Aumentano i rischi per la barriera corallina del mar Rosso dopo l’affondamento della Rubymar

La nave cargo Rubymar colpita alcune settimane far nel mar Rosso meridionale da parte delle milizie Houthi si è inabissata. Le perdite di combustibile e il carico di fertilizzanti fanno temere il peggio per la barriera corallina.

Il primo affondamento di un’imbarcazione per mano di un attacco dei ribelli sciiti Houthi nel mar Rosso potrebbe nascondere un costo ambientale altissimo, che fa temere sugli effetti indiretti – quindi non strettamente legati all’ambito militare e commerciale – dell’aumentare delle tensioni in Medio Oriente. Domenica scorsa la nave cargo Rubymar è affondata nel sud del mar Rosso due settimane dopo essere stata colpita da un attacco missilistico delle milizie yemenite. Per alcuni giorni ci si era quasi dimenticati del relitto alla deriva, focalizzando le attenzioni soprattutto sul contraccolpo economico dovuto alla possibile chiusura di una delle principali rotte commerciali marittime al mondo, quella che dal mar Rosso raggiunge il Mediterraneo – e poi l’Europa – attraverso il Canale di Suez. Ma l’inabissarsi della Rubymar e del suo carico di sostanze chimiche ha riproposto prepotentemente la questione, facendo temere effetti devastanti per l’ambiente marino caratterizzato dalla barriera corallina.

L’affondamento della Rubymar e il montare delle tensioni nel mar Rosso

Lo scorso 18 febbraio la Rubymar – una nave cargo battente barriera del Belize ma di proprietà del Regno Unito – stata colpita da due missili scagliati dagli Houthi mentre si trovava nei pressi del Golfo di Aden, vicino allo stretto di Bab al-Mandab, nel mar Rosso meridionale. La nave si trovava a circa 65 chilometri a sud della città portuale yemenita di Mocha, era partita dall’Arabia Saudita ed era diretta verso la Bulgaria. Subito dopo l’attacco i portavoce delle milizie yemenite avevano diffuso la notizia che la nave era stata affondata. Ma il giorno seguente la società di sicurezza marittima Ambrey e la Royal Navy britannica hanno dichiarato a Bbc Verify che non c’erano prove di un affondamento, comunicando nel frattempo che tutto l’equipaggio della nave era stato tratto in salvo Gli attacchi degli Houthi nel mar Rosso si susseguono dalla metà di novembre, quando le forze militari ribelli sostenute dall’Iran avevano giocato un ruolo decisivo nel montare delle tensioni in Medio Oriente.

In diversi mesi di bombardamenti l’attacco alla Rubymar rappresenta uno dei maggiori momenti di tensione nella regione, suscitando la condanna del Regno Unito che aveva definito le operazioni “del tutto inaccettabili” affermando che Londra avrebbe presto risposto adeguatamente. In risposta alle offensive degli Houthi diretti anche verso obiettivi americani, il mese scorso le forze congiunte statunitensi e britanniche hanno iniziato a effettuare attacchi aerei su obiettivi militari nello Yemen occidentale, controllato dagli Houthi. L’improvvisa instabilità geopolitica dell’area aveva spinto molte compagnie di navigazione a valutare percorsi alternativi da quello che porta al Canale di Suez, da cui oggi passa circa il 12 per cento del commercio marittimo globale.

L’impatto ambientale sulla barriera corallina del mar Rosso

Ma oltre all’intensificarsi delle operazioni militari, a far preoccupare è ora anche il possibile impatto dell’affondamento della Rubymar sugli ecosistemi. La nave mercantile trasportava oltre 40mila tonnellate di fertilizzanti che ora potrebbero lentamente riversarsi nel mare: “Le decine di migliaia di tonnellate di fertilizzante a base di solfato di ammonio e nitrati che la nave trasportava rappresentano un rischio ambientale nel mar Rosso”, ha affermato il Comando centrale dell’esercito statunitense, che ha aggiunto: “Quando la nave affonda, presenta anche un rischio di impatto nel sottosuolo per le altre navi che transitano sulle trafficate rotte marittime del corso d’acqua”. L’effetto inquinante dell’attacco alla Rubymar è comunque già in essere, dal momento che dall’imbarcazione colpita è cominciata ad uscire una scia di combustibile che ha superato i 30 chilometri di lunghezza.

Sui possibili effetti per gli ecosistemi circostanti ha parlato, Julien Jreissati, direttore del programma di Greenpeace per l’area Mena (Medio Oriente e Nord Africa). Jreissati ha detto che senza un’azione immediata la situazione probabilmente degenererebbe in una “grande crisi ambientale”. Il portavoce di Greenpeace ha mostrato apprensione soprattutto per quanto riguarda il potenziale “effetto a cascata” che la dispersione di sostanze chimiche potrebbe avere non solo per quanto riguarda le specie animali e vegetali direttamente coinvolte, bensì anche sulla catena alimentare della zona. Per Jreissati, un simile scenario “potrebbe avere conseguenze di vasta portata, colpendo varie specie che dipendono da questi ecosistemi e, a sua volta, incidendo potenzialmente sui mezzi di sussistenza delle comunità costiere”.

Ian Ralby, fondatore della società di sicurezza marittima I.R. Consilium, lei ha suggerito che gli schemi circolari delle correnti nel mar Rosso potrebbero far sì che il materiale inquinante non si disperda su un volume d’acqua più ampio, ma che rimanga concentrato nel bacino del mar Rosso: “Ciò che si riversa nel mar Rosso, rimane nel mar Rosso”, ha detto Ralby all’Associated Press. Quest’area è nota a livello mondiale per ospitare alcune delle barriere coralline più preziose al mondo, anche dal punto di vista della ricerca. In particolare, i coralli del mar Rosso possono fornire alla scienza risposte molto significative circa la loro capacità di resistere all’aumento delle temperature del livello del mare, un fenomeno che si sta già verificando e che è molto probabile si acutizzerà nel tempo. La resilienza delle specie coralline di questa porzione di oceano è in grado di darci risposte molto importanti per la sopravvivenza dei sistemi di barriera corallina a livello globale. Per questa ragione il precipitare della situazione geopolitica in Medio Oriente fa temere anche per il futuro dell’ambiente locale e non solo.

 

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