9 anni di guerra in Siria. Idlib è ancora un inferno

Forze governative e ribelli, assieme a Russia e Turchia, continuano ad affrontarsi in Siria. Nella provincia di Idlib è in corso una catastrofe umanitaria

La Russia da un lato, la Turchia dall’altro. La prima a sostegno delle forze governative del presidente Bashar al-Assad, la seconda spalleggiata dai ribelli. A nove anni dall’inizio del tragico conflitto in Siria, nella provincia di Idlib la situazione non cessa di essere infernale. I bombardamenti continuano a martellare il territorio e la popolazione civile è sempre più abbandonata a sé stessa. Nell’indifferenza pressoché totale della comunità internazionale.

Nella primavera del 2019 le forze pro-Assad sono partite infatti all’assalto della regione, situata nella porzione nord-occidentale del territorio della Siria. Si trattava infatti dell’ultimo bastione della ribellione, dominato dal gruppo jihadista Hay’at Tahrir al-Sham, che in arabo significa “Organizzazione per la liberazione del Levante”). Lo scontro con i ribelli e le truppe turche è diventato via via durissimo.

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Al confine con la Turchia una “striscia di Gaza” siriana

Le Nazioni Unite hanno parlato della “più grande storia d’orrore umanitario del secolo”. Il numero di profughi nella provincia di Idlib è arrivato a toccare, nel dicembre scorso, le 900mila unità. In larghissima parte – per circa l’80 per cento – si tratta di donne e bambini. Disperati che si ammassano da mesi tra Darkosh, al-Dana, Adfrin e Azaz: territori situati lungo il confine con la Turchia. Che assomigliano sempre più ad una striscia di Gaza siriana.

Anche perché il governo di Ankara, che già ha 3,5 milioni di profughi sul proprio territorio, ha deciso da tempo di chiudere la frontiera meridionale. A rimanere aperti sono soltanto i corridoi creati dall’esercito siriano per facilitare il passaggio sul suolo controllato da Assad. Ovvero, teoricamente, in zone al riparo da bombardamenti. Eppure, soltanto un migliaio di abitanti della provincia di Idlib ha scelto tale opzione. “È la prova, qualora mai fosse necessario, che la popolazione di Idlib non vuole vivere sotto il regime di Assad”, ha commentato al quotidiano francese Le Monde Ossama Shorbaji, direttore dell’organizzazione non governativa siriana Afaq.

Annientate le infrastrutture civili: dalle scuole agli ospedali

Durante la prima fase dell’offensiva, le forze lealiste avevano faticato. Poi però sono riuscite a conquistare più di 300 località. Ma mercoledì 26 febbraio i combattenti di Hay’at Tahrir al-Sham sono riusciti – assieme ad altre fazioni non jihadiste – a riprendersi il centro strategico di Saraqeb, importante incrocio viario. Un’operazione resa possibile proprio dal sostegno dell’esercito turco, che ha inviato parecchie migliaia di uomini sul posto. Trenta soldati sono morti alla fine del mese, a seguito di un bombardamento attribuito all’aviazione siriana. E in questi giorni a Saraqeb ancora si combatte.

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Al contempo, nella parte meridionale della provincia, i ribelli sono stati ricacciati nelle regioni montuose di al-Zawiya e di Shashabo, dopo mesi di raid che hanno stremato i combattenti e danneggiato le loro linee difensive. Una situazione fluida e drammatica, che ha pressoché annientato le infrastrutture civili. Ospedali, scuole, istituzioni: a Idlib non c’è più nulla. Di qui il gigantesco esodo di donne e bambini. I superstiti, poiché secondo le Nazioni Unite i bombardamenti hanno ucciso in soli dieci mesi più di 1.700 civili, di cui 337 donne e 503 bambini.

“Mezzo milione di bambini nei campi in Siria”

Ma il peggio potrebbe ancora arrivare. Il governo di Assad, che da sempre afferma di voler riprendere il controllo sull’insieme del territorio della Siria, punta alla riconquista totale della città di Idlib. Assieme ai due posti di frontiera Bab al-Hawa e Atmé. Ma “se cadrà Idlib, possiamo aspettarci altri 600mila profughi in cammino nelle strade”, ha ammonito Assaad al-Achi, direttore di una Ong siriana con sede in Turchia.

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I danni provocati da un bombardamenti nella provincia di Idleb © Ibrahim Yasouf/Afp/Getty Images

“I bombardamenti implacabili – ha commentato Sonia Khush, direttrice dell’associazione Save the Children in Siria – hanno praticamente svuotato gran parte di Idlib nel giro di poche settimane. Con conseguenze catastrofiche. Mezzo milione di bambini è stipato in campi e rifugi di fortuna al confine con la Turchia senza accesso a beni essenziali e alla possibilità di condurre una vita dignitosa”.

La militante ha aggiungo che i profughi “non hanno un luogo caldo dove dormire, né acqua pulita, né cibo nutriente e non possono studiare. Le famiglie sono ormai arrivate al limite e i nostri partner sul campo devono confrontarsi ogni giorno con gli enormi bisogni della popolazione. Il decimo anno del conflitto in Siria rischia di essere uno dei più sanguinosi. Il mondo non può continuare a restare alla finestra”.

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