Acqua

Gestione dell’acqua pubblica. Le tecnologie per un servizio idrico sostenibile

Droni e microonde per controllare le perdite, ghiaccio per la pulizia dei condotti, raggi Uv per la sterilizzazione. Gestire l’acqua pubblica è anche questione d’innovazione.

Per garantire un servizio di qualità e un accesso all’acqua pubblica sicuro, oggi le aziende attive nella gestione del servizio idrico si avvalgono di nuove tecnologie, di software, di processi che rendono sostenibile l’intero ciclo idrico, sia in chiave ambientale che economica. Ciò consente di contenere e individuare le perdite, sterilizzare e potabilizzare le acque senza l’utilizzo di prodotti chimici pericolosi, monitorare in tempo reale consumi e volumi presenti nella rete idrica.

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Il drone utilizzato per il controllo remoto. Foto via La Voce dell’Acqua/Acquedotto pugliese

Niente perdite con droni e microonde

Per risolvere l’annoso problema delle perdite della rete idrica, Acquedotto Pugliese, in collaborazione con l’Università del Salento ha realizzato un innovativo monitoraggio, il SIMPLe (System for Identifying and Monitoring Pipe Leaks), che sfrutta i segnali elettromagnetici provocati dalla presenza di acqua fuoriuscita dalle condutture, al posto della localizzazione acustica. In questo modo è possibile avere un controllo estremamente preciso in un lasso di tempo relativamente breve, in particolare quando si tratta di intervenire sulle perdite in rete: in dieci minuti è possibile monitorare ben sei chilometri di condutture. Con un drone modificato invece, il Rov (Remotely operated vehicle), dotato di telecamere e sonar, si riesce arrivare laddove non si è mai giunti, senza nemmeno interrompere il flusso idrico. Cosa che permette di risparmiare centinaia di migliaia di euro e continuare a fornire acqua potabile ai cittadini.

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Analisi di laboratorio in provetta.

Il Water Safety Plan per un’acqua sicura e potabile

All’interno della Drinking Water Directive europea il Gruppo Cap ha lavorato negli ultimi anni per migliorare la qualità dell’acqua di rubinetto. Primo in Italia, ha adottato il Water Safety Plan, con l’obiettivo di implementare i controlli sull’acqua potabile. Un modello che prevede un sistema globale di gestione del rischio esteso all’intera filiera idrica, dalla captazione all’utenza finale. Un nuovo approccio che consente di decidere insieme alle autorità sanitarie e alle altre autorità competenti, quali parametri monitorare con più frequenza, o come estendere la lista di sostanze da tenere sotto controllo in caso di preoccupazioni per la salute pubblica.

Idrofoni e telelettura

Monitorare le migliaia di chilometri di rete idrica non è cosa da poco. Per questo motivo il Gruppo Hera ha investito in nuove tecnologie e sperimentazioni. A Riolo Terme, uno dei Comuni serviti dal Gruppo, una serie di idrofoni montati negli idranti “ascolta” il rumore delle fuoriuscite di acqua. In questo modo è assicurata precisione e tempestività negli interventi. Anche Hera, in collaborazione col Politecnico di Bari, sta sperimentando l’individuazione e la localizzazione delle perdite idriche utilizzando il principio della riflettometria a microonde. Interessante la sperimentazione da poco avviata di “Oscar”, un computer da campo installato sull’impianto di San Giorgio di Piano in grado di ottimizzare i consumi elettrici del depuratore in base ai flussi presenti, garantendo un risparmio economico e allo stesso tempo la sicurezza dell’impianto stesso.

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Il campo pozzi di Pozzuolo Martesana, una delle centrali di acquedotto più significative del Gruppo Cap. Questa centrale prende l’acqua dalla zona della Martesana e la distribuisce a diversi comuni del Milanese e della Brianza. Foto via Gruppo Cap.

Raggi ultravioletti per l’acqua pubblica

Sono molti i gestori del servizio idrico che negli anni si sono appoggiati a nuove tecnologie per la potabilizzazione dell’acqua pubblica. Tra queste l’impiego dei raggi Uv che, al contrario del cloro, risultano efficaci anche in presenza di alcuni tipi di virus e batteri, capaci dunque di abbattere la carica patogena. L’impiego di questa tecnologia permette di non produrre residui secondari pericolosi per la salute e non modificano il sapore, l’odore e la composizione chimica dell’acqua.

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Un rendering della fontanella In-VISIBLE.

Fontanelle 2.0

Sparse in tutte le nostre città, spesso rappresentano la storia della comunità in cui viviamo. Perché non renderle quindi tecnologiche? Ci ha pensato il Gruppo Cap che col concorso di idee “Cap4Ideas”, ha chiesto a giovani designer, ingegneri e architetti di immaginare la fontanella per l’acqua pubblica del futuro. Ha così vinto il concorso In-VISIBLE, realizzata da Carlotta Antonietti e Marzia Tolomei, studentesse del Politecnico di Milano, che hanno immaginato la fontanella come una sagoma: ricavata tramite la tecnica del taglio laser da una lamiera di metallo verniciato e piegata per creare lo spessore necessario a coprire la tubazione, ha il rubinetto che pare solo disegnato, ma dal quale esce l’acqua del sindaco, potabile e gratuita.

E se usassimo il ghiaccio per l’acqua pubblica?

Esiste un metodo meno conosciuto, ma già ampiamente impiegato, per la pulizia e per evitare l’ostruzione delle reti idriche e fognarie: è l’ice pigging. Si tratta di una tecnica sperimentata dal Gruppo Suez, che ad oggi ha già trattato 760 chilometri di condotte a livello mondiale, di cui 40 solo nel nostro Paese. La tecnologia utilizza una soluzione di acqua ghiacciata e di cloruro di sodio (sale da cucina) al 5 per cento, per rimuovere i sedimenti e i biofilm accumulati nelle condotte nel tempo. Impiegando questa tecnica è possibile pulire 1 km di condotta l’ora, non impiegare prodotti chimici ed inoltre assicura che gli operatori che lavorano alla pulizia non incorrano in incidenti sul lavoro. Anche a San Giuliano Milanese è stato eseguito il primo esperimento di questo tipo, realizzato da Gruppo Cap. Qui il “maialino di ghiaccio” è stato impiegato in alcune zone dell’acquedotto comunale che soffrono da anni di fenomeni di sedimentazione di ferro e manganese – non dannosi per la salute delle persone – ma che in concentrazioni elevate possono alterare le caratteristiche organolettiche dell’acqua, come il colore, l’odore e il sapore.

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2015: Samantha Cristoforetti a bordo della Iss con una porzione di cibo confezionato da Argotec con ingredienti Slow Food. Sta svolgendo un ambizioso programma per la nutrizione e la salute nello spazio e sulla Terra, per la prima volta sulla Iss c’è una cambusa e Cristoforetti sta studiando il ‘cooking on orbit’, prepara i suoi menù, combinan i diversi alimenti preparati per la missione Futura dell’Agenzia Spaziale Italiana (Nasa)

L’acqua pubblica per gli astronauti

Cosa bevono gli astronauti durante le loro missioni a 35mila chilometri dalla superficie terrestre? L’acqua che bevono i cittadini torinesi. Ciò è possibile grazie al progetto di SMAT, società che gestisce il servizio idrico integrato nell’area metropolitana torinese, che, all’interno del Water Preparation Facility, prepara letteralmente l’acqua da portare in orbita. 300 litri di acqua consegnati alla ISS (Stazione spaziale internazionale), con contenuti prestabiliti di calcio, magnesio e sali minerali, addizionata di ioni fluoruro, alla quale è stato applicato un trattamento di disinfezione a base di sali d’argento. Insomma, la stessa acqua che sgorga dai rubinetti di Torino, disseta anche gli astronauti in orbita.

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