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I rischi dell’allevamento intensivo

La carne “convenzionale”, proveniente dai moderni allevamenti intensivi pu

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L’allevamento intensivo dei bovini da macello è
condotto, nella maggior parte dei casi, con obiettivi commerciali
precisi: produrre la maggior quantità possibile di carne,
nel minor tempo possibile, al minor costo possibile. Anche volendo
rispettare i termini legge, la logica dell’allevamento intensivo si traduce in un prodotto che lascia a
desiderare per quanto riguarda la qualità.

 

Gli animali vengono allevati in spazi estremamente ristretti, e per
tutto l’arco della vita non possono praticamente muoversi, se non
per mangiare. Questo provoca un continuo stress che si traduce in
un indebolimento del sistema immunitario dei bovini, i quali sono
quindi vittima di continue infezioni, che vengono curate con
trattamenti antibiotici; metà degli antibiotici prodotti nel
mondo sono destinati alla zootecnia. È ormai risaputo che i
continui trattamenti con antibiotici favoriscono lo sviluppo di
ceppi batterici resistenti agli antibiotici stessi; molti studi
hanno messo in correlazione l’abuso di antibiotici in zootecnia con
il crescente e preoccupante fenomeno della resistenza ai
trattamenti antibiotici nell’uomo.

 

allevamento intensivo

 

Anche i pericolosi ormoni anabolizzanti, che hanno l’effetto di accelerare la crescita dei tessuti muscolari “gonfiando” rapidamente l’animale, sono vietati in Italia in base al Decreto Legislativo n. 158 del 16 marzo 2006 , che consente unicamente l’utilizzo mirato di alcuni ormoni a scopo terapeutico sul singolo animale, con obbligo di registrazione del trattamento. Purtroppo, come rivelano gli ultimi fatti di cronaca, diversi allevatori italiani non rispettano il divieto. Una recente inchiesta di Report, il noto programma di Rai 3, ha evidenziato che il 15 per cento dei capi esaminati è risultato positivo ai trattamenti illeciti.

 

Non va meglio nel campo dei mangimi, che possono essere costituiti da materie prime geneticamente modificate (senza obbligo di etichettatura nel prodotto finale) o contenere notevoli
quantità di materiali di scarto, aggiunti per abbassare i
costi del prodotto. Le farine di carne sono ormai vietate, ma questo non ha risolto il problema della qualità globale
dei mangimi; nell’arco della vita il bovino “convenzionale” finisce
per accumulare notevoli quantità di pesticidi, farmaci e
sostanze chimiche tossiche, presenti come residuo nelle materie
prime usate in mangimistica.

 

Senza voler demonizzare questo alimento che fa comunque parte della
cultura alimentare dell’uomo, si può dire che la scelta
migliore è quella del buon senso: diminuire la
quantità e privilegiare la qualità, scegliendo solo
carni certificate provenienti da allevamenti biologici o
biodinamici, quindi privi di ogm, o almeno razze autoctone a denominazione di origine
controllata (chianina, marchigiana, maremmana, podolica e
così via), allevate con criteri che privilegiano la
qualità rispetto alla quantità.

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