francesi che vivono lì (Gibuti è un ex colonia francese, ndr).

Quali sono state le frontiere in cui si vede in maniera più netta il passaggio da un mondo a un altro completamente differente?
Quella tra San Diego e Tijuana (tra Usa e Messico, ndr), quella dalla Russia alla Finlandia, quella dal Sudafrica al Mozambico, quella dall’India al Pakistan. Un’altra per esempio è quella da Timor, in Indonesia, a Darwin, in Australia, un breve viaggio che si può fare in aereo o in ferry boat e ogni volta non ci credi, sono mondi completamente diversi.

Hai terminato il tuo ultimo viaggio giusto un anno fa. Che cos’hai fatto in questi ultimi 12 mesi?
Beh, ho scritto il libro. Ne ho preparato un altro di fotografie. Sono stato a Taiwan e sto preparando un disco.

Un disco?
Sì, una quindicina di canzoni che ho composto in giro per il mondo (avevo sempre la chitarra con me). Sono canzoni in italiano, anche se magari sono ambientate in vari posti del mondo. A questo disco sto lavorando col mio amico Lucio Fabbri, che è di Crema come me (Lucio Fabbri è uno dei violinisti più apprezzati nella musica leggera italiana, già membro della PFM, ndr).

Quante donne sono salite dietro di te su quella Vespa?
Tante giovanotto, tante! (ride) Sono incredibili le capacità di “cucco” che si hanno con un veicolo simpatico e inoffensivo come la Vespa. Io poi non sono uno particolarmente timido, se solo fossi stato più bello avrei fatto una strage!

E il prossimo viaggio quale sarà?

Quello da Pontedera (PI), sede degli stabilimenti Piaggio, a Roma. Solo che ho deciso di prenderla un po’ lunga, quindi penso di arrivare dopo 3 o 4 anni.

Cioè?

Finora nei miei viaggi ho attraversato 134 stati, visto che al mondo ce ne sono più o meno 210 non mi resta che “farmi” gli altri 76!

Non mi resta dunque che augurare l’ennesimo buon viaggio a Giorgio Bettinelli, instancabile vagabondo su due ruote. E nel farlo mi ritrovo un misto di simpatia e di malinconica invidia. Riprendo la mia di Vespa, e nel traffico di Milano penso con ammirazione a come qualcuno, a volte, sia capace di trasformare in realtà ciò che gli altri solamente fantasticano. Buon viaggio Bettinelli!

 

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