Amare l’Amaranto

La specie di Amaranto autoctona in Italia risulta essere una pianta infestante degli orti estivi, capace di crescere rigogliosa anche senza innaffiature.

A lei tutti gli
agricoltori concordemente dichiarano guerra, ma senza risultati
convincenti per via delle sue incredibili risorse: è
sufficiente una sola pianta per produrre ben 500.000 piccoli semi
che sono capaci di restare dormienti ma vitali in terra per molti
anni. Inoltre è dotata di un tipo di clorofilla molto
speciale – denominato C4 – che è capace di sintetizzare
sostanze nutritive ben 4 volte più velocemente rispetto alle
altre piante.

A questo punto è meglio tentare la convivenza. E a questo
devono aver pensato altri contadini in giro per il mondo che hanno
selezionato l’Amaranto addomesticandolo e rendendolo molto
utile.

È il caso degli agricoltori indiani che avendo a
disposizione la specie Amaranthus gangeticus hanno imparato a
selezionarlo per farlo diventare un ortaggio a foglia, da
consumarsi come uno spinacio. Da studi recenti è stato
scoperto che queste varietà di Amaranto possiedono 18 volte
più vitamina A, 13 volte più vitamina C, 20 volte
più calcio e 7 volte più ferro che la lattuga.

Un bel risultato che dimostra come la biodiversità ancora
una volta non ha bisogno di biotecnologie per raggiungere valori
nutrizionali di alto livello.

Ma circa 5.500 anni fa in sud America un’altra specie era stata
scoperta e selezionata dagli agricoltori locali: l’Amaranthus
caudatus. Pianta sacra a tutti gli effetti: ancora oggi il nome
“amaranto” identifica anche un colore, una tonalità di rosso
vivo, che era estratto dalle spighe e dalle foglie della pianta per
usi rituali, quando era necessario simulare il sangue della vittima
sacrificale.

Ma è nei grani, piccolissimi tanto che un grammo ne contiene
da 1.000 a 3.000 a seconda della varietà, che troviamo un
tesoro nutrizionale: una proteina completa per l’uomo, capace
quindi di sostituire quelle di origine animale. Purtroppo i frati
al seguito dei conquistadores vietarono ogni tipo di coltivazione
per il motivo che questa pianta veniva adorata e mangiata facendo
dei pupazzetti a forma di dio, ma non è andata totalmente
persa.

E oggi, nuovamente coltivata, fa di nuovo capolino fra i generi dei
prodotti biologici. La produzione, in condizioni favorevoli,
è stato portata oggi a quantità eccezionali di 2,5
tonnellate per ettaro e anche fino a 6 tonnellate grazie alle
ricerche di un centro di ricerca indipendente americano che si
occupa di agricoltura biologica, l’Istituto Rodale, che ha
selezionato varietà più basse rispetto alle
tradizionali che misuravano fino a tre metri di altezza.

L’Amaranto, assieme ad altri cereali come il Teff o la Lacrima di
Giobbe solo per citarne degli altri, resistenti alla
siccità, capaci di crescere in terreni poveri, nutrienti e
di buon sapore, sono la risposta efficace della natura ai futuri
cambiamenti climatici già in atto e alla fame di larghi
strati di popolazione umana, una risposta che non viene da
biotecnologie aliene ma dagli orti dei contadini semplici che
popolano il mondo tropicale.

Alberto Olivucci
Coordinatore dei Seed Savers di Civiltà
Contadina

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