30 anni dal vino al metanolo. La dura lezione delle morti per il vino

È ancora vivo e bruciante il ricordo di uno scandalo alimentare che nel marzo 1986 uccise venti persone, causando decine di casi di cecità, ricoveri, con danni sanitari di miliardi di lire e commerciali centinaia di volte superiori, con vittime non ancora risarcite: il vino al metanolo.

Crollo dell’export. Settore vinicolo italiano in ginocchio. Persone in ospedale, morte o accecate. È il clima che s’è vissuto esattamente trent’anni fa in Italia, uno scandalo che ha inflitto un colpo ferale al vino italiano. Un colpo non mortale, però. Grazie alla capacità di reazione non dei politici, ma dei produttori. I quali hanno ritrovato, va detto, l’orgoglio e la fierezza nella naturalità. Oggi, rispetto a trent’anni fa, i consumi domestici si sono dimezzati, ma l’export è esploso, due bottiglie su tre hanno una certificazione d’origine ed è nato il settore del vino biologico.

 

Il vino al metanolo: cosa succede se aggiungi alcool metilico al vino

L’alcool metilico è un componente naturale del vino, in piccola parte. Cioè, il metanolo è un alcool naturale che però, aumentato dolosamente, provoca danni permanenti, portando anche alla morte. Per mascherare la scadente qualità della spremitura delle uve, innalzare illecitamente la gradazione alcolica o addirittura spacciare per vino l’acqua colorata con polverine, alcuni produttori in Piemonte e Emilia Romagna cominciarono ad addizionarne le bottiglie.

Bevendone più di 25 ml il metanolo provoca cecità, coma, fino alla morte.

 

I primi ricoveri nel marzo del 1986

Nel marzo del 1986 tutti i giornali nazionali pubblicarono per la prima volta la notizia che da lì a poco avrebbe bloccato in tutto il mondo la vendita del vino italiano.

Il sospetto aveva preso corpo nei primi giorni di marzo, il 3 e il 5 del mese, infatti, morirono due uomini per una intossicazione da metanolo.  Il primo aveva 47 anni, il secondo 57, entrambi erano di Milano. I Carabinieri che avviarono le indagini scoprirono che i due milanesi erano entrambi degli abituali consumatori di un barbera prodotto da una cantina della provincia di Asti.

Il sospetto dei Carabinieri fu poi confermato quando, una quindicina di giorni dopo un’altra persona di 51 anni morì nell’ospedale di Niguarda per un’intossicazione. Anche nella sua dispensa i Nas trovarono una bottiglia di barbera. Altre due persone che avevano bevuto lo stesso vino furono ricoverate tra la vita e la morte. Avevano brindato a una festa di compleanno. Sempre in quei giorni la prima intossicata donna fu ricoverata al Niguarda. Per tutti, stesso vino ingerito, proveniente da Asti, che era normalmente in vendita nei supermercati.

 

Dopo i primi ricoveri all’ospedale Niguarda di Milano, fu il caos. I morti si susseguivano, dalla Lombardia alla Liguria. Centinaia i ricoverati. Il ministro dell’Agricoltura Filippo Pandolfi apparve in tv cercando di tranquillizzare la gente. I giornali pubblicavano liste di vini proibiti. Navi cisterna sequestrate in Francia e bottiglie in Germania, crollo delle esportazioni di oltre un terzo (da quasi 18 a circa 11 mln ettolitri), fatturato del settore sceso da 1.668 a 1.260 miliardi di lire. 21 milioni di ettolitri rimasti invenduti, rispetto al 1985.

 

Il 18 marzo 1986 venne dato l’incarico al sostituto procuratore della Repubblica Alberto Nobili di indagare. Accertamenti di laboratorio, eseguiti dall’Istituto di medicina legale e dall’Ufficio provinciale di igiene e profilassi di Milano su campioni di vino prelevato sia nei supermercati che presso la ditta produttrice, rivelarono la presenza di alcool metilico in quantità superiore a quella prevista dalla legge. Dalla Procura partirono comunicazioni giudiziarie per le ipotesi di reato di omicidio colposo plurimo, lesioni colpose, violazione del decreto contro le frodi alimentari e dei limiti dell’alcool metilico nel vino. Solamente con assunzioni di vino di più di un litro al giorno si poteva andare incontro a disturbi gravi, mentre con uno o due bicchieri a pasto non si sarebbero dovute incontrare conseguenze rilevanti. I segni dell’intossicazione da alcool metilico erano perdita di coscienza fino al coma, disturbi visivi fino alla cecità, acidosi metabolica.

 

La politica emanò misure d’emergenza (“fantasiosa insalata di disposizioni”, secondo i magistrati dell’epoca) eterogenee, non inerenti ai metodi di produzione ma solo fiscali e procedurali, e non sempre adeguate: alla fine, dopo la mancata conversione di un primo decreto, il secondo (d.l.282 del 18/6/1986) divenne legge (l.7/8/1986 n.462). Ma le norme rimasero disordinate, come in ogni momento di convulsa preoccupazione, mentre il vecchio DPR 12/2/1965 n.162 sulla produzione di mosti e vini era ancora, a detta degli intenditori, troppo permissivo.

 

Anche i controlli non furono subito reindirizzati nel modo giusto. Scriveva nel suo manuale del 1992 Lionello Rizzatti, decano dei Vigili Sanitari italiani: “Per una vera vigilanza preventiva, l’esperienza insegna che i prelievi vanno intensificati ed eseguiti più negli esercizi di vendita che nei locali di produzione, perché raramente le frodi vengono perpetrate nei locali autorizzati. I fatti luttuosi del vino al metanolo sono un esempio di come si sia data la precedenza ai controlli sull’etichettatura più che sul contenuto interno”. Nacquero i Nas, i Nuclei Anti Sofisticazione dei Carabinieri.

 

Saranno undici le condanne: il produttore maggiormente coinvolto, Giovanni Ciravegna della provincia di Cuneo, sconterà 10 anni di reclusione per accuse quali associazione per delinquere, omicidio volontario plurimo, lesioni gravi, adulterazione di sostanze alimentari. Coloro che attuarono la sofisticazione – grossisti, imprenditori, trafficanti di alcol metilico, titolari e gestori di cantine – sapevano benissimo che il vino al metanolo era un veleno.

 

Dal vino al metanolo al vino di qualità

Quello scossone fece capire a molti che la via delle polverine non è quella giusta. Da lì, molti decisero di puntare sul vino di qualità e a far capire ai consumatori che sotto certi prezzi non può essere vino vero.

Lo ha notato anche la Coldiretti che con la Fondazione Symbola pubblica ‘Accadde domani. A 30 anni dal metanolo il vino e il made in Italy verso la qualità’. “Quello che è accaduto dopo nel vino italiano rappresenta una straordinaria metafora del passaggio, ancora in corso non solo nel vino ma in tutto il sistema produttivo italiano, da un’economia basata sulla quantità ad un’economia che punta invece su qualità e valore – ha affermato il presidente Coldiretti Roberto Moncalvo – ed è altamente simbolico che i luoghi in cui nacque lo scandalo del metanolo producano oggi vini straordinari e i loro paesaggi sono stati inseriti nei siti Unesco. Anche se molto resta da fare, dopo il metanolo, il mondo del vino e dell’agroalimentare made in Italy ha saputo infatti risollevarsi: scommettendo sulla sua identità, sui legami col territorio, sulle certificazioni d’origine”.

Oggi, i due terzi delle bottiglie hanno una denominazione d’origine

il calo della produzione è stato accompagnato da una crescente attenzione alla qualità con il primato dell’Italia in Europa per numero di vini con indicazione geografica (73 DOCG, 332 DOC e 118 IGT). Se nell’1986 la quota di vini DOC e DOCG era pari al 10% della produzione, oggi è pari al 35%, e se si considerano anche i vini IGT, categoria nata dopo l’86, si arriva al 66%, in altre parole i 2/3 delle bottiglie.

Dopo un tracollo così spaventoso, l’immagine della vitivinicultura italiana fu macchiata, sì, ma non irrimediabilmente. È opinione diffusa che l’attenzione dei consumatori verso il biologico  e l’inversione di rotta dei produttori piccoli e grandi verso l’innalzamento della qualità produttiva, la corsa al riconoscimento geografico e tipico, il ritorno alla natura e l’acquisizione di altissime competenze siano stati i viatici per risollevarsi.

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