Ameer Alhalbi, fotografo ad Aleppo: vi racconto cos’è la guerra in Siria

Ameer Alhalbi, fotografo dell’agenzia Afp, da tre anni punta il suo obiettivo sulla guerra in Siria: “Così mostro al mondo la nostra sofferenza”.

Penso che la guerra in Siria non finirà mai. Sono tre anni che fotografo il conflitto ad Aleppo, la mia città. Per mostrare al mondo le sofferenze patite dai siriani. E oggi, giovedì 28 aprile 2016, è una delle giornate più infernali che abbiamo mai vissuto”.

A scrivere è Ameer Alhalbi, fotografo indipendente dell’agenzia Afp, che per una volta non si è limitato a puntare il proprio obiettivo. Alle immagini, strazianti, ha deciso infatti di affiancare parole intrise di rassegnazione.  

“Ero lì mentre piovevano bombe”

“Ho scattato queste foto nel quartiere residenziale di Al-Kalasa, controllato dai ribelli e assediato dalle forze del regime di Bachar Al-Assad. Ero lì quando hanno cominciato a bombardare, a cento metri da dove mi trovavo”. I vicini portano i primi soccorsi ai feriti: arrivano le urla disperate di una donna che chiede di salvare suo marito e suo figlio travolti dalle macerie. Una catena umana si forma per aiutare il ragazzino a scendere dal secondo piano. È indenne, come il papà: un miracolo.

“Da tempo qui la vita non esiste più – prosegue Alhalbi -. Non ci sono più bar, non ci sono ristoranti, non c’è più traccia di iniziative culturali. Quelle che erano il fiore all’occhiello di Aleppo, prima della guerra. Oggi, questa è solo la città più pericolosa del mondo. Una città morta”.

“Ero sul punto di scappare anch’io”

Il fotografo racconta poi la difficoltà di esercitare una professione così delicata in un simile contesto: “Lavorare qui non è facile. Si ha l’impressione di disturbare tutti. Lo scorso anno, nel quartiere di Al-Fadrous, un gruppo di abitanti furiosi ha fracassato la macchina fotografica di uno dei miei colleghi. Ma io continuo. Perché voglio mostrare al mondo quello che succede qui”.  

Alhalbi è stato ferito da due proiettili. È accaduto all’inizio del secondo anno di guerra, nell’aprile del 2012. Anche suo padre e un suo cugino sono stati colpiti. “Molti miei amici sono partiti. Prima per la Turchia, poi per la Germania. Ci ho pensato anche io. Un anno fa ero sul punto di fare le valigie. Poi, però, sono rimasto”.

 

Nell’immagine di apertura, una profuga siriana ©Spencer Platt/Getty Images

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